La Siria e le incerte prospettive delle minoranze

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C’è una taglia da 10 milioni di dollari, offerta alcuni anni fa dalla Cia e mai revocata, per chi contribuisca alla cattura dì Abu Mohammed al Jolani fondamentalista salafita, considerato uno dei più pericolosi terroristi del mondo. Esponente di Al Qaeda, discepolo del fanatico al Zawairi e amico dello sceicco al Baghdadi, califfo dell’Isis, Al Jolani fonda agli inizi della guerra civile in Siria (voluta dal presidente Obama: “Assad must go”) l’ala siriana di al Qaeda, al Nusra, sostenuta e finanziata dalla Turchia.

Basta cambiare l’etichetta: al Jolani denomina la sua milizia jihadista Organizzazione per la Liberazione del Levante (Hts), di cui fanno parte numerosi ex tagliagole dell’Isis, la presenta come nazionalista siriana e, insieme all’Esercito Nazionale Siriano (Sna), già Esercito Libero Siriano, vince la guerra civile e pone fine al potere degli Assad. Hts e Sna sono finanziati, armati, addestrati e diretti da Ankara. Hts risulta essere l’artefice di tre devastanti attentati in Turchia per conto del governo di Erdogan: due contro il partito filo-kurdo Hdp (tra cui quello di Ankara, il più micidiale nella storia della repubblica, con oltre cento vittime e molte decine di feriti) e uno all’aeroporto di Istanbul, contro altri oppositori. Nulla di strano, se si ricorda il sostegno plateale e multiforme della Turchia all’Isis nell’indifferenza del mondo politico e della grande informazione, che pudicamente evitano di ricordare la sua appartenenza alla Nato.

La caduta del sanguinario regime di Assad appare quasi come un gioco di squadra tra Tel Aviv e Ankara. I pesanti bombardamenti di Israele anche con aerei F35 dotati di tecnologie avanzatissime hanno distrutto le più importanti strutture militari di Teheran. Gli attacchi a obiettivi militari in Siria e in Irak hanno eliminato altri strumenti della difesa siriana, e la strategia di eliminazione dei leader e degli armamenti degli Hezbollah libanesi ha privato la Siria di un importante alleato. L’esercito siriano, un oggetto nelle mani di Bashar al Assad, era composto da uomini scontenti per le direttive presidenziali e per la paga da fame, che non avevano ormai alcuna motivazione per continuare a sostenere il tiranno al potere. La Russia, che insieme all’Iran garantiva il sostegno ad Assad, non ha voluto sottrarre energie alla guerra in Ucraina. La Turchia da tempo attendeva una situazione di debolezza per invadere il paese e conquistare Damasco per procura, utilizzando le bande di arabi islamisti al suo servizio.

Il sanguinario regime di Bashar al Assad era costituzionalmente laico. Gli Assad erano di religione Alawi, una corrente progressista dello sciismo. La caduta di Damasco ha spezzato la catena dello sciismo che, dopo la caduta di Saddam Hussein, collegava Iran, Irak, Siria e Hezbollah libanesi. La Siria è caduta nelle mani del fondamentalismo sunnita. Per Erdogan è un primo passo verso la realizzazione delle mire neo-ottomane più volte evocate, in particolare nelle celebrazioni per “Il secolo della Turchia”, che prevedono l’estensione dei suoi confini fino a Mossul e a Damasco, ed è soprattutto il coronamento della sua ossessione, la cancellazione della presenza kurda nel Rojava e l’annessione del territorio.

Come ben ha scritto Gianni Tognoni (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/12/13/ricordiamoci-di-rojava/), in Rojava dagli inizi della guerra civile è in corso l’esperimento illuminato di Daanes, Amministrazione autonoma democratica Nord-est Siria, che segue i principi del confederalismo democratico teorizzato da Öcalan. Da anni Ankara aggredisce il Rojava, che considera una emanazione del Pkk, nonostante la presenza di 900 militari Usa in basi talvolta condivise con le Forze Siriane Democratiche (Sdf) a guida kurda. Con la caduta di Damasco gli attacchi delle forze turco-jhadiste si sono intensificati. Nonostante la sproporzione numerica e negli armamenti le Sdf riescono a opporre un’accanita resistenza e a mettere in salvo la popolazione dei villaggi caduti nelle mani degli aggressori.

L’11 dicembre Mazlum Abdi, comandante in capo delle Sdf, ha annunciato un cessate il fuoco, raggiunto con la mediazione americana, dopo due settimane di assedio a Manbji (grande città a prevalenza araba, liberata dall’Isis a caro prezzo e ben amministrata da Daanes). Daanes chiede ora di partecipare ai negoziati per la formazione del governo con un programma democratico e pluralista, rispettoso delle minoranze etniche e religiose e della libertà delle donne. Una possibilità negata da Ankara, che dichiara di escludere la presenza dei «terroristi del Pkk e dell’Isis». D’altra parte il presidente Biden ha chiarito che «gli Usa non permetteranno all’Isis di ricostruire le proprie capacità in Siria» e le autorità Usa hanno più volte evidenziato l’importanza delle forze kurde nel contrastare l’Isis, pronto a risollevarsi. Il segretario di Stato Anthony Blinken nelle dichiarazioni conclusive dopo l’incontro a Ankara di venerdì 13 dicembre con il suo omologo Hakin Fidan e con Erdogan ha affermato: «È stato raggiunto un accordo per un governo che sia inclusivo e non settario, che protegga i diritti delle minoranze e delle donne, e che preservi le istituzioni dello Stato e fornisca servizi alla popolazione».

Tuttavia le nere bandiere del califfato sfilavano tra gli applausi per le strade delle città liberate. Tuttavia Muhammed al Bashir, da al Jolani nominato capo del governo provvisorio, è laureato in Sharia e durante la conferenza stampa seguita al suo insediamento il 10 dicembre brillava alle sue spalle una bandiera nel verde colore dell’islam recante al centro la dichiarazione di fede. Mevlude Askara, giornalista yazidi che ha conosciuto per anni le carceri turche a causa della sua attività osserva: «È possibile che le promesse vengono ufficialmente mantenute per le minoranze cristiane, anche se è prevedibile nei fatti che esse vengano discriminate. Ma è contro la natura del jihadismo accettare le religioni Yazidi e Alawi, e non considerare le donne come strumenti di procreazione asservite al marito e alla famiglia».

Gli autori

Laura Schrader

Laura Schrader, giornalista e studiosa della questione kurda (su cui ha scritto numerosi libri e articoli), è co-fondatrice dell'Istituto internazionale di Cultura kurda presieduto da Soran Ahmad, attivo a Roma dal 2012.

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