La guerra e l’Unione europea, a margine di un libro di Piero Bevilacqua

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Il libro di Piero Bevilacqua La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione europea (Castelvecchi, 2025) rappresenta un importante contributo alla comprensione delle guerre in corso e delle cause che le hanno determinate. È un’accurata ricostruzione storico-politica e, insieme, una critica appassionata e serrata della narrazione “ideologica” dei conflitti in corso. A proposito della guerra russo-ucraina, la (dis)informazione ha viaggiato su piattaforme ideologiche predefinite, veicolando messaggi tanto assertivi quanto irreali o semplificati: civiltà contro barbarie, il bene contro il male, democrazia contro autarchia.

Bevilacqua chiama in causa direttamente i maître à penser della carta stampata e della televisione, molto attivi nella mistificazione dei fatti, nella diffusione del linguaggio della paura, nell’aggressione di stampo maccartista contro quei pochi intellettuali e giornalisti che cercano di diradare la fitta nebbia delle fake news. Il castello di bugie costruito dal prevalente racconto massmediologico ci impedisce, infatti, di cogliere la portata dell’immane tragedia delle popolazioni coinvolte nei teatri di guerra, con i morti e i feriti, il dolore, le sofferenze, la devastazione delle case, delle infrastrutture, dei territori, dell’ambiente. Il valore del libro consiste anche nella dovizia di particolari che mettono in luce circostanze spesso ignorate o nascoste.

L’autore riconduce la “guerra mondiale a pezzi” sotto la categoria di “guerra capitalista”. Il confronto-scontro non avviene tra due modelli economici e politici o tra due visioni del mondo, come nel Novecento. I conflitti in corso sono piuttosto riconducibili a un’unica matrice: la crisi della globalizzazione economica a guida liberista. L’Europa attuale è il risultato delle politiche liberiste, che hanno portato alla precarietà del lavoro, ai bassi salari, al ridimensionamento dello Stato sociale, alla riduzione degli spazi di partecipazione. La “terza via”, affannosamente percorsa dalla sinistra europea, non ha portato da nessuna parte, ha piuttosto agevolato l’avanzata della destra nazionalista e neofascista.

La memoria storica è importante. In un editoriale sul Corriere della Sera (20 marzo 2025) Maurizio Ferrera, uno studioso di solito attento, scrive che «il crollo dell’Unione sovietica sancì la vittoria della triade capitalismo-welfare-democrazia». Si tratta di un tipico esempio di lettura ideologica degli avvenimenti. In verità gli anni d’oro dell’egemonia keynesiana nell’economia occidentale (i “trenta gloriosi”), gli anni della triade di cui parla Ferrera, non seguono, bensì precedono la caduta dell’Urss. Postdatarli, come fa Ferrera, non solo è un falso storico, ma impedisce anche di comprendere la fase successiva, quella dell’egemonia liberista pressoché esclusiva, iniziata ancor prima della caduta del muro di Berlino. Sembra paradossale ma è inconfutabile che le conquiste più importanti del movimento operaio e popolare siano riconducibili al periodo della divisione in blocchi contrapposti (capitalismo-socialismo) che segue la sconfitta del nazifascismo. Il compromesso socialdemocratico in Europa e, prima ancora, il New Deal americano sono anche frutto della “paura del comunismo”.

Ora, dal liberismo economico, in crisi profonda e forse irreversibile, stiamo transitando, senza soluzione di continuità, al protezionismo economico, sempre sotto l’egida americana. Il mito della concorrenza, dell’iniziativa privata e del libero commercio si sta capovolgendo nel suo contrario. L’attuale presidente Usa alza barriere, impone dazi, reclama il ritorno alle sfere d’influenza attraverso accordi tra le grandi potenze per spartirsi il bottino delle terre rare. A farne le spese sono il diritto internazionale, la democrazia, i paesi e i popoli più deboli e indifesi. Molti studiosi non esitano a denunciare una regressione neofeudale dell’economia e del potere politico. Luigi Ferrajoli parla di «un’involuzione pre-moderna», di «un neo-feudalesimo capitalista, caratterizzato dalla concentrazione, nelle mani delle stesse persone di poteri economici e di poteri politici, di proprietà e sovranità, di sfera pubblica e sfera privata, non diversamente da quanto accadeva nelle società feudali» (Unità del 2 aprile 2025). I robber baron del web, che hanno accumulato ricchezza e potenza senza precedenti grazie al controllo privato di servizi tecnologici di interesse generale, ora puntano al controllo diretto e totale della politica, superando ogni forma di separazione tra sfera privata e sfera pubblica.

Ma la storia non finisce, per fortuna il mondo è vario, cambia velocemente e non va esattamente nella direzione auspicata dalla destra americana ed europea. Bevilacqua, con dovizia di particolari, ci spiega che la globalizzazione economica ha aperto altri scenari. Ha visto l’emergere di nuovi paesi – in Asia in Africa e in America latina – che si associano (i Brics) e cercano strade di sviluppo alternative a quelle imposte dal signoraggio del dollaro. La Cina, in particolare, contende agli Usa il primato tecnologico. La crisi attuale, con l’accelerazione impressa dal presidente Trump, chiude in qualche modo la fase iniziata con il crollo del muro di Berlino (1989) e con la fine del blocco socialista. Bisogna dunque agire sulle contraddizioni di una realtà in movimento.

Nel libro di Piero Bevilacqua c’è un capitolo dedicato alla “morte dell’Unione europea”. L’espressione è forte ma rende l’idea di un’Europa all’angolo, irrilevante nella partita che si sta giocando a livello globale. Ma se l’Ue è fuori gioco, gli Stati-Nazione non stanno meglio. Il problema è che i processi di globalizzazione hanno inciso negativamente sui poteri che definiscono la sovranità nazionale e ne qualificano l’autonomia politica e strategica. Il termine “Stato-Nazione” – comunemente usato da due secoli a questa parte come se le due parole avessero lo stesso significato – in realtà fa riferimento a due differenti concetti: il concetto di Stato, che puntualizza giuridicamente la sovranità politica (interna ed esterna) e l’ordinamento istituzionale e amministrativo; il concetto di Nazione che, invece, definisce l’appartenenza etnica, linguistica, culturale e religiosa di un popolo. La vicenda storica è contraddistinta da innumerevoli esempi di Stati senza Nazioni e di Nazioni senza Stati. L’espressione Stato nazionale indica una formazione storica in cui è avvenuta la felice fusione dei due concetti. La globalizzazione, a guida liberista, con l’apertura dei mercati e l’intensificazione delle relazioni economiche, ha creato nuove aspettative e magari nuove disuguaglianze, disagi e frustrazioni, ha rotto consolidati equilibri istituzionali, politici e sociali. Nei paesi occidentali, in particolare, il baricentro dello Stato-Nazione si è spostato decisamente dallo Stato alla Nazione, uno spostamento concettuale che nella pratica ha significato, da una parte, meno stato sociale, meno diritti, meno democrazia, e dall’altra, esasperazione identitaria, chiusura dei confini, xenofobia e razzismo contro i migranti, intolleranza verso i diversi. La stessa deriva protezionista in economia, in qualche modo, è figlia del neonazionalismo, rappresenta un tentativo della destra di cavalcare la crisi del liberismo, individuando, di volta in volta, nemici e complotti da sventare, o raccontando, come fa Trump, la favola di un’America sfruttata e derubata da paesi alleati e non.

Il vecchio continente appare debole e indifeso nel confronto con i grandi imperi. Ha costruito un mercato comune, ha istituito una moneta unica, ma non ha elaborato una politica comune. Politicamente è rimasto subalterno agli Stati uniti, all’Alleanza atlantica, alla Nato, al “finanzcapitalismo”. D’altra parte, l’alleato americano non ha mai visto di buon occhio una vera integrazione politica e l’Ue, da parte sua, non è riuscita a compiere il salto di qualità dalla governance – termine non a caso mutuato dalla gestione aziendale – al “governo” democratico e federale, a un governo politico che superasse procedure paralizzanti (come l’unanimità dei consensi dei 27 paesi) sulle scelte riguardanti regole comuni – o, almeno, forme di coordinamento – in materia di fisco, di welfare, di ambiente. Ora, con la svolta trumpiana, l’élite europea storicamente appiattita sul grande alleato si trova spiazzata, in preda ad uno stato confusionale che sfocia anche in forme d’isteria bellicista. Il progetto ReArm rappresenta il ritorno all’Europa delle Nazioni, riscatta l’idea di potenza militare e la stessa idea della guerra come strumento risolutivo dei contrasti tra gli Stati. Si tratta di una clamorosa smentita dei valori di pace che hanno ispirato il progetto europeo. Il riarmo dei singoli Stati non ha niente a che vedere con la difesa europea, rappresenta la negazione di un processo unitario e federalista. ReArm è un modo per richiamare alla mente l’idea della patria in pericolo, evoca allarmi e paure. La premier italiana si è affrettata a chiedere che l’aumento della spesa militare finanzi anche il respingimento e la deportazione degli immigrati, stabilendo una sorta di equivalenza tra ReArm e Remigration.

All’orizzonte non c’è la fine dello Stato, per quanto indebolito dalla globalizzazione economica, e non c’è la costruzione di un’Europa democratica e federale. Si tratta di agire a livello nazionale e a livello europeo. Ritengo sbagliato politicamente e strategicamente abbandonare il progetto europeista, considerarlo fallito o irrecuperabile. Rispetto ai grandi imperi che si contendono il dominio del mondo (Usa, Russia e Cina) non è forse utile creare uno spazio politico, nuovo e più avanzato? E questioni decisive come quelle attinenti al riscaldamento climatico, alle disuguaglianze, allo stato sociale, alle migrazioni di massa, al controllo democratico delle tecnologie, possono forse essere affrontate meglio restando confinati in una dimensione nazionale? L’Europa non è uno Stato e nemmeno una Nazione, esiste però un diffuso europeismo, che va coltivato, che può diventare una leva importante nella lotta ai rinascenti nazionalismi. Per la sua storia, l’Europa può essere il punto di intersezione del sistema-mondo, svolgere un ruolo di pace, riannodando i fili che legano i continenti, i popoli, le culture, le religioni. La lettura del libro di Bevilacqua, in questa prospettiva, non solo è istruttiva e invita a riflettere, ma rappresenta anche un importante stimolo per mettersi al lavoro e dare continuità a un movimento unitario e di massa per la pace, il lavoro e la democrazia.

Gli autori

Gaetano Lamanna

Gaetano Lamanna è uno studioso di filosofia ed economia. Ha lavorato nella Cgil regionale della Calabria e nella Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Ha collaborato con riviste e quotidiani, tra cui "Rinascita", "l’Unità", "il manifesto", "il Quotidiano del Sud". Attualmente scrive su "Left" e "Volere la luna". Ha pubblicato "Ricchezza privata e miseria pubblica" (Castelvecchi, 2025), "La casa negata" (Ediesse, 2014), "Malapolitica" (Ediesse, 2009).

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