Lunedì scorso il Consiglio Comunale di Torino ha approvato, in maniera massicciamente emendata, la proposta di delibera di iniziativa popolare “Vuoti a Rendere” (VAR), frutto di una campagna partita quasi due anni fa e che ha visto l’impegno e la convergenza di decine di associazioni torinesi che operano per la difesa del diritto all’abitare.
I principali punti della proposta originale erano, in estrema sintesi: una moratoria sulla vendita del patrimonio pubblico di proprietà del Comune; l’effettuazione, in tempi certi, di un censimento del patrimonio edilizio pubblico e privato, al fine di individuare la presenza di alloggi in stato di abbandono da più di due anni, limitato ai proprietari con cinque o più alloggi sfitti; il rafforzamento dell’agenzia comunale Locare, che si occupa dell’incontro fra proprietari e persone in cerca di alloggio in affitto, aumentando le risorse per favorire la firma di contratti a prezzo concordato con la possibilità di fornire idonee garanzie pubbliche, ma anche per svolgere un ruolo di controllo sui grandi proprietari, con l’uso della diffida o di altre forme sanzionatorie; il ricorso, in caso di ingiustificato abbandono, sempre riferito ai proprietari di più di cinque alloggi, all’istituto della requisizione, previsto dalla legge. Si trattava (e si tratta) di proposte non particolarmente rivoluzionarie (tanto che alcuni le avevano criticate perché troppo moderate), che puntavano, a partire dalle migliori pratiche sviluppate in Italia e in Europa e restando nell’alveo della legislazione vigente, ad affrontare il problema delle decine di migliaia di famiglie che si vedono negato l’accesso a una abitazione decente a prezzi sopportabili, in presenza di decine di migliaia di alloggi sfitti, e a contrastare la logica che vede nel territorio una pura occasione di estrazione di valore.
Dopo lunghi silenzi e improvvise accelerazioni, in una situazione caotica, in cui la politica istituzionale mi ha ricordato le scene da saloon dei vecchi film western, è stata approvata una delibera pesantemente modificata: è rimasta la proposta di moratoria; invece del censimento, viene proposta una stima (che vuol dire una raccolta dati generica, che non individua i proprietari); viene proposto di rafforzare Locare, come strumento di mediazione e di incontro fra domanda ed offerta, senza possibilità di diffide o simili; è cancellata l’ipotesi di requisizione, e non ci sono riferimenti all’introduzione di sanzioni. È stato però introdotto un punto che prevede, “in occasione della redazione del nuovo regolamento edilizio comunale (che dovrà essere obbligatoriamente fatto contestualmente al nuovo piano regolatore) di inserire strumenti innovativi atti a disincentivare e contrastare le conseguenze, socialmente e/o ambientalmente rilevanti, del perdurante e ingiustificato inutilizzo di proprietà immobiliari non locate, in riferimento al superiore interesse pubblico e a ciò che prevede la legislazione regionale e nazionale al riguardo».
La delibera è passata con un margine risicato, con parte della maggioranza (Moderati, Torino Solidale e Viale-Radicali) che ha votato contro, insieme all’opposizione, e grazie al supporto dei consiglieri dei 5Stelle. Fin qui la cronaca.
A caldo, le reazioni e i giudizi sono stati molto vari: per quanto riguarda i proponenti, alcuni la considerano talmente annacquata che non è di nessuna utilità, altri la giudicano comunque un passo avanti. Per non parlare dei commenti della stampa, tutta concentrata sulle dinamiche politiche all’interno del Consiglio comunale, in confronto alle quali i contenuti sono poco rilevanti. Vorrei, dunque, provare a analizzare in maniera un po’ più pacata la vicenda e i suoi risultati e riflettere sulle implicazioni politiche che ne derivano, con l’avvertenza che si tratta di considerazioni fatte a titolo personale che non rappresentano la posizione del Coordinamento VAR (in cui il confronto è in corso).
La campagna aveva fin dall’inizio una debolezza strutturale: alle sue spalle non c’era un movimento organizzato di soggetti che rivendicavano diritti, ma la mobilitazione di un gran numero di associazioni che lavorano a Torino sui problemi della casa (potremmo dire quasi tutte, almeno quelle rilevanti e impegnate sul fronte dei diritti, con un esempio inusuale e importante di convergenza di realtà e storie molto diverse). A Torino, come in altre grandi città, la situazione sociale e la cappa politica non sono propizie in questa fase alla crescita di movimenti di lotta sul territorio… Sarebbe utile rifletterci. Ciò nonostante, la campagna ha avuto fin dall’inizio grande risonanza, perché ha sollevato il velo su una situazione che tutti sanno essere gravissima ma molti cercano di fare come se il problema non esista. La grande risonanza ha subito scatenato reazioni ingiustificate e violente da parte delle forze di destra, delle associazioni della proprietà immobiliare (che hanno orchestrato campagne di stampa denigratorie, accusando i proponenti di bolscevismo, politiche nordcoreane e simili amenità) ma anche da parte di settori della maggioranza, in maniera diversificata. Il principale partito che sostiene la Giunta, il PD, aveva dichiarato la sua netta contrarietà al punto relativo alle requisizioni, mentre su altri era disponibile al confronto. A questo stop si sono aggiunti i rilievi tecnici degli uffici, che con interpretazioni in alcuni casi fondate e in altri discutibili, avevano dichiarato inammissibili altri punti della proposta. Ne è seguita una fase molto complicata di interlocuzioni, con le destre e le associazioni della proprietà edilizia che continuavano a soffiare sul fuoco, senza mai entrare nel merito delle singole proposte. Un grande rumore di fondo ha accompagnato tutta la vicenda.
Il coordinamento VAR ha scelto di accettare il confronto, che, come succede in questi casi, ha avuto alti e bassi. L’obiettivo era capire quanto si poteva portare a casa: potevamo dire che sulle nostre proposte non si trattava, ma abbiamo fatto una scelta diversa. Abbiamo trovato in un pezzo della maggioranza, significativamente nel PD, un interlocutore con cui si poteva discutere. C’erano i no, ma c’erano anche i punti che potevano essere accettati. Ha avuto senso tutto ciò? Se si parte con una proposta di delibera di iniziativa popolare, si va per forza a finire a confrontarsi con le istituzioni, a meno di fare solo propaganda. E qui cominciano i problemi. Il confronto fra i portatori di istanze di base e le istituzioni è, per forza di cose, un dialogo fra realtà che si muovono, in questa fase storica, in mondi diversi: chi cerca di ottenere qualche obiettivo concreto e chi vive i tempi e i modi dei rapporti dentro e fra soggetti politici, con l’attenzione agli equilibri e al proprio destino personale, e che strutturalmente è soggetto a condizionamenti di varia natura. Cosa se ne cava? In genere poco, ma non c’è altra strada, almeno oggi. Credo che noi abbiamo sempre avuto presente questa separatezza, anche nei momenti di interlocuzione più complicati: loro erano da una parte del tavolo, noi dall’altra, e ciascuno doveva assumersi le sue responsabilità.
Come valutare il risultato? La delibera, così come è uscita dall’aula, cambia qualcosa per la gente che ha bisogno di una casa decente a un prezzo accettabile? Probabilmente no, almeno nell’immediato. Le disposizioni previste non avranno conseguenze immediate: la moratoria avrà qualche effetto, ma limitato; la stima non porterà a risultati utilizzabili nel contrasto alla speculazione; il rilancio di Locare potrà essere utile, sostanzialmente per l’incentivazione ai piccoli proprietari, se verrà davvero potenziato e dotato di risorse. Le misure previste con la riforma del regolamento edilizio potranno avere degli effetti, ma i tempi sono lunghi. E soprattutto, perché tutto ciò possa avere un qualche effetto positivo sarà necessaria una continua e più forte mobilitazione; senza pressione dal basso, buona parte di quanto votato rischia di restare un puro elenco di intenzioni.
Nonostante queste considerazioni, il mio giudizio è che lo sforzo e l’impegno di tanti attivisti e militanti è servito. Primo, il fatto che a Torino ci sia una “questione delle abitazioni”, per citare Engels, è all’ordine del giorno e nessuno lo nega, al massimo cerca di inveire e giocare a scaricabarile. Secondo, la campagna ha trovato risonanze e convergenze a livello cittadino: si è saldata con la campagna della rete RAMA contro il razzismo abitativo, e con altre iniziative mirate al contrasto del caporalato abitativo e al riconoscimento della residenza: a Torino si è costituita una rete di associazioni e di realtà che vuole andare avanti, sta programmando altre iniziative (ne parleremo ancora) e che può porsi obiettivi più ambiziosi. Terzo, la campagna ha incontrato le competenze dei tecnici e dei ricercatori che a Torino sono impegnati nell’analisi della situazione abitativa torinese: i due centri di ricerca dell’Università e del Politecnico si sono dichiarati disponibili a lavorare a un vero censimento che individui le grandi proprietà, sostenendo che ci sono gli strumenti per realizzarlo, a dispetto di quanto affermato in Consiglio: e questo sarà uno dei temi da riprendere per il rilancio delle iniziative e della mobilitazione, unito all’idea di realizzare microesperimenti di “censimento dal basso”, con un lavoro di inchiesta sul territorio che coinvolga la popolazione. Quarto, e rilevante, la campagna ha avuto un’eco nazionale: iniziative ispirate a VAR stano partendo o sono state tentate in altre città fra cui, significativamente, Roma. Infine, l’approvazione della delibera fa fare comunque un salto in avanti al quadro concettuale, e anche normativo, con cui l’amministrazione presente, e quelle future, dovranno fare i conti. Se tutto resterà sulla carta, o se si riuscirà a partire da quanto scritto per andare oltre, dipenderà non tanto dalla volontà e dall’impegno delle forze politiche, con i condizionamenti e i ricatti che ne limitano le capacità di azione concreta, ma dalla crescita di una mobilitazione e dal coinvolgimento dei soggetti portatori di diritti.
La mobilitazione prosegue: per il 15 novembre è convocata una manifestazione cittadina che coinvolgerà tutte le reti torinesi, da VAR a RAMA e altre, puntando a riprendere il discorso anche sugli altri obiettivi, come la discriminazione abitativa, la lotta alla turistificazione e alla crescita inaccettabile dei costi degli studentati universitari. Dovrà essere un momento di convergenza fra tutte le realtà che credono ancora che la vita a Torino possa cambiare in meglio, non solo per i ricchi, che possono già dirsi abbastanza soddisfatti.
Per chiudere, alcune considerazioni più generali.
La violenta e incivile campagna denigratoria lanciata nei nostri confronti dal fronte della rendita, i cui toni dovrebbero indignare anche il piemontese benpensante medio, segnalano che abbiamo toccato nervi scoperti, ed è un segno della loro debolezza. Basterebbe riuscire a spostare un po’ i rapporti di forza, e forse anche quel fronte comincerebbe a incrinarsi. Ce la faremo? Chissà.
Tutta la vicenda è stata un utile laboratorio per chi voglia riflettere sul rapporto fra movimenti e mobilitazioni di base e sbocchi istituzionali. L’aver avuto a che fare con questo consiglio comunale ha messo in luce alcuni problemi nelle dinamiche interne alla maggioranza che governa la città:
– la scarsa autonomia del Consiglio rispetto alla Giunta: sul tema del censimento, aspetto cruciale per poter implementare politiche di correzione delle storture e di contenimento della rendita, c’è stata una prima disponibilità a discuterne, poi rientrata quando la posizione dell’assessore all’Urbanistica, che fin dal primo momento ha detto non si poteva parlare di censimento ma solo di stima, è diventata testo della delibera;
– i ricatti a cui anche la componente più disponibile al confronto è stata sottoposta, da parte delle varie liste più o meno piccole (ma tutte portatrici di interessi ostili ad ogni forma di controllo del bene comune) che compongono questa maggioranza calderone: essi hanno pesantemente condizionato le scelte e hanno rischiato addirittura di far saltare tutto (ricordo che la delibera è passata grazie al voto dei 5Stelle, che sono all’opposizione). Varrebbe la pena che qualcuno cominciasse a riflettere sui danni che il sistema elettorale per i Comuni ha arrecato alla cosiddetta democrazia partecipativa;
– il ruolo limitato della componente di sinistra della maggioranza: pur avendo sempre dichiarato che era favorevole alla requisizione, essa si è poi accodata, concordando qualche emendamento migliorativo della versione iniziale. Certo, i giovani consiglieri di Sinistra Ecologista non sono tipi da ricatto, né hanno la stessa capacità di condizionare le scelte della maggioranza. Ma questo, proprio per concludere, rimanda a una questione di prospettiva: il senso di partecipare con liste di sinistra a maggioranze che ad oggi hanno un segno e condizionamenti diversi;
– il fatto che per contare bisognerebbe essere espressione di movimenti e organismi di base che pesino nel sociale e nel territorio. Non c’erano centinaia di persone a manifestare sotto il Comune due o tre volte alla settimana, come quando ero giovane, ai tempi del movimento delle occupazioni del 1974-75. Altri tempi, sicuro, bando alle nostalgie; ma così si pesava, eccome.
