La Corte dei Conti smonta il ponte sullo Stretto

La Corte dei Conti ha negato il visto e bloccato l’iter del Ponte sullo Stretto. Non c’è stato neppur bisogno di scendere negli aspetti tecnici. È bastato esaminare la mole di inadempienze, violazioni formali, mancanza di documentazione per avere conferma di un dato chiaro e impressionante: l’interesse del Governo non è la costruzione del Ponte ma l’operazione politico-propagandistica e finanziaria sottostante al progetto.

Le grandi opere, ovvero i giocattoli di Salvini

In attesa di riconquistare il ministero dell’Interno, Matteo Salvini si destreggia tra le grandi opere, dalla Torino-Lione al Ponte sullo Stretto, sparando numeri e cifre a caso con una disinvoltura che gli vale ironie e insulti da parte degli stessi compagni di maggioranza. Ma la questione non è solo Salvini: è l’intero Governo che considera la politica delle grandi opere come un gioco di cui non rispondere a nessuno.

Ponte sullo stretto: 18 volte no

Il progetto definitivo è stato approvato ma la realizzazione del ponte sullo Stretto è ancora soggetta a ulteriori passaggi: per nulla scontati, date le numerose controindicazioni. Intanto una cosa è certa: l’interesse pubblico soccombe rispetto a quello privato. Addirittura, in caso di mancata realizzazione dell’opera è previsto il pagamento di una penale di 1,5 miliardi di euro all’impresa di costruzione. L’importante è garantire i privati!

Matteo Salvini, il ministro “Dico La Qualunque”

Il Ministro dei trasporti Matteo Salvini, anziché curarsi del regolare funzionamento dei treni ad alta e bassa velocità, cerca di delegittimare le lotte dei ferrovieri e di limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Non contento, poi, stanzia miliardi per grandi opere inutili e dannose (come la Torino-Lione e il ponte sullo Stretto) già da lui contestate in passato, meritandosi così l’appellativo di “Dico La Qualunque” .

Opporsi al ponte sullo Stretto costa: 340mila euro!

La storia del ponte sullo Stretto si arricchisce di una pagina incredibile. 104 cittadini che hanno chiesto al Tribunale un ordine di cessazione dell’opera per il pregiudizio che potrebbe arrecare si sono visti respingere il ricorso (perché “prematuro”) e condannare a 340mila euro di spese legali. A fronte di ciò il crowdfunding lanciato dal Movimento No Ponte è una necessità economica, ma anche un gesto politico.

Invece del Ponte

A Messina abbiamo sempre convissuto, insieme con lo spettro del terremoto, con quello del ponte. E ora che si ricomincia a parlare di cantieri siamo tornati in piazza, contro l’ennesima grande opera inutile imposta da una mentalità coloniale: perché una città piena di edifici fantasma non ha bisogno anche di cantieri fantasma e per dire cosa vogliamo invece del Ponte.