Il reato di femminicidio: un passo avanti solo apparente

Molte, anche tra le femministe, considerano la legge che ha previsto il reato di femminicidio con la pena dell’ergastolo un passo avanti nel contrasto alla violenza di genere. Non è così. Il ricorso al diritto penale, invocato come la panacea di ogni male, non ha intaccato il fenomeno della violenza sulle donne che andrebbe affrontato, piuttosto, con politiche sociali adeguate e una vera educazione sessuale e affettiva.

No al femminicidio e no all’ergastolo

Da sempre, nel nostro paese, l’impegno istituzionale contro il femminicidio prevede risposte disorganiche e punitive, senza alcuna strategia strutturale di lotta preventiva al modello culturale e sociale che lo alimenta. Nella stessa logica si muove la proposta di introdurrre un reato ad hoc puntito con l’ergastolo: proposta illusoria e ingannevole che, per ribaltare il patriarcato, si appoggia su di esso e sul suo strumentario.

Se il femminicidio è un tabù linguistico

Abbiamo assistito, negli ultimi tempi, alla nascita di un nuovo genere letterario: quello delle omelie dei funerali in diretta televisiva. Non è stato sempre un genere apprezzabile. È il caso, tra gli altri, della omelia pronunciata a Padova, nella basilica di Santa Giustina, ai funerali di Giulia Cecchettin, nella quale hanno prevalso – e non è stato un bel segnale – eufemismi e scelte lessicali rivelatrici di una ostinata e capillare volontà minimizzante.

Il sottile confine tra quotidianità e orrore

Le cronache sono piene dell’omicidio di Giulia Tramontano, uccisa dal partner. L’orrore è sacrosanto ma, paradossalmente, finisce per occultare la quotidianità delle donne, fatta, spesso, oltre che di molestie fisiche e verbali, di ricatti, impliciti o espliciti, non solo nel frivolo mondo del cinema o nella fabbrica con scarsa presenza sindacale, ma anche in contesti “perbene” come studi professionali o Università.

La storia falsificata in omaggio all’Italia fascista: il caso di Norma Cossetto

Screditare la Resistenza falsificando la storia è una pratica diffusa ma non innocente. Ne è un esempio la strumentalizzazione della vicenda di Norma Cossetto, studentessa istriana fucilata nel 1943 da partigiani jugoslavi in un’azione contro i fascisti: vittima della guerra e umanamente da rispettare, ma non “martire della nazione”, come si sostiene, facendo torto alle sue stesse idee.

Questioni di donne?

Le grandi manifestazioni di sabato scorso non riguardano solo le donne e i loro corpi, ma pongono questioni fondamentali per tutti. È il segnale di un ritrovato protagonismo politico, soprattutto là dove il potere torna a esibire i tratti arroganti del machismo e dell’intolleranza nei confronti dei “diversi”.