Nell’autunno 2024 si è saputo che gli attuali amministratori della Città di Torino hanno avviato una causa contro le finanziarie Dexia, JP Morgan e contro la banca Intesa San Paolo. Una causa del Comune di Torino contro il San Paolo sarebbe una notizia importante, visto che i rapporti sono sempre stati idilliaci, la Fondazione passa per uno dei benefattori della Città e un sindaco durato dieci anni passò direttamente dalla Sala Rossa del Comune alla presidenza della Fondazione. Ma in Comune tutto è secretato, il Sindaco ha derubricato la causa come una delle tante, non c’è stato nessun dibattito in nessuna sede comunale e non si sa nemmeno in quale tribunale sia stato presentato il ricorso.
L’oggetto del contendere è la correttezza giuridica e contabile dei derivati sottoscritti nei primi anni 2000 dall’allora Giunta Comunale con sindaco Chiamparino e assessore alle finanze Peveraro (https://vll.staging.19.coop/territori/2024/05/17/torino-bilancio-2023-radiografia-di-una-crisi-rinviata/). La stipula dei contratti derivati da parte del Comune di Torino rappresenta una delle operazioni più arrischiate e sfortunate mai condotte dalla Città. L’errore di base nella formulazione della scommessa (cioè che i tassi di interesse si sarebbero mantenuti alti e che sarebbero cresciuti ancora mentre in realtà sono crollati per oltre dieci anni) e la presunzione di potersi misurare ad armi pari con le banche e le finanziarie hanno portato finora a 180 milioni di perdite a fine 2023. Da qui al 2036, scadenza dell’ultimo derivato, sono prevedibili ancora perdite fino a un centinaio di milioni, superando quindi la mostruosa cifra di 250 milioni di euro, 500 miliardi delle vecchie lire. Risorse sottratte a impieghi a favore dei cittadini!
In queste condizioni, se da un lato la causa tardiva contro le banche sarebbe apprezzabile perché sembrerebbe indicare una volontà di tutelare l’interesse dei cittadini, dall’altro appare incomprensibile l’atmosfera di segretezza e di assenza di spiegazione delle ragioni che hanno spinto il Comune al ricorso in tribunale. L’amministrazione comunale non è un privato cittadino, ma dovrebbe spiegare scelte così importanti alla cittadinanza e agli eletti in Consiglio Comunale. L’attuale assessora al Bilancio Nardelli si è invece trincerata, in risposta a un’interpellanza del cittadino che chiedeva pubblicità sulla causa stessa, dietro al segreto più assoluto. «I materiali della causa – ha detto citando una delibera del 2016 dell’autorità anticorruzione – sono riservati e gli atti giudiziari non sono soggetti all’obbligo di pubblicità ex legge 241/90». Peraltro i primi a conoscere gli argomenti su cui si fonda il ricorso in tribunale sono le controparti bancarie, a cui deve essere obbligatoriamente notificato. È il segreto di Pulcinella. Inoltre le sentenze sono pubbliche.
Un dibattito ampio e pubblico sarebbe opportuno, anche perché finora le cause sui derivati da parte di enti pubblici, se si esclude il caso del comune di Rimini contro la BNL, sono risultate perdenti. La vittoria in primo grado del Comune di Venezia a Londra è stata rovesciata a favore delle banche in secondo grado.
Servirebbe anche che venisse spiegato il motivo del ricorso nei tribunali italiani, visto che i contratti stipulati dalla Città, anche con Intesa San Paolo, hanno una clausola esplicita che designa come foro competente Londra. Già il Comune di Venezia aveva avviato una causa analoga contro Dexia e San Paolo al Tribunale di Venezia, ma le banche hanno trascinato l’ente locale in giudizio a Londra e hanno vinto in appello. L’argomento più forte per il Comune sarebbe la sentenza n. 8770/2020 della Corte di Cassazione, che ha dichiarato nulli i derivati non approvati dal Consiglio Comunale ma solo dalla Giunta, come nel caso di Torino, ma essa non si applica in Inghilterra.
La causa sui derivati potrebbe essere l’occasione per mettere in discussione il rapporto tra banche e Comune. Unicredit e soprattutto San Paolo si atteggiano a benefattori disinteressati della Città, ma con gli interessi sui prestiti al Comune di Torino hanno lucrato grandi profitti (https://vll.staging.19.coop/territori/2023/10/05/torino-per-lassessora-al-bilancio-le-banche-hanno-sempre-ragione/). Nel periodo 2016-2023, le Fondazioni bancarie, specie “per iniziative sociali, per progetti educativi, per riserva di posti negli asili nido privati” hanno erogato poco più 69 milioni alla Città, una media di 8,7 milioni all’anno. Nello stesso periodo il San Paolo ha lucrato, per interessi sui mutui e sui derivati ben oltre 185 milioni di euro, Unicredit circa 93 milioni, comprensivi degli interessi come tesoriere comunale, per un totale di oltre 277 milioni di euro.
Questi lauti profitti, pari a quattro volte il valore delle erogazioni liberali, sono stati ottenuti attraverso le rinegoziazioni dei mutui San Paolo nel periodo 2010-2020 che, a fronte di un breve rinvio delle quote capitale e di riduzioni infinitesimali dei tassi, hanno prolungato, anche per gli anni successivi, interessi molto alti a tassi fuori mercato. Unicredit invece, forte del suo ruolo di tesoriere Comunale e della serie di anni in cui il conto di Torino era costantemente in rosso anche fino a 300 milioni di euro, ha imposto alla Città tassi sullo scoperto di cassa fino al 3-4% lucrando, nei soli anni 2016/23 oltre 54 milioni di euro.
La riservatezza delle cause, ribadita dall’assessora, lascia i torinesi e i consiglieri comunali completamente all’oscuro. Fa temere che il vero scopo delle cause sia puramente dimostrativo per mettersi al riparo dalle critiche. Il Comune di Venezia, protagonista di causa analoga con San Paolo, discute pubblicamente e indica una possibile via: trattare con le banche per arrivare a un compromesso che, pur senza recupero delle perdite già subite, permetta di limitare i danni per gli anni che restano fino alla scadenza degli ultimi derivati, 2032-2036. Superfluo aggiungere che – come riporta Il Fatto Quotidiano, – Unicredit, con 1306 milioni di euro nel 2023 e San Paolo, con 794 milioni, sono le principali banche finanziatrici delle imprese che vendono armi italiane nel mondo. Un triste primato, ma pecunia non olet.
