Ho letto e riletto l’intervento di Mario Draghi al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.
Bisogna leggerlo più volte e con attenzione perché si riveli lo slittamento semantico, da abilissimo venditore, attraverso il quale il noto banchiere camuffa, deforma e infine stravolge una Storia durata 70 anni facendo sparire idee, aspirazioni, progetti, lotte e drammi che hanno coinvolto le migliori menti del continente e milioni di suoi cittadini, dietro un fluire ineluttabile di scambi commerciali e movimenti finanziari oltre i quali si staglia, indiscutibile, la regola aurea per cui ciò che è bene per il mercato è bene per tutti.
Fulminante l’incipit, segno di quanto il senso comune, sapientemente edificato in decenni di dominio dell’informazione e dell’agire politico, abbia debellato il buon senso: l’Unione Europea sarebbe formata, non da 450 milioni di cittadini (nel senso, dato al termine nel 1789, di titolari di diritti), ma da 450 milioni di consumatori. Meri acquirenti di merci e servizi. Perché tutto è mercato e nulla esiste al di fuori del mercato. Aumento delle spese militari, sforzo bellico delle grandi potenze, mancato coinvolgimento nelle trattative di pace per L’Ucraina, bombardamenti in Iran, massacro (non genocidio, of course) di Gaza, accesso alle terre rare: accadimenti meramente enumerati come tessere di un domino, senza cenno a cause, responsabilità, omissioni, errori, demolizione di istituzioni internazionali e organi supremi di garanzia. Lo sguardo freddo del banchiere, del mercante, ché, come sempre, non ci sono alternative ed occorre solo adeguarsi velocemente per mostrarsi all’altezza dei giganteschi competitors globali.
I valori sui cui l’Europa è stata fondata sarebbero “democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità”. Anche qui, lievi slittamenti fanno giustizia di un tormentato e lunghissimo percorso ideale e storico, che, partito dalla necessità di mettere in comune regole nei due settori, carbone e acciaio, in cui germogliarono le cause di due conflitti mondiali, è pervenuto a un giudice supremo europeo che può sancire, a dispetto delle politiche disumane perseguite da tutti gli stati, che nessun essere umano è illegale. Un realismo delirante, che può persino permettersi di rimuovere completamente la fine dell’esistenza degli uomini sulla terra, che le catastrofi ambientali stanno mostrando sempre più prossima. Slittamenti semantici che inseriscono fra gli ideali fondanti l’Europa addirittura la sovranità ovvero esattamente il concetto filosofico-politico da cui sono nati i due conflitti mondiali e tutte le guerre europee del secolo precedente e che il progetto europeo di Altiero Spinelli intendeva superare. E naturalmente, il pericoloso concetto di eguaglianza è sostituito dalla ben malleabile “equità”.
Del resto, la “fase neoliberale” degli ultimi 20 anni del Novecento (anche dei primi 20 di questo, in realtà) è solo tale, appunto: una “fase”. Cui l’Europa ha saputo brillantemente adattarsi. Si potrebbe aggiungere: con la distruzione dei diritti del lavoro e dello Stato sociale, oltre che con la sottoposizione della sovranità (appunto) degli stati a quella, globale, dei grandi attori economici e finanziari privati. Ma in quel mondo, dice Draghi, “l’Europa ha prosperato”, perché ciò che conta è la ricchezza complessiva, non certo il fatto che finisca solo nelle tasche dello 0,1% della popolazione.
Ora le cose sono cambiate, “quel mondo è finito”, ma perché sia finito è bene non chiederselo. Si correrebbe il rischio di scoprire che è per l’affacciarsi sul proscenio mondiale di nuovi attori statali e correlate economie (Cina, Arabia Saudita, India, Brasile, Sudafrica), che quei nuovi attori rappresentano i quattro quinti della popolazione mondiale non più disposta ad essere esclusa da quella “prosperità” che sarebbe fra i valori fondanti delle nostre comunità. Si potrebbe scoprire che gli assetti dati al mondo a partire da Bretton Woods traballano paurosamente e che il nuovo cambio di paradigma – dal globalismo dei mercati ai mercati nazionali sorretti dalle armi – non è un fluire neutro di eventi cui rapidamente adattarsi, ma il risultato di precise ed evidenti politiche. Politiche, appunto, di fronte alle quali ci si dovrebbe porre domande politiche. Che richiederebbero analisi delle cause e delle conseguenze, delle responsabilità e delle alternative. Applaudire un banchiere di gran successo che ci prospetta come amministrare al meglio (il meglio dei soliti pochi) la corsa verso il baratro è l’abdicazione non della politica, ma dell’intelletto.

….applaudano non per abdicazione dell’intelletto, anzi, perché vicini per interessi e complicità allo 0,1% .