«Quando ero giovane mi chiamarono una volta per prestare il mio servizio militare ed io posi l’obbiezione di coscienza. Mi dissero che non si trattava di andare alla guerra ma soltanto di svolgere quotidianamente per due anni, alcuni semplici esercizi militari che mi avrebbero formato il fisico e il carattere. Signori, risposi, la funzione sviluppa l’organo. Obbedisco al vostro appello, però dopo due anni di semplici esercizi militari dovete permettermi di uccidere un uomo, sgozzare una vecchia, violentare una ragazza, bruciare una biblioteca e rubare in chiesa». Non ho mai detto queste cose. E chi le ha scritte, Ennio Flaiano nel suo Diario notturno, in realtà non le ha mai dette nemmeno lui. Nel Virus della ricchezza Peter Bichsel ricorda le parole di Flaiano. Aggiungo che anch’io avrei voluto scrivere o recitare la stessa frase. Purtroppo non l’ho mai fatto. Dove sono finiti quegli uomini e quelle donne che combattevano le guerre? Sir Bertrand Russell si fece sei mesi di carcere per aver difeso gli obiettori di coscienza, Bertolt Brecht scrisse delle pagine bellissime contro la guerra, non impugnò le armi preferì essere infermiere.
Essere pacifisti sembra ridicolo, inutile, superfluo, da codardi. Ignoranti, perché non si capisce la realtà delle cose, “La guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà.” “È nell’anima e nel cuore degli uomini”. Discorso vecchio e sempre valido. Come combattere un dittatore malvagio, spietato e criminale come Hitler? Con le marce per la pace? Non sono nuovi questi argomenti. Erasmo da Rotterdam scriveva: «Al giorno d’oggi la guerra è un fenomeno così largamente recepito, che chi la mette in discussione passa per stravagante e suscita meraviglia; la guerra è circondata da tanta considerazione, che chi la condanna, passa per irreligioso, sfiora l’eresia: come se non si trattasse dell’iniziativa più scellerata e al tempo stesso più calamitosa che ci sia». Siamo nel 1500.
Dove sono finite le richieste di “disarmo unilaterale”, dei “corpi civili di pace” del compianto Alex Langer? Dov’è finita l’Onu? Su La Stampa, la scorsa settimana, Maurizio Maggiani scriveva: «L’Europa ha ampiamente dimostrato di non avere nessuna capacità, o intenzione, di iniziativa diplomatica in nessuna crisi che il mondo ha attraversato in questi ultimi decenni. La sua irrilevanza è ai limiti tra ridicolo e tragico, in questo negando i suoi stessi pilastri fondativi». Sono soltanto le ONG a salvare quel poco di umanità residua.
Si ha l’impressione di assistere a uno sfascio generale, a una velocissima corsa verso la catastrofe. Manca totalmente la capacità di vedere, gli uomini politici di oggi sono inconsistenti, banali, spesso criminali. Anche l’opposizione sembra aver perso stimoli e speranze, tra intellettuali piccoli piccoli e antagonisti senza idee e molti passamontagna. «Tutte le istituzioni sono caserme poco modificate, un portone, un bagno in cima e uno in fondo, poi o aule di scuole, celle di carceri, camerate di ospedale o di caserma, ma è sempre un modello militare»: scriveva così, molti anni fa, Lidia Menapace. Hanna Arendt: «Ne trarremmo tutti un gran profitto se riuscissimo a eliminare per sempre il dannoso termine “obbedienza” dal nostro vocabolario politico e morale». È difficile oggi, come ieri, imparare a disobbedire, in una società così piatta, dal pensiero unico e da controlli asfissianti, dire di no è pericoloso. L’economia e il liberismo spingono a pensare solo a se stessi, si è persa la capacità di condividere, di unirsi, di fare opposizione.
I massacri di innocenti a Gaza, la distruzione dell’Ucraina si trasformano in atti dovuti, in azioni per la difesa di diritti inalienabili, la ragione viene messa a testa all’ingiù. «Si dice: è morto da eroe. Perché non si dice mai: ha subito una splendida, eroica mutilazione? Si dice: è caduto per la patria. Perché non si dice mai: si è fatto amputare entrambe le gambe per la patria? Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici e dai poeti». Questo scriveva Arthur Schnitzler. «L’uomo è l’unico patriota. Si isola nel suo paese, protetto dalla sua bandiera e insulta le altre nazioni, tenendo sempre pronta, con grandi spese, una schiera di assassini in uniforme, il cui compito è di impossessarsi di parti del territorio altrui, e di impedire ad altri di impossessarsi del suo territorio. E negli intervalli tra un massacro e l’altro, si netta il sangue nelle mani e predica, a parole, “la fratellanza universale degli uomini”». Queste parole sono di uno scrittore USA: Mark Twain. C’è una grande differenza dagli americani di oggi, soprattutto dal loro capo.
Cosa possiamo fare? È tutto talmente distorto che si perdono le coordinate, non esiste una stella polare che possa indicarci la strada? «Io insisto molto su questi aspetti attivi, creativi della nonviolenza, perché bisogna renderla attraente, se è una serie di immaginette, di persone che guardano il cielo e intanto pigliano sberle da tutte le parti non funziona, io credo che bisogna dare un impulso di vivacità, anche di ironia e allegria» scrive Lidia Menapace. Con lei sembra essere d’accordo Martin Luther King: «Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi». Infine Kurt Vonnegut, un altro grande americano: «Ma la mia preferenza è una che si inventò quel divino pagliaccio pacifista di Abbie Hoffman (1936-1989) durante la guerra del Vietnam. Annunciò che la nuova frontiera dello sballo erano le bucce di banana assunte per via rettale. E così gli scienziati dell’FBI cominciarono a infilarsi bucce di banana su per il culo per scoprire se era vero o no. O almeno così speravamo noi all’epoca».
Bibliografia:
Peter Bichsel, Il virus della ricchezza, Marcos y Marcos, 1996
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia (1509), traduzione italiana 2M, 2022
Maurizio Maggiani, “Se l’Ue si riarma e ripudia i suoi ideali condanna i giovani a studiare un’altra guerra”, La Stampa, 15 marzo 2025
G. Marcon (a cura di), L’aiuola che ci fa tanto feroci, Altreconomia, 2025
Arthur Schnitzler, E un tempo tornerà la pace, Feltrinelli, 1982
Mark Twain, Lettere dalla Terra (1962, pubblicato postumo), traduzione italiana Liberilibri, 2004
Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, Bompiani, 2020

Vorrei segnalare su questo argomento il bellissimo libro di Stefan Zweig : IL MONDO DI IERI
Libro illuminante di un europeista e pacifista tra 1a e 2a guerra mondiale,
Ci può insegnare ancora molto.
Grazie per la segnalazione. Ho letto diverse opere di Stefan Zweig, ma non quello da lei consigliato. Cordiali saluti.
Maurizio