Israele, l’Occidente e le vite di scarto

Ricordando la Shoah, abbiamo insegnato ai nostri figli, che “è accaduto, quindi può accadere di nuovo”. Salvo poi, quando l’esercito di Israele uccide donne in fila per un tozzo di pane e mira ai testicoli di bimbi inermi, rivendicare che “non sono permessi paragoni”. È la cultura dello scarto che legittima gli uomini a fare ciò che la natura non si sognerebbe mai di fare: scartare, scacciare, sottrarre vita, torturare, uccidere.

Il genocidio in stile occidentale

Gaza è ormai solo un ammasso di morti e di rovine. C’è di più. Il suo annientamento da parte di Israele e dei suoi alleati occidentali, lungi dall’essere un genocidio isolato, segna la fine di un ordine globale guidato da regole concordate a livello internazionale. È l’inizio, non la fine, delle campagne di massacro di massa del Nord globale contro le crescenti schiere di poveri e vulnerabili del mondo.

Il senso di colpa, Gaza e la Shoah

Un giusto senso di colpa blocca la discussione sulla questione palestinese. Ma l’analisi deve essere rigorosa. La Shoah non è stata frutto di uno spontaneismo della Storia: covava da secoli nell’antisemitismo europeo ed era stata “secolarizzata” dal nazionalismo, dal razzismo e dall’imperialismo. Oggi c’è il rischio che, sostenendo Israele, si legittimi di nuovo il meccanismo coloniale che ha reso possibile l’Olocausto.

Chi intacca la memoria dell’Olocausto?

L’unicità dell’Olocausto, ricordato nel giorno della memoria, è un fatto acquisito e intangibile. Per questo sono inammissibili, da qualunque parte provengano, le approssimazioni storiche e le strumentalizzazioni. Si colloca tra queste ultime la pretesa di rendere Primo Levi proprietà esclusiva della memoria ebraica: dimenticando, di fatto, il suo monito secondo cui «quel che è avvenuto può accadere di nuovo: dappertutto!».

Per continuare a riflettere sulla Shoah

Il sentimento della pietà sembra essere stato rimosso dalla nostra società. Soccorrono le testimonianze raccolte in due antologie di Giovanni Tesio dedicate alla Shoah. Come ha scritto Primo Levi, «Auschwitz è il frutto di una civiltà in cui noi siamo inseriti, anche se il nazismo era un ramo degenere di questa civiltà» e oggi le ruote spanate della politica e della storia si sono rimesse a girare al contrario.

Fare memoria

Cosa significa fare memoria in modo propositivo e non semplicemente declamatorio? Significa trasmettere un sistema di valori, di idee, di modi di agire in grado di orientare nelle scelte e di guidare a riconoscere e denunciare i carnefici e gli indifferenti nel mondo. A ciò sono funzionali esperienze di comunità che mettano in dialogo realtà e persone che provano a farlo, ogni giorno, opponendosi alla barbarie.

Giobbe e la Shoah

Dopo Auschwitz si ha il dovere di dubitare anche delle figure più insospettabili. Persino di Giobbe, simbolo della sofferenza e dell’ingiustizia subìta. Perché spesso quest’ultima e l’ingiustizia agìta si intrecciano. Come quando, ritenendoci giusti ed essendo considerati tali, con il nostro disimpegno e il nostro disinteresse perpetuiamo l’ingiustizia, magari inconsapevolmente, nei confronti degli altri.

Giorno della memoria 2022: «Meditate che questo è stato»

Il 27 gennaio 1945 caddero i cancelli di Auschwitz. 77 anni dopo, il Giorno della Memoria ci ricorda l’abisso in cui era precipitata l’umanità, ma anche coloro che vi si opposero. Di quella tragedia stanno venendo a mancare anche gli ultimi testimoni, ma resta il dovere di ricordare, spiegare, discutere, accettare tutte le domande, anche le più difficili. Per evitare che quel che è stato si ripeta.