Un nuovo vangelo secondo Matteo?

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Dal Santo Padre ci giungono sempre parole e opere di fraterna misericordia verso gli ultimi. Ha più volte accoratamente esortato ad essere vicini ai detenuti; ad aprire finestre di speranza; con infinita umiltà ha anche affermato «anche io avrei potuto essere tra gli “scartati” di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: perché loro e non io?». Non molto tempo fa ha pranzato nel carcere di Verona con decine di detenuti e ha annunciato: «per offrire ai detenuti un segno concreto di vicinanza, io stesso desidero aprire una Porta santa in carcere» in occasione del prossimo Giubileo. In tono non meno accorato, poi, Papa Bergoglio ha raccomandato l’accoglienza nei confronti dei migranti, che «sono volti e non numeri», sono «persone che non si possono semplicemente classificare, ma che occorrerebbe abbracciare». Parole ed opere molto belle e appassionate, ma – non suoni irriverente osservarlo – decisamente datate.

Il sottosegretario alla Giustizia on. Del Mastro delle Vedove al termine di una visita a un penitenziario ha proclamato stentoreamente e sdegnosamente di essersi rifiutato di incontrare i reclusi, perché lui non si inchina “alla Mecca dei detenuti”. Il ministro Salvini ha affermato che bisogna riportare indietro gli immigrati “scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. Si tratta di prese di posizione molto importanti non solo per il ruolo istituzionale dei protagonisti, ma per la loro proclamata fede religiosa.

L’on. Del Mastro delle Vedove è stato tra i principali promotori del Gruppo interparlamentare per la difesa del Cristianesimo nel mondo. Il ministro Salvini ha svolto l’ultima campagna elettorale con un crocifisso sempre a portata di mano e di esibizione, talvolta devotamente baciandolo durante pubblici comizi.

Immagino che il Santo Padre sia ancora legato alla autorevole, ma datata testimonianza apostolica, secondo cui il Signore rivolto ai giusti avrebbe spiegato loro «ero forestiero e mi avete ospitato … ero carcerato e siete venuti a trovarmi»; sappiate che «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Poi, rivolto agli altri: «Via, lontano da me, maledetti, (…) ero straniero e non mi avete accolto; (ero) malato e in carcere e non mi avete visitato» (Vangelo secondo Matteo, 35,44).

Oggi domina, però, un altro verbo. Si impone forse un doveroso aggiornamento. In sintesi: quanto ai migranti, «siamo stufi che in Italia entrino cani e porci» e quanto ai condannati per gravi reati, bisogna «gettare le chiavi» e lasciarli «marcire in galera» (Vangelo secondo Matteo, 2024).

Gli autori

Glauco Giostra

Professore ordinario di Procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza Università di Roma. È stato membro di diverse commissioni ministeriali per vari interventi legislativi, compresa la commissione per la riforma del codice di procedura penale dal 1987 al 1991 e poi nel 2006. È stato componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura, ove ha presieduto la prima Commissione (per le inchieste riguardanti i magistrati) dall’agosto del 2012 all’agosto del 2013. Dal giugno 2013, con decreto del Ministro della Giustizia, è stato nominato presidente prima del gruppo di studio e, successivamente, della commissione di studio per elaborare una proposta d’interventi in tema di ordinamento penitenziario e in particolare di misure alternative alla detenzione. E' componente del Collegio Garante della Costituzionalità delle norme della Repubblica di San Marino.

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