Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge Varchi, il 18 novembre, il ricorso alla maternità surrogata o gestazione per altri (di qui in avanti, per comodità, GPA) è diventato, nel nostro paese, “reato universale”. Che cosa cambia, posto che la legge n. 40/2004 già vietava, e puniva, chiunque «in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità»? I penalisti sono incerti sugli effetti pratici della nuova norma e, per lo più, sostengono che sarà inapplicabile. Ma un effetto la nuova legge, e il dibattito che ne ha accompagnato la nascita, lo sta già producendo: quello di far percepire la GPA come “qualcosa di sinistra”, da rivendicare in nome della libertà delle donne e dei diritti delle coppie omogenitoriali, minacciati da una destra retriva e oscurantista. È davvero così?
Che quello dei servizi riproduttivi sia una delle nuove frontiere dello sfruttamento capitalistico, interessato a investire sulla capacità procreativa delle donne più fragili dal punto di vista economico e culturale, lo sa chiunque affronti il tema con un minimo di conoscenza e consapevolezza. Si sostiene, però, che “un’altra GPA” sarebbe possibile: libera, gratuita, solidale. Basata sull’empatia che donne eccezionalmente generose provano nei confronti delle sofferenze di chi, per varie ragioni, non può avere figli. A livello internazionale, negli ultimi anni sono cresciuti i paesi che riconoscono la forma “solidale” o “altruistica” della GPA (quella che propone, in Italia, l’associazione Coscioni). Alcuni Stati, come l’India e la Cambogia, sono recentemente approdati a questa forma, dopo avere abbandonato quella apertamente commerciale, mentre a Cuba il nuovo codice di famiglia, del 2022, consente accordi di GPA solo a persone legate da rapporti di parentela o amicizia. A scanso di equivoci, bisogna chiarire che questa versione di GPA non comporta, comunque, l’assenza di un compenso per la gestante, a titolo di “rimborso spese”, ma anche di copertura dei mancati guadagni derivanti dall’astensione dal lavoro, previsti anche nel caso di donne disoccupate. E che le possibilità di eludere le norme miranti a evitare lo sfruttamento, in un campo come questo, sono infinite: come impedire che un ricco turista occidentale diventi “amico” di una donna cubana per ottenere l’accesso alle sue prestazioni riproduttive? Come verificare che non ci siano elargizioni e regali sottobanco, non rendicontabili come rimborsi-spese?
Non stupirà scoprire che in prima fila nell’enfatizzare la dimensione altruistica della surrogazione di maternità siano le agenzie specializzate nel fare incontrare (non certo a titolo gratuito) la domanda e l’offerta. La classica narrativa neoliberale, basata sull’ideale dell’individuo imprenditore di sé stesso, che investe economicamente sul proprio corpo, in questo caso funziona fino a un certo punto. Meglio allora puntare sulla (presunta) innata propensione delle donne alla generosità, all’altruismo, al dono di sé. Niente di veramente nuovo, intendiamoci: Alain Caillé, il fondatore del Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali (Mauss), fin dagli anni Novanta metteva in guardia dall’abilità del capitalismo nel «mobilitare il non-utilitario, tutte le capacità di entusiasmo, dedizione, di senso del lavoro ben fatto, di generosità, di gusto del rischio al servizio dell’utilitario» (Critica della ragione utilitaria, Bollati Boringhieri 1991, p. 48). In questo caso, al servizio di un mercato fiorente e potenzialmente in espansione, fatto di agenzie, cliniche, consulenti legali, psicologi, assicurazioni, che fornisce il retroterra indispensabile alla stessa GPA “solidale”.
Che cosa rispondere, tuttavia, a chi oggi, a sinistra, e in una parte del femminismo, osserva che non sempre la previsione di un compenso (a titolo di retribuzione o di rimborso spese) comporta l’assenza di un movente altruistico (come nel caso dei lavori di cura)? E immagina una legislazione sulla GPA rispettosa della libertà delle donne, che riconosca fino all’ultimo il diritto della gestante a recedere dal contratto? È quanto auspicava, ad esempio, Michela Murgia in Dare la vita (Rizzoli, 2024): si leggano i capitoli significativamente intitolati: Pagate non vuol dire vendute e Libere di scegliere fino all’ultimo. Il problema, tuttavia, è capire se – e come – sia effettivamente possibile garantire la libertà delle donne contestualmente alle legittime aspettative delle coppie che con loro si accordano. Per toccare il tema più scabroso: che cosa succede se la donna decide di abortire? Se ci fa, giustamente, inorridire la presenza delle associazioni Pro-life all’interno dei consultori, dovrebbe farci inorridire anche l’idea che qualcuno di diverso dalla donna incinta – i committenti, i professionisti dell’agenzia – possa interferire sulla sua scelta di proseguire o non proseguire la gravidanza. Anche quando la coppia committente, cui molte leggi (e il disegno di legge Coscioni) attribuiscono lo status genitoriale «a partire dal trasferimento in utero dell’embrione», ha fornito, in tutto o in parte, i gameti necessari alla fecondazione in vitro. O dovremmo sconfessare una storica conquista del femminismo e riconoscere al padre genetico il diritto di dire la sua sull’interruzione della gravidanza della compagna?
Più in generale, come garantire che una donna rimanga libera “fino all’ultimo” (dopo il parto) di scegliere se diventare, o non diventare, madre? Le leggi attualmente esistenti in caso di controversie tra le parti affidano la decisione a un giudice, non alla donna. Così stabilisce anche il progetto di legge Coscioni. E ciò per ragioni comprensibili. È possibile ipotizzare di riconoscere alla madre surrogata un diritto incondizionato di recesso, senza prevedere nessuna penale, né la restituzione di quanto ottenuto a titolo di rimborso spese? Evidentemente no: significherebbe penalizzare in modo eccessivo gli aspiranti genitori, che hanno investito somme ingenti, e incoraggiare comportamenti truffaldini. D’altra parte, come può essere considerata libera di cambiare idea una donna che potrebbe non essere in grado di restituire quanto ricevuto? Il problema, in termini civilistici, non è solo complicato da risolvere. È insolubile. E ci fa toccare con mano come una gravidanza, per il coinvolgimento fisico ed emotivo che comporta, non sia paragonabile a nessuna altra “prestazione” o servizio, regolamentabile per via contrattuale.
Cerco di chiarirmi meglio. Qui il problema non sono i “contratti capestro”, come qualcuno sostiene (https://vll.staging.19.coop/societa/2024/11/07/sulla-gestazione-per-altri-una-questione-chiara-e-un-paradosso/link). È la forma-contratto, in sé, ad essere incompatibile con il riconoscimento alla gestante del diritto a rimanere sovrana sul proprio corpo e a decidere autonomamente sulla relazione, specialissima, che la lega al nascituro. Trattandosi di un diritto fondamentale – inviolabile, inalienabile, indisponibile – tale diritto non può essere subordinato alla pretesa dei committenti di ottenere quanto pattuito (che, tecnicamente, si configura come un diritto patrimoniale). A meno di voler scardinare e stravolgere la gerarchia delle fonti stabilita dal costituzionalismo del Novecento e, nello specifico, dalla nostra Costituzione. In ultima analisi, la libertà delle donne può essere garantita “fino all’ultimo” solo dando loro la possibilità di decidere se riconoscere, o non riconoscere, il bambino che hanno partorito come loro figlio, come oggi possono fare avvalendosi dell’istituto del parto anonimo. Senza nessuna legge e nessun contratto a vincolarle.
Tornando all’alternativa destra-sinistra, ha suscitato scalpore, e non poca ironia, il caldo abbraccio tra Giorgia Meloni ed Elon Musk, padre di diversi bambini ottenuti con la GPA. Nessuno ha riflettuto, tuttavia, sul fatto che la crociata della destra trumpiana contro la libertà delle donne ha per obiettivo l’aborto, non certo la GPA, che negli Stati Uniti è largamente accettata, in entrambe le forme, commerciale e “altruistica” (di fatto – come ho tentato di spiegare – difficilmente distinguibili). La surrogazione di maternità, del resto, è pienamente compatibile con la difesa della famiglia tradizionale, come dimostra il fatto che la stragrande maggioranza di coloro che vi ricorrono sono coppie eterosessuali, per le quali il “sangue” (i geni) rappresenta evidentemente un valore aggiunto rispetto a possibili forme, davvero solidali, di genitorialità (adottiva, affidataria, sociale).
Se gli Stati Uniti sono, non da oggi, all’avanguardia quanto a sfruttamento della capacità riproduttiva delle donne, l’Europa è rimasta, per il momento, ai margini di questi nuovi mercati. Checché ne dica chi cerca di far passare l’idea dell’eccezionalità del divieto esistente in Italia, dei 27 paesi dell’Unione europea solo cinque hanno, finora, legalizzato la GPA: Cipro, la Grecia, la Macedonia del Nord, l’Irlanda e il Portogallo. Nel resto dell’UE – Spagna, Francia, Germania, Belgio, paesi scandinavi… – leggi, anche recenti, prevedono espressamente che ricorrere alla GPA sia un reato (per quanto non “universale”). Mentre, allargando lo sguardo all’Europa in senso geografico, la GPA è perfettamente legale in paesi non certo all’avanguardia nella difesa dei diritti delle minoranze, come la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina, oltre che nel Regno Unito.
La legalizzazione della GPA, per lo meno nella forma commerciale, è d’altronde espressamente vietata dall’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che vieta di fare del corpo umano e di sue parti una fonte di lucro. Un retaggio del vecchio “modello sociale europeo”, che tentava di stabilire qualche argine al capitalismo rampante? Non è detto, naturalmente, che la resistenza alla GPA in quest’area del mondo regga di fronte all’assalto delle potenti lobbies che tentano di promuoverla. Ma sarebbe paradossale se la sinistra lasciasse la bandiera della lotta contro la mercificazione a chi la agita strumentalmente, non avendo nessun titolo, e nessuna credibilità, per sventolarla…

Ineccepibile. Non capisco, davvero, come si possa inquadrare diversamente tale questione e dirsi femministe, democratici o di sinistra. Qualsiasi sia la sfumatura di significato che si vuol dare a queste parole.
Grazie per la chiarezza