Nello sport passioni tristi

Download PDF

Non foss’altro che per oziare nelle ore pomeridiane e canicolari, è difficile sfuggire in questi giorni ai servizi dalle Olimpiadi e al chiacchiericcio che generano. Premetto che condivido il giudizio che Livio Pepino ha esposto in un suo recente articolo (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/08/02/olimpiadi-vincere-e-meglio-ma-perdere-non-e-un-fallimento/): pur nel fiume di retorica insopportabilmente nazionalista, ancor più lutulento delle acque della Senna, qualcosa di buono, di genuino e di dissonante emerge sempre. Anche qui, però, ciò che c’è di buono e spontaneo mi pare essere in misura decisamente inferiore al mortifero trionfo della spettacolarizzazione ad ogni costo. La mia impressione è che il cattivo gusto vada di pari passo con la retorica e la negazione del buon senso e che la politica nazionale e di governo, che delle tre qualità negative sopraelencate ha dimostrato di essere maestra, ci si tuffi con un avvitamento, senza preoccuparsi di entrare in acqua a 90° (tanto, si sa, Meloni eccelle nella visione a 360°, che esprimono per metafora il suo illuminato punto di vista sulle cose del mondo; riportandolo ai tuffi, il suo è un ingresso in acqua di pancia, come quello che caratterizza gli approdi al suolo di gatto Silvestro, con conseguente rotazione di 180°: detto più volgarmente, una panciata pura, con ribaltamento immediato sul dorso).

Esemplare tra tutti l’intervento della premier sul caso della “nostra” pugile (pugilessa?) Angela Carini, che ha abbandonato l’incontro dopo 46 secondi dall’inizio, poiché la sua avversaria, Imane Khelif, le aveva fatto “malissimo”. Del pugno tremendo nessun segno visibile per lo spettatore incredulo, che almeno un fiotto di sangue dal naso se lo sarebbe aspettato. A me importa poco della nobile arte del pugilato, che non mi piace; mi importa di più non essere presa in giro da una ragazza che, dopo nemmeno un minuto di incontro, decide di sottrarsi alla tortura della più forte avversaria e di dare inizio a un indecoroso vespaio, che arriva a coinvolgere persino la “nostra” presidente del Consiglio, la quale, dopo aver dato il suo parere illuminato è andata a trovare la povera Angela, la quale, a sua volta, ha rilasciato questa dichiarazione: «Poco fa l’ho incontrata. L’ho ritrovata come una mamma quando incontra una figlia, si è immedesimata subito in me e mi ha accolta come una figlia. Quello che ho visto sono stati i suoi occhi quando mi ha guardata e ha detto “non mollare, oggi tutto questo non dipendeva da te. Vai avanti e credi nei tuoi sogni». E noi ce la dobbiamo bere? In nome di cosa, in nome del fatto che tutto è possibile e che quindi l’ipotesi molto verosimile di una sceneggiata preordinata debba essere per forza scartata? Ma insomma, il caso ha fatto scalpore (come magistralmente illustrato da Giuliano Granato: https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/08/05/genere-e-fake-news-a-margine-di-un-non-incontro-di-pugilato/) e ha prodotto il tipico risultato italiota: le acque del mar Rosso si sono aperte e immediatamente si sono create due tifoserie: quella di destra, che sosteneva la Khelif essere un uomo e quindi non potersi battere contro una fragile fanciulla, e quella di sinistra, forse un po’ più confusa (strano!) ma tesa a sostenere che Imane è una donna, mentre avrebbe dovuto limitarsi a denunciare con forza la deplorevole messa in scena e il ancor più deplorevole intervento del primo ministro. Non è stato affatto un bello spettacolo.

In realtà, non essendo appassionata di sport agonistico, presto le Olimpiadi mi hanno stancato. La smart tv mi ha portato nel passato e, più o meno casualmente, ho ritrovato uno degli sceneggiati televisivi di maggior successo alla fine degli anni Sessanta, La freccia nera, di cui ricordavo a memoria tutta la bella sigla finale.: Più vagamente ricordavo la vicenda, tratta da un romanzo di R.L. Stevenson (vero e proprio romanzo di formazione nel romanzo di avventura) e, ancor più vagamente i dialoghi televisivi. La cornice storica è quella della guerra delle Due Rose, all’interno della quale si inserisce la vicenda di Dick Shelton e di Joan Sedley. Dick, il cui tutore è Sir Daniel, un nobile cinico e opportunista, pronto a passare dalla parte degli York a quella dei Lancaster, apprende in circostanze fortunose che Sir Daniel ha fatto assassinare suo padre. La notizia sconvolge Dick, che passa dalla parte dei ribelli della Freccia nera, che si battono per la giustizia e contro la prepotenza di aristocratici senza scrupoli come Sir Daniel. I ribelli, come Robin Hood, tolgono ai ricchi per dare ai poveri, mettono tutto in comune hanno un capo, Ellis, che non vuole essere definito tale, prendono ogni decisione all’unanimità, sanno che la guerra non ha altro fondamento se non la rapacità, sono leali e molto coraggiosi.

Quello che oggi può colpire nei dialoghi dello sceneggiato è l’insistenza su questi temi e sul tema della giustizia sociale. A un frate che lo esorta a non coltivare la vendetta e a non esercitare violenza, Dick risponde esortandolo a fare questo stesso discorso ai nobili, ai potenti, a coloro che esercitano continuamente violenza sui più deboli; solo allora sarà disposto ad ascoltarlo e a seguirlo anche lui. Come dire che il porgere l’altra guancia non è più una virtù. Di puntata in puntata si rafforza l’idea che è giusto battersi contro l’ingiustizia, che potere e ricchezza sono frutto di usurpazione a danni di altri; il potere viene dipinto a fosche tinte e il cattivo che muove l’azione ha la faccia tagliente e mobile di Arnoldo Foà. Alla fine di ogni puntata arriva la sigla, quella che mi ricordavo a memoria: «Vieni fratello è questa la gente, che val meno di niente, perché niente non ha. Ma se il destino rovescia il suo gioco nascerà nel mattino una freccia di fuoco, la libertà».

Queste le idee che assimilavano i bambini e i ragazzi del 1968 dalla sigla epica, sulla trascinante musica di Riz Ortolani, dopo aver visto le emozionanti avventure di Dick e Joan, dopo aver compreso che i fuorilegge sono più vicini alla giustizia dei detentori del potere e che le guerre opprimono i poveri, che le devono fare, e portano vantaggio soltanto a chi ha il potere. Imparavano che la solidarietà affratella e rende allegri (i briganti – e qui c’è un po’ di didatticismo – ridono spesso), il potere isola e rende cattivi (altra briciola di didatticismo – la mimica feroce di Arnoldo Foà e l’aspetto inquietante di Richard, duca di Gloucester). E se la televisione pubblica offriva prodotti simili vuol dire che le idee in circolazione erano quelle: passioni buone, non passioni tristi come quelle che da troppo tempo hanno preso il sopravvento e che si infiltrano ovunque, anche nelle parole dette tra le lacrime da una ragazza che non esita a farsi strumento di una polemica a dir poco idiota. Non è sbagliato, credo, far attenzione anche a questi avvilenti episodi; prima o poi, se avremo coraggio, costanza, memoria e idee buone, il destino rovescerà il suo gioco. Sino a quel momento inutile far finta di niente. La strategia migliore, che possiamo praticare più facilmente se saremo in tanti, è quella di non lasciare nulla che ci sembri ingiusto senza almeno un commento, che denunci ogni conformismo ed ogni azione nata da ossequio al potere. Saranno queste le nostre frecce nere e serviranno a far circolare l’idea di una convivenza diversa, dalla quale, come oggi purtroppo accade, non sia messa al bando ogni idea elementare di giustizia sociale.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

Guarda gli altri post di: