Del progressivo e metodico smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale intervenuto negli ultimi decenni ed oggi più che mai in corso abbiamo parlato ripetutamente in queste pagine. All’indomani dello sciopero del personale sanitario ospedaliero dello scorso 20 novembre torniamo sul tema con un articolo di Chiara Rivetti (segretaria regionale piemontese dell’associazione dei medici ospedalieri Anaao Aassomed). Ma, anche tra i sostenitori del servizio pubblico, c’è chi si è dissociato, chiedendosi se non ci siano altre strade più forti e produttive in vista del risultato. Ad esse dà voce il secondo articolo che pubblichiamo, di Andrea Ciattaglia, esponente del Coordinamento Sanità e Assistenza (CSA) Torino. (la redazione)
In Piemonte ogni giorno un medico decide di dimettersi dagli ospedali per lavorare nel privato o aprire la partita IVA. È una scelta dolorosa e difficile, sicuramente vissuta un po’ come una liberazione e un po’ come una sconfitta. Una sconfitta lo è certamente per il sistema, che perde i migliori professionisti, che spesso hanno molta esperienza e che fanno gola al mercato.
I medici lavorano male, resistono finché possono poi esplodono. E si licenziano. Una scelta legittima, ma non collettiva. Sarebbe collettiva una protesta radicale, di tutti insieme.
Per questo, vedere in occasione dello sciopero di medici e infermieri del 20 novembre, piazza Santi Apostoli a Roma strabordante di bandiere e visi arrabbiati ma sorridenti (perché comunque manifestare fa allegria) è stato importante. Per questo lo sciopero è stato salutare.
La nostra categoria è generalmente riluttante a protestare: ci trattiene il senso di responsabilità verso i pazienti e un sadico attaccamento al lavoro. Ma eravamo tanti, il 20 novembre.
Le soluzioni non devono e non possono essere individuali – licenziarsi – ma collettive – protestare. Perché la risposta al definanziamento, allo svilimento delle professionalità, alle aggressioni deve essere di tutti, uniti: un’unica voce che si alza alta e forte. Sospendere i servizi alla popolazione è una scelta difficile, della cui gravità siamo ben consapevoli. Ma i cittadini capiscono, ne siamo sicuri. E ci sostengono.
La tenuta del sistema sanitario è a rischio e la legge di bilancio, che riserva per i medici meno pagati d’Europa un’elemosina di 14 euro al mese, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il tanto sbandierato aumento di finanziamento del Fondo sanitario Nazionale è nettamente insufficiente rispetto alla difficoltà della sanità pubblica nel garantire il diritto alla salute. Infatti, al netto dei proclami, in termini di percentuale di PIL, il FSN scende dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025 e 2026, per poi precipitare al 5,9% nel 2027, al 5,8% nel 2028 e al 5,7% nel 2029 (cit. Gimbe).
Intanto, viene aggredito un sanitario al giorno, l’80% sono donne e il dato è in aumento del 38% negli ultimi cinque anni. Cause principali ? Carenza di personale e disorganizzazione.
Il 20 novembre abbiamo deciso di chiudere gli ospedali un giorno perché non debbano chiudere per sempre, questa è la verità. Perché se non si decide di sostenere e finanziare il sistema sanitario nazionale, tra pochi anni non esisterà più. La rinuncia alle cure, le lunghe liste d’attesa e l’avanzamento del privato sono dati molto preoccupanti.
Lo sciopero è stato anche l’occasione per spiegare le ragioni dei disservizi, che troppo spesso vengono attribuiti ai sanitari. Da lì, le aggressioni che stanno diventando quotidiane.
Ci aspettiamo la solidarietà dei pazienti, che dovrebbero scendere in piazza con noi. Ci aspettiamo che qualcosa si muova, che si inizi a lavorare per una seria legge per depenalizzare l’atto medico, per esempio. O contro le aggressioni. E che finalmente si capisca quanto è indispensabile il nostro lavoro, che in Italia rimane il peggio pagato d’Europa.
I licenziamenti li faremo di massa, se necessario. Invece di scioperare, ci licenzieremo tutti, insieme.
