Trump sembra avere posto molta della sua attenzione recente, oltre che sul Medio Oriente, sui paesi dell’America Latina e il mondo ha assistito con meraviglia e sgomento alle sue prime prove in proposito con il canale di Panama, il Venezuela e Cuba. Apparentemente il suo obiettivo, del resto annunciato pubblicamente con la cosiddetta “dottrina Donroe”, è quello di riprendere in mano un’area che è invece sempre più attratta, almeno economicamente, dalla Cina. Come premessa al nostro testo vogliamo intanto ricordare che gli storici hanno contato almeno 70 interventi militari diretti o indiretti in America Latina da parte degli Usa dalla costituzione degli Stati Uniti in poi (Montoya, 2026), mentre a livello globale, dal dopoguerra ad oggi, si contano almeno 50 tentativi da parte dei dirigenti del paese di rovesciare un governo in carica nel mondo. Le strategie di intervento nel XX secolo da parte degli Stati Uniti in America Latina si possono suddividere in quattro fasi importanti (Montoya, 2026): la famigerata politica del “grosso bastone” di Theodore Roosvelt (1901-1909); quella di “buon vicinato” di Frankin D. Roosvelt (1933-45); poi il periodo della guerra fredda, ritmato da colpi di Stato e interventi diretti; infine, l’ultimo periodo vede l’attenzione dirigersi verso altri teatri, distraendosi in qualche modo dall’area. Ora comincia l’era Trump, momento che sembra farsi di nuovo molto invadente. Ma quanto realistico appare il suo obiettivo di riprendere il controllo dell’area e da che cosa è in concreto esso motivato?
Durante il periodo della guerra fredda, poi ancora di più negli anni novanta del Novecento, gli Stati Uniti hanno rappresentato l’attore dominante dell’area con degli investimenti massicci nell’industria, nella finanza, nel petrolio, oltre che con interventi politici e militari. Ma le priorità sono cambiate rapidamente dopo l’11 settembre e con quello che è seguito (Correa, Thibault, 2026). Mentre appunto l’attenzione dei vari governi statunitensi era rivolta in particolare verso altri teatri di interesse, i cinesi hanno portato avanti con decisione, in particolare dopo il loro ingresso nel Wto nel 2001, la penetrazione economica dell’area, come del resto dell’Africa e dell’Asia. E c’è da dire che gli attori sudamericani si sono dimostrati in generale molto contenti del loro arrivo (Patrick, 2026). Le cifre più spettacolari a questo proposto appaiono quelle relative al commercio estero. Tra il 2000 e il 2024 il valore degli scambi tra la Cina e i paesi dell’America del Sud e dei Caraibi è passato dai 12 ai 518 miliardi di dollari. Un paese come il Cile registra il fatto che il 50% delle sue esportazioni si dirigono verso il paese asiatico; la Cina acquista inoltre il 75% della soia esportata dal Brasile, il 71% del litio esportato dal Cile e il 73% dall’Argentina (Correa, Thibault, 2026). Il paese asiatico ha poi costruito infrastrutture (dighe, centrali elettriche, ponti, ferrovie, strade, parchi eolici e solari) nell’area, nel periodo 2000-2023, per circa 300 miliardi di dollari, mentre gli investimenti diretti, secondo stime molto approssimate, si sono aggirati intorno ai 200 miliardi.
Intanto quasi tutti i paesi dell’area hanno aderito al progetto della Belt and Road Initiative. Anche i governi di destra dell’area son aperti all’allargamento dei rapporti economici con il paese asiatico, dal momento, tra l’altro, che il mercato cinese rappresenta uno sbocco fondamentale (e a volte unico) per i prodotti locali. Così, ad esempio, la base elettorale della destra brasiliana riposa sull’agrobusiness ed esso dipende in gran parte dalla Cina (Correa, Thibault, 2026). In generale oggi la Cina svolge più commercio, investimenti e finanziamenti per lo sviluppo rispetto agli Stati Uniti in gran parte dei paesi della regione, inclusi quelli dell’America Centrale (Stevenson, 2026). Così tra il 2014 e il 2023 per ogni dollaro prestato o donato dagli Usa nell’area la Cina ne ha avanzati tre (Stevenson, 2026). Senza la presenza del paese asiatico chi comprerebbe la soia brasiliana e le derrate agricole argentine? Chi investirebbe in tanti progetti necessari allo sviluppo dei vari paesi? In altri termini, sarebbe estremamente difficile per paesi come il Brasile, l’Argentina, il Perù, il Cile sganciarsi da tale legame (Patrick, 2026). Rovesciare la perdita di influenza degli Stati Uniti nell’area richiederebbe risorse economiche e finanziarie molto grandi che gli Stati Uniti non sembrano in grado o in ogni caso aver voglia di impegnare.
Un aspetto della crisi in atto tra Stati Uniti e Cina riguarda il tema dei metalli critici e delle terre rare. Da quando i politici americani si sono recentemente accorti che la loro dipendenza dalle forniture cinesi in materia era quasi inevitabile (il paese asiatico controlla in particolare il 70% dei processi di estrazione e il 90% di quelli di raffinazione delle terre rare), essi hanno cominciato a cercare di prendere delle misure in proposito. Così Trump e i suoi da qualche tempo esplorano il mondo alla ricerca di fonti di approvvigionamento dirette. Naturalmente anche l’America Latina e in particolare il Brasile vengono investiti da questo rinnovato interesse. Intanto gli Usa hanno firmato accordi sul tema con l’Australia e la Repubblica Democratica del Congo, mentre cercano di darsi da fare dovunque. Se consideriamo i paesi di localizzazione dei giacimenti sempre di terre rare, la Cina viene in testa con il 48% del totale mondiale; segue proprio il Brasile con il 23% (con risorse ancora largamente non sfruttate) e poi a lunga distanza l’Australia con il 6% (The Economist, 2026). Il resto dei giacimenti appare frazionato in diversi altri paesi. Minerali critici, come il litio e il nickel, sono poi presenti anche in alcuni altri paesi del Sud America.
Bisogna anche considerare peraltro che solo il 30% del territorio brasiliano è stato esplorato alla ricerca di minerali e che quindi le riserve locali di terre rare potrebbero rivelarsi ancora più importanti di quanto stimato sino ad oggi (Pooler ed altri, 2026). Per altro verso, il paese ha al momento in funzione soltanto una miniera, mentre dozzine di altre imprese stanno ancora aspettando di ottenere una licenza in proposito e mentre comunque quasi nessuno pensa di effettuare la lavorazione dei materiali estratti nel paese (The Economist, 2026). I tempi appaiono lunghi. Si consideri che in genere ci vogliono almeno una decina di anni per mettere una nuova miniera in linea (Nyabiage, 2026). Il Brasile ha legato fortemente in generale la sua politica estera ai paesi del Sud del mondo, tra l’altro presentandosi come uno dei paladini più convinti dei Brics, organizzazione tanto odiata da Trump, ma contemporaneamente il paese cerca di mantenere rapporti di amicizia con tutti, dagli Stati Uniti all’UE; con quest’ultimo raggruppamento ha da poco firmato nell’ambito del Mercosur, di cui il Brasile è parte, un importante accordo di libero scambio.
Sul controllo delle miniere brasiliane si scontrano ora Cina, Usa, UE, che è anch’essa alla ricerca di un accordo in proposito, per le terre rare come pure per il litio e il nickel. Nonostante le tensioni oggi evidenti tra il Brasile e gli Stati Uniti, caratterizzate tra l’altro di recente dalla condanna da parte di Lula dell’attacco Usa a Caracas e dal rifiuto brasiliano di ridurre la pena detentiva di Bolsonaro richiesta da Trump, si valuta che un accordo tra i due paesi si potrebbe raggiungere presto. Ma quanto sarà importante come dimensioni? Bisogna incidentalmente considerare anche che si stanno portando avanti, grazie anche all’IA e ai computer quantistici, delle ricerche per riuscire a produrre delle terre rare sintetiche (Nyabiage, 2026).
Appare certamente difficile prevedere con una certa sicurezza l’evoluzione della situazione nell’area, ma si po’ pensare che mentre Trump potrà ottenere qualche risultato (peraltro non appare chiaro sin dove egli è disposto ad andare nel suo confronto con gli interessi cinesi), il grosso dei rapporti tra il paese asiatico e l’America Latina dovrebbe restare in piedi, visto l’assoluto interesse dei paesi interessati in proposito, anche se diversi tra di essi virano politicamente a destra. Forse si fermerà o rallenterà la dinamica di crescita di tali rapporti. In generale appare comunque difficile, anche in altri continenti, frenare la spinta della Cina e più in generale di altri importanti paesi del Sud per ricavarsi uno spazio economico più adeguato. Per quanto riguarda poi la questione delle terre rare in particolare spetta ora al governo brasiliano il difficile compito di districarsi tra le tre potenze sopra citate cercando di accontentare in qualche modo tutti.
Testi citati nell’articolo
– Correa A.-D., Thibault H., “Amérique Latine. Le grand échiquier sino-américain”, Le Monde, 8 febbraio 2026
– Montoya A., “De Monroe a Trump: retour sur deux siècles…”, Le Monde, 19 gennaio 2026
– Nyabiage J., “How IA, quantum computing could help US to avercome China’s rare earths advantage”, www.scmp.com, 16 febbraio 2025
– Patrick I., “Francisco Urdinez on how Venezuela tests China’s economic advance in Latin America”, www.scmp.com, 29 gennaio 2026
– Pooler M. ed altri, “Brazil and US eye rare earths deal”, www.ft.com, 18 gennaio 2026
– Stevenson A., “Trump is making a power play in Latin America. China is already there”, www.nytimes.com, 9 gennaio 2026
– The Economist, “Pay dirt”, 31 gennaio 2026
