Lega: la strada che porta da Bossi a Salvini

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Sin dalle sue origini, la Lega è sempre stata governata da un opportunista privo di una dimensione professionale, se non quella del politico pronto a soffiare sul fuoco degli istinti più primitivi dell’elettorato. Potrei classificare un leader del genere in molti modi diversi, nessuno dei quali gli piacerebbe, ma siccome nella mia carriera di giornalista d’inchiesta di querele per diffamazione ne ho avute già fin troppe, lascio ai lettori la facoltà di farlo senza alcun mio input.

Nella sua evoluzione culturale la Lega è passata dall’astio per i “terroni” all’odio per neri o mussulmani e infine alla teoria della cosiddetta “sostituzione dei popoli”, introdotta da Adolf Hitler in Mein Kampf. Nella sua evoluzione politica, la Lega ha prodotto prima Umberto Bossi e poi Matteo Salvini: da un caotico capopopolo in canottiera siamo così passati a un uomo che ha sempre saputo essere “pop” con disciplina. La mancanza di coerenza è rimasta però assolutamente la stessa: Bossi non ha mai smesso di sbandierare il proprio antifascismo pur essendo corresponsabile (con Silvio Berlusconi) dello sdoganamento politico degli ex neo-fascisti; Salvini si è fatto largo in un movimento autonomista-indipendentista grazie alle sue sparate sui “napoletani” ma una volta raggiunto il vertice ha sposato la retorica dei più reazionari nazional-sovranisti. Una volta eletto Segretario, come sua spalla ha prima scelto un giornalista che in redazione teneva il ritratto di Hitler (non credo Gianluca Savoini possa querelarmi sapendo che ho la foto della sua stanza a La Padania), per passare a un parà che trova ispirazione nella X Mas (Roberto Vannacci ne ha dato dimostrazione così tante volte da rendere la querela palesemente infondata).

Rimanendo sempre sotto il 9% dei voti, ai tempi di Bossi la Lega pareva una fucina di pagliacciate più che una minaccia all’unità nazionale o ai valori antifascisti riflessi nella Costituzione. Ma con Salvini è prima esplosa e poi è stata superata dal suo partner governativo che nel neo-fascismo aveva le sue origini. Negli ultimi due decenni, Lega e Fratelli d’Italia hanno quasi triplicato i loro voti fino a rappresentare circa il 40% degli elettori italiani. E oggi abbiamo un ministro della Cultura che si vanta di aver avuto un nonno repubblichino e uno savoiardo e ha un’aquila tatuata nel petto.

Sia Bossi sia Salvini hanno avuto notevole fiuto politico. Il primo nel vedere che, con la caduta del muro di Berlino, la fine delle ideologie e l’incombente crisi dei modelli industriali occidentali, si stava aprendo un varco elettorale per chiunque riuscisse a manipolare un elettorato che dai sogni del miracolo economico stava passando agli incubi dell’incertezza. Aveva così trovato nella xenofobia regionale il più facilmente istigabile e manipolabile degli istinti. Salvini ha fatto il salto successivo, istigando e manipolando lo spauracchio più inquietante di tutti: quello dell’uomo nero. In questa galoppata nel buco nero dell’odio xenofobico sono entrambi divenuti ministri di una Repubblica ispirata agli ideali di quei pochi coraggiosi che avevano rigettato e combattuto il fascismo.

Con la xenofobia tribale della Lega, per la seconda volta in un secolo, l’Italia ha fatto da apripista politico nel mondo occidentale. In Germania l’AfD è esplosa in popolarità, in Francia Marine Le Pen potrebbe conquistare l’Eliseo, in Svezia, Austria, Olanda spadroneggiano ultranazionalisti, o addirittura ex neo-nazisti. Per non parlare di Victor Orban, altro opportunista che da lidi liberal-democratici è passato all’autoritarismo nazional-sovranista filo-putiniano, e soprattutto del possibile ritorno alla Casa Bianca di quel bancarottiere, molestatore sessuale, propagatore di menzogne, contestatore di risultati elettorali incontestabili, frequentatore di razzisti e figlio di un filo-nazista di Donald Trump (tutto dimostrato da fatti o tribunali, quindi direi che neppure qui ci sono i margini per una querela).

Con la stessa spudoratezza che il secolo scorso portò Benito Mussolini dal socialismo al fascismo, Bossi e Salvini hanno fiutato e sfruttato per primi le opportunità politiche date dalle emozioni fomentate da stravolgimenti strutturali comuni a tutto l’Occidente. Pur con le rispettive variazioni nazionali, è infatti chiaro che il grande regresso democratico dell’epoca che stiamo vivendo sia da attribuire principalmente a due emozioni umane dovute a due grandi trend mondiali: l’ansia causata dalla destabilizzazione economica e la paura destata dalle grandi migrazioni di popoli di etnie, razze e religioni diverse, alimentate dalla povertà, dai cambiamenti climatici e soprattutto dal revival di quel terribile ma apparentemente indelebile impulso umano che è l’aggressività armata.

Non sarà facile riuscire a controllare quelle emozioni o ribaltare quei trend, ma non lo era neppure combattere il fascismo. Eppure, c’è stato chi non ha esitato a farlo. Oggi in Italia c’è chi raccomanda l’oblio, invece io dico che è il momento di ricordare.

Gli autori

Claudio Gatti

Claudio Gatti è un giornalista investigativo di base a New York autore de “I demoni di Salvini: i post-nazisti e la Lega. La più clamorosa infiltrazione politica della storia italiana” (2019, Chiarelettere) e più recentemente de “Il quinto scenario - atto secondo: i missili di Ustica. La strage del 27 giugno 1980. Le risposte, dopo decenni di domande” (2024, Fuoriscena)

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One Comment on “Lega: la strada che porta da Bossi a Salvini”

  1. Qualcuno fiutò il percorso, dalla Lombardia dei tardi anni 80. I padri Veneti che sgobbavano per i figli (e bestemmiavano perchè questi preferivano bucarsi piuttosto che cospargersi d’ipocrisia nei paesi e nelle aziende) vedevano nell’Autonomia regionale la Speranza Rabbiosa. La pseudosinistra si stava già svuotando, così quella speranza accoglieva anche qualcuno di umano, pronto a sopportare i rabbiosi con un sorriso. E intanto i furbastri al vertice parlavano di “costola della sinistra”. Gli stessi che oggi magari si fingono sopra un PD troppo a destra.
    Il neofascismo dei Salvini e Borghezio si costruiva un percorso più promettente lì, dalle parti di un Miglio, rispetto ai vecchi arnesi degli Anni di Piombo. Ma quegli arnesi non li dimenticava, pronto ad affratellarsi alla prima occasione di governo. Capocameriere Berlusconi, chef NATO. Anche le mafie fiutarono per un po’ l’aria, tentandola al sud prima che lo chef la ammorbasse d’altre puzze… e la storiaccia ebbe altre puntate, nè finisce oggi…

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