Donald Trump ha ricordato recentemente agli alleati europei della Nato che negherebbe il sostegno militare in caso di attacco, ove non fossero virtuosi negli investimenti in spese militari. Non è una novità. Già Trump aveva attaccato la Nato e il suo ruolo durante il suo mandato presidenziale e la questione dell’impegno ad accrescere le spese militari al 2% del PIL è stato tema di discussione e decisione da parte della Nato.
Non è nuova neppure la reazione degli alleati: scandalo, riprovazione e, soprattutto, paura. La presa di distacco dall’Europa e dai suoi problemi da parte degli Stati Uniti è stata assunta come una catastrofe, come una prospettiva di isolamento e crescita della vulnerabilità e dell’insicurezza. E la risposta, naturalmente non poteva che essere una: impedire il distacco degli Stati Uniti dagli affari europei o, in alternativa, sostituirli. L’unica proposta è stata il rilancio dell’esercito europeo, che inevitabilmente diventerebbe, se vuole essere deterrente, anche forza nucleare. Risorse inimmaginabili verrebbero buttate nel pozzo senza fondo del sostegno alle guerre e si perderebbe ancora una volta l’occasione per cercare un nuovo ordine del mondo, una nuova regola di convivenza e collaborazione.
Non viene in mente a nessuno (e purtroppo neppure a nessuna) dei (delle) governanti europei che ciò che avviene negli USA possa essere un sintomo di fallimento della politica estera e di difesa della Nato, di una crescente sfiducia degli statunitensi nella capacità di quella politica di assicurare sicurezza e benessere. Non viene in mente a nessuno che ormai è ora di cambiare il punto di vista, lo sguardo che abbiamo sul mondo e sulle cose. Alla provocazione di Trump, dovremmo rispondere che sono le alleanze militari che devono essere messe in soffitta, che non garantiscono più né sicurezza, né tanto meno benessere e che l’Europa potrebbe difendere con molto maggiore successo la propria esistenza con la trattativa, la collaborazione, la sicurezza reciproca. Invece gli europei si stanno accingendo a ripetere l’errore compiuto all’indomani dello scioglimento del Patto di Varsavia, quando, invece di comprendere che si aveva di fronte la grande occasione per disarmarci reciprocamente, gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno scelto la via del dominio unipolare, fondato sulla forza militare usata in tutti i teatri dl mondo. Quanti avvertimenti dovremo ancora avere per comprendere la necessità di cominciare a pensare e ad agire in modo profondamente diverso?
Nel giro di pochi anni sono diventate emergenze quotidiane del presente questioni che pensavamo estranee alla nostra “confort zone” europea. Il riscaldamento globale, con l’avvicendarsi sempre più frequente di eventi estremi, ha ormai posto davanti agli occhi di tutti la necessità di cambiare drasticamente, rapidamente e insieme in modo socialmente compatibile il nostro modo di produrre e di consumare, dall’abitare, al coltivare, al produrre, al mangiare. La pandemia di Covid 19 ha improvvisamente ricordato a tutte e tutti che nessuno può salvarsi da solo, che nessuno, a parte forse pochissimi, possiede tante ricchezze, conoscenze e opportunità per potersela cavare. La crescita dei fenomeni migratori, delle persone che sfuggono alle guerre o alle catastrofi ambientali, ma anche delle donne e degli uomini che cercano nuove opportunità di vita, ha riaperto nelle nostre società la spirale perversa della guerra tra poveri. E, infine, il ritorno terribile della guerra, della potenza militare come strumento di definizione dei rapporti di forza e di gerarchie nel mondo e nelle sue diverse aree. È tornata la guerra, non più confinata tra i poveri e i derelitti del mondo, ma in Europa, nel Mediterraneo, a un passo dalle nostre case. E se ancora non ne paghiamo il prezzo diretto di sangue e distruzione, cominciamo a risentirne gli effetti nell’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, nel rallentamento dei commerci e delle comunicazioni, nella crescita delle andate migratorie. Quante di queste guerre “combattute dall’occidente” abbiamo perso? Tutte. Quanto hanno migliorato queste guerre i paesi in cui le abbiamo portate? Per nulla, anzi. Abbiamo alimentato odio, nazionalismi, povertà.
Ma di tutto questo sembra che in Europa abbiamo perso cognizione. Le novità portate dalla pandemia sono state archiviate e l’utilizzo del PNRR, del debito comune è stato via via depotenziato dei suoi (pochi già in origine) aspetti innovativi. Le misure di riconversione ambientale vengono via via rinviate, allontanate nel tempo, messe in secondo piano, mentre sia l’Europa che i singoli paesi sembrano del tutto incapaci o impossibilitati ad aiutare economia, società e sistemi pubblici ad affrontare le sfide della crisi climatica e della riconversione necessaria. Il patto di stabilità, che tanto ha danneggiato le nostre società e i nostri sistemi pubblici costringendo alle politiche di austerità, di privatizzazioni e tagli, è stato ripristinato senza nessun reale ripensamento. C’è un’unica voce che non va in crisi e c’è un’unica spesa che non viene messa in discussione: quella per gli armamenti. Nessun dubbio sembra sfiorare le menti dei governanti europei. E tutte e tutti noi siamo dentro a una sorta di drammatica coazione a ripetere politiche che già hanno fatto fallimento e che stanno conducendo il mondo in una situazione di guerra diffusa, permanente e senza sbocco.
In questa situazione, la sinistra, le forze che tali ancora si definiscono sembrano, nella migliore delle ipotesi, ridotte all’afasia. Non riescono a costruire nessuna alternativa. Anzi, non ci provano neppure. Sembrano accontentarsi dei sondaggi che sembrerebbero assicurare per il prossimo Parlamento europeo maggioranze simili all’attuale, ancorché indebolite. Lo status quo, questo sembra l’unico obiettivo auspicabile e desiderabile. Così la domanda se valga la pena di andare a votare diventa inevitabile. Non a caso i sondaggi rivelano che via via che ci si avvicina la voto, paradossalmente, aumenta, invece che diminuire, la percentuale di quanti non sanno se andranno alle urne. Oltre alla domanda inquietante su chi votare nel giugno prossimo, se esisterà o meno un riferimento per chi volesse sentirsi di sinistra, ne esiste un’altra, forse ancora più preoccupante: per cosa siamo chiamati a votare alle elezioni europee? Questo secondo interrogativo è in realtà preliminare. Anzi, in una qualche misura pregiudiziale.
L’abitudine della politica italiana di considerare le elezioni europee, che, si svolgono con il metodo proporzionale e quindi non obbligano a coalizioni e alleanze, come una grande primaria per misurare forza e consenso non solo tra i partiti, ma anche tra i/le leader degli stessi movimenti, rischia, questa volta, di allontanare dalle urne anche i più fedeli praticanti del dovere del voto. Se la Comunità esiste è per rinviarle addosso le palle difficili o per invocarne principi e valori originali, ormai sbiaditi nella consapevolezza comune. Eppure non si può dire che l’Europa non sia presente, nel bene e, va detto, soprattutto nel male. L’Europa è in guerra e noi siamo in guerra con lei. Mandiamo armi all’Ucraina, costruiamo missioni militari nel Mar Rosso, subiamo di fatto la follia di Netanyahu, partecipiamo, più o meno consapevoli e convinti, alla battaglia di sopravvivenza armata di un occidente sempre meno forte economicamente e sempre meno democratico, sempre meno attrattivo.
Le piazze europee sono state attraversate da lotte e movimenti che, senza letture alternative, senza politiche pubbliche efficaci, senza cura delle compatibilità sociali, rischiano di trovare il nemico nelle politiche di riconversione ambientale. Cosa può rendere interessante il voto europeo? Cosa può portare i milioni di cittadini italiani a votare nel prossimo giugno, a partire da me? Cosa può segnalare l’inizio di un nuovo modo di pensare le nostre società e le nostre vite?
Il sistema elettorale europeo è, fortunatamente proporzionale. Possiamo votare per chi ci convince di più e non solo per chi ci dispiace di meno. Non è più sufficiente oggi, la denuncia dei mali dell’ordoliberismo. Occorre proporre un obiettivo, grande, ma praticabile e comprensibile. Un obiettivo che apra la strada a politiche diverse, liberi le risorse per un nuovo paradigma, che sostituisca la competizione, e lo sfruttamento e la rapina delle risorse, con la cura per le persone e per il nostro mondo. Credo che abbiano ragione Santoro e La Valle: quell’obiettivo è la fine della guerra in Europa e della partecipazione europea alle guerre di dominio ad alta e bassa intensità ovunque nel mondo. Se si esprimesse, se non in tutta Europa, almeno in Italia, in un voto così motivato, una parte di quel sentimento pacifista che si manifesta oggi solo nei sondaggi e nelle mobilitazioni, questo sarebbe un segnale forte. Esprimerebbe una voglia di cambiamento, una volontà di liberare le risorse impegnate nelle guerre, di avere un’Europa capace di accompagnare la società e le attività verso la riconversione ecologica, di ragionare con equità sugli accordi commerciali, di combattere la povertà e i lavori poveri e precari, di impegnare risorse nella salute, nella ricerca, nella vivibilità delle nostra città, nella costruzione di modelli diversi di produzione e consumo. Le idee ci sono. Sono le volontà che mancano. Alla fine, non è più l’unità quella che conta, per avere una lista attrattiva. Se si è insieme è bene. Ma se si è chiari, è meglio.
