La festa è finita, andiamo a ballare

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Constatare che la festa è finita non risulta affatto difficile e richiede poche spiegazioni. È finita per la maggioranza di quelli che erano invitati a partecipare alla baldoria, piuttosto forzata in verità, e ancora di più per coloro che, respinti dai buttafuori, sbirciavano dall’esterno sperando, prima o poi, di riuscire a entrare.

È finita la fiducia nella possibilità di un capitalismo dal volto umano, capace di favorire partecipazione e welfare. È finito il miraggio di un sistema economico in cui i benefici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti gocciolano (la favoletta del trickle-down) sull’intera società, comprese la classe media e le fasce di popolazione più disagiate. È finita l’aspettativa per una crescita senza limiti, in grado di diffondere poco per volta, con la globalizzazione, un accettabile benessere anche tra le popolazioni dei Paesi più poveri. La democrazia partecipativa sta diventando un espediente formale per far credere di essere cittadini, con relativi diritti e doveri, a coloro che sono ormai soltanto consumatori, o forse soltanto spettatori impotenti. La rinuncia alle guerre, che sembrava assicurata dal deterrente atomico, è consegnata al mondo dei sogni e dei principi astratti, mentre la follia dei potenti e dei dittatori continua a devastare ampie aree del mondo e sterminare intere popolazioni, procurando enormi guadagni ai guerrafondai. E, soprattutto, si stanno spegnendo le luci colorate che erano tenute accese dal marketing e dalla pubblicità per convincerci che il benessere poteva essere distribuito a piene mani attraverso i consumi, sempre più frenetici e irrazionali.

Tuttavia, l’attrattiva consumistica è dura a estinguersi e purtroppo la sua presa è maggiore proprio su coloro che sono stati tenuti ai margini della festa. Lo dimostrano l’aspirazione alle automobili appariscenti, le giornate festive trascorse nei centri commerciali, l’acquisto dei gadget elettronici più prestigiosi, anche a costo di pesanti rinunce. Lo ribadisce, su Volere la Luna, un recente intervento di Tazio Brusasco sul possesso di capi griffati da parte di ragazzi e ragazze delle periferie (https://vll.staging.19.coop/societa/2025/02/20/prada-gucci-e-status-symbol/). Come giustamente sostiene Brusasco, uno degli antidoti più efficaci a questa sottomissione è l’istruzione, con la diffusione di una maggiore capacità di giudizio e autonomia individuale.

Ma prospettare modelli di consumo diversi, verso la necessaria parsimonia (o frugalità, come scrive qualcuno) richiede particolari cautele, perché si rischia che suoni come l’annuncio di pesanti rinunce proprio per chi sta già consumando di meno. A ciò si aggiungono i legittimi timori per la perdita di posti di lavoro, minacciati, oltre che da interessi capitalistici senza freni, dalle innovazioni tecnologiche e dall’evidenza di una sovrapproduzione ormai insostenibile in settori considerati trainanti. Espressioni come “decrescita felice” o “economia della cura” sono difficilmente accettabili da parte di un gran numero di persone, pur avendo costituito, per il pubblico più attento, un importante stimolo per immaginare alternative al sistema sociale ed economico prevalente. È anche evidente l’utilizzo strumentale di questi temi da parte del populismo di destra, alleato del capitalismo predatorio, per sostenere la necessità della continua crescita produttiva a scapito della difesa dell’ambiente e per negare la possibilità di un maggiore equilibrio tra Paesi con livelli di reddito e di consumo estremamente sbilanciati.

Se, in gran parte del mondo, la crescita dei partiti conservatori, dei neofascismi e delle tendenze antidemocratiche è favorita dall’adesione di lavoratori, di non garantiti e dei meno abbienti, allora la necessità di prospettare alternative favorevoli in modo credibile diventa fondamentale. In altri termini, dobbiamo essere in grado di dimostrare che, attraverso il contrasto al capitalismo e al dominio delle logiche di mercato, si può raggiungere una qualità della vita migliore per tutti, a partire da chi oggi ha di meno, e, al contempo, preservare la natura intorno a noi. Se la distruzione dell’ambiente è ormai, insieme alle guerre di cui è anche causa ed effetto, una minaccia per tutta l’umanità, un ambientalismo intelligente può diventare, nel disorientamento generale e nell’indebolimento della lotta di classe, un progetto relativamente interclassista, capace di limitare la frammentazione sociale e di evitare l’apparente contrapposizione tra le presunte regole dell’economia e i bisogni della società. Può diventare, soprattutto, una risposta alle ansie di tanti giovani disorientati e senza progetti per il proprio futuro.

Su cosa determini la qualità della vita, ossia il benessere a cui ciascuno aspira, si possono aprire interminabili dibattiti e scrivere migliaia di pagine (come è già stato fatto), ma sostanzialmente si può concordare su un buon numero di elementi. La discriminante principale, che si traduce in orientamenti politici contrapposti, consiste nel ritenere che il vero benessere sia possibile soltanto nella sua più ampia condivisione o che, viceversa, si possa stare benone soprattutto distinguendosi, con la ricchezza e il potere, dalla gente che ne è priva. Se abbracciamo, come auspicabile, la prima ipotesi, possiamo con sicurezza elencare i bisogni fondamentali, il cui soddisfacimento va garantito a tutti, senza eccezioni: aria, acqua, cibo, salute, istruzione, casa, libertà e giustizia. A ciascuno di questi bisogni si può far fronte con modalità perfettamente coerenti con la salvaguardia dell’ambiente. Anzi, l’aria e l’acqua pulite ne sono il primo risultato, a patto di impegnare le necessarie risorse, soprattutto umane, nella cura del territorio.

Anche gli altri bisogni sopra elencati richiedono l’impiego di molte risorse umane, cioè lavoro, e relativamente poche risorse naturali. In sostanza, se gestito nel modo più opportuno, il loro soddisfacimento è compatibile sia con il mantenimento dell’occupazione, sia con la salvaguardia dell’ambiente. Il cibo, quello sano e potenzialmente disponibile per tutti, proviene, insieme alla riduzione degli sprechi, da attività agricole e di allevamento decisamente meno industrializzate, di prossimità e sottratte al dominio dei grandi gruppi internazionali. La salute è tutelata da personale ospedaliero qualificato e abbondante, dalla prevenzione, da strutture territoriali adeguate, dal contrasto a Big Pharma… L’istruzione di base e la formazione permanente hanno bisogno di un gran numero di insegnanti preparati e ben motivati. Le case sono, almeno in Italia, in numero più che sufficiente, ma richiedono manutenzione e riqualificazioni: in sostanza tanto lavoro. La libertà e la giustizia devono essere tutelate, una volta di più, da persone ben preparate e motivate, ma dipendono soprattutto da una comunità equilibrata e responsabile… Così si torna daccapo: un giusto benessere diffuso e garantito, buoni livelli di istruzione, partecipazione alla vita pubblica

Il superamento del dogma della crescita non pretende la rinuncia a ogni attività dell’industria manifatturiera, ma piuttosto un deciso ripensamento della globalizzazione incontrollata, che ha prodotto più danni che nuove opportunità. La corsa alle delocalizzazioni verso i Paesi col minore costo del lavoro, insieme al dominio dei maggiori gruppi imprenditoriali e finanziari, ha favorito forme di sfruttamento oltre ogni limite e uno sconsiderato aumento dei trasporti per terra e per mare di semilavorati e prodotti finiti. Una ragionevole autonomia, almeno a livello continentale, nei settori produttivi più importanti, può portare a maggiore potere contrattuale da parte dei lavoratori, a intaccare i domini monopolistici e a procedere più rapidamente in direzione della sostenibilità.

Questo vale per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, sostanzialmente comuni a ogni persona. Ma, si può giustamente osservare, ci sono anche bisogni e aspirazioni individuali, non meno importanti. E allora? Andiamo a ballare non è soltanto una suggestione con valore metaforico: è un piccolo (e un po’ scherzoso) esempio di tante cose che si possono fare con un costo vicino allo zero e con impatto estremamente limitato sull’ambiente. Il riferimento non è alle discoteche dove ci si stordisce con il volume al massimo e le luci intermittenti, ma ai classici balli in piazza a cui possono partecipare tutti: i bambini e gli anziani, i ballerini esperti, ma anche chi si muove a casaccio. Quel tipo di ballo fa bene alla salute, ma è anche occasione di socializzazione e allegria. Il suggerimento può essere esteso alla maggior parte degli sport nella natura: fare sport a livello amatoriale non costa quasi niente, è utilissimo per la salute ed è accessibile per una gamma di età davvero ampia. Se pensiamo a cosa sono diventati vari sport belli e socializzanti, compresi quelli di squadra come il calcio, è davvero ora di fare un’inversione di marcia e superare lo stato di spettatori passivi di un volgare mercato, per tornare a giocare sui campetti insieme agli amici.

La natura stessa ci fornisce ampie occasioni di svago e salute, percorrendola con curiosità e rispetto, coltivando il proprio orto o curando un bosco, oppure navigando a remi o a vela. Il contatto diretto con la natura, anche quella selvatica, è il migliore stimolo per impegnarsi a proteggerla. E come trascurare le innumerevoli attività amatoriali artistiche e culturali come la musica, il teatro, la pittura, … oppure l’impegno nelle iniziative comunitarie e mutualistiche, di cui c’è una forte necessità nella carenza, sempre più evidente, dell’intervento pubblico? Il nostro Paese è composto al 40% da territorio collinare e al 35% da montagne, mentre le città sono distribuite nel restante 25% di pianura. La concentrazione degli abitanti nelle aree urbane è fonte di sprechi, inquinamento e tensioni, mentre il resto del territorio affronta fenomeni di spopolamento. Le trasformazioni in atto relative al lavoro e la sua stessa carenza possono stimolare, se ben gestite, una favorevole inversione di tendenza. Non pochi giovani incominciano a rendersene conto e a cercare, nei piccoli centri e in mezzo alla natura, modalità di vita alternative e capaci di promettere una migliore qualità della vita. La lotta alle storture del capitalismo dominante diventa sicuramente più efficace se si riesce a liberarsi dai suoi condizionamenti e falsi miraggi, amplificati dal consumismo. È una strada da imboccare con urgenza, dotando quante più persone possibile della necessaria attrezzatura.

E qui torniamo, un’altra volta, daccapo: insieme al soddisfacimento dei bisogni fondamentali, servono istruzione, capacità di analisi e di progettazione, partecipazione, creatività… Proprio la politica che non c’è!

 

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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