Stati Uniti. Parola d’ordine: privatizzare e licenziare

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Come accaduto e accade in tutti i regimi autoritari, alla cancellazione dei diritti individuali e collettivi si accompagna la repressione delle persone e delle organizzazioni che, in forme anche diverse tra loro, li difendono. Così accade oggi negli Stati Uniti. Un Paese dove si sono inverate, e perfino accentuate, tutte le peggiori premesse dell’avvento della nuova presidenza di Trump. Il ruolo incostituzionale di Musk e l’accanimento contro i più recenti immigrati stanno producendo conseguenze anche sul terreno dei diritti civili. Significativo di ciò, l’arresto di Mahmoud Khalil, attivista nel movimento della solidarietà palestinese dell’accampamento studentesco in lotta per la rottura dei rapporti con Israele da parte della Columbia University. Khalil, ora laureato, era iscritto come studente universitario, a United Auto Workers; sindacato che aveva preso posizione contro il massacro di Gaza. Imputato di un reato di opinione, per aver criticato la politica del governo sulla Palestina, è ora in in detenzione in una struttura di immigrazione della Louisiana, in attesa della sua possibile espulsione dagli Stati Uniti. L’11 marzo un giudice di New York ha bloccato temporaneamente l’espulsione di Khalil, che per giorni non è riuscito a parlare con il suo avvocato. Il 18 marzo migliaia di persone hanno marciato a New York nell’ambito di una giornata nazionale di azione contro la sua detenzione. Nel contempo, le autorità universitarie della Columbia hanno espulso o sospeso una ventina di studenti, tra cui Grant Miner, il presidente del Sindacato dei lavoratori dell’università, proprio alla vigilia delle trattative per la stipula del loro contratto.

Altrettanto significativa la risposta che il Governo intende dare all’estendersi del movimento di boicottaggio di Tesla, con proteste che hanno preso di mira Musk per il suo ruolo nel Dipartimento di efficienza del governo (DOGE) che ne fa promotore dei tagli di posti di lavoro federali e della sicurezza sociale, di Medicaid e Medicare, della difesa dell’ambiente e della cancellazione degli aiuti umanitari a livello internazionale. Ad alcuni attacchi a concessionarie, veicoli e stazioni di ricarica delle auto elettriche Tesla, molto enfatizzati da Trump, si accompagna un numero significativo di dimostrazioni pacifiche e di inviti al boicottaggio delle svasticar (una definizione inventata per ricordare il saluto a braccio teso di Musk; il quale, ormai riferimento politico della destra mondiale, ha pure ritwittato un post in cui affermava che i dittatori, tra cui Hitler «non hanno assassinato milioni di persone. I loro dipendenti del settore pubblico lo hanno fatto»). Durante uno specifico evento di solidarietà presso la Casa Bianca col miliardario di origine sudafricana (che, alla faccia delle sue critiche del ruolo dello Stato, ha ricevuto in un ventennio 38 miliardi di dollari in contratti governativi, prestiti, sussidi e crediti d’imposta), Trump ha acquistato in diretta una Tesla Model S (un’auto che ha già subìto 37 richiami per difetti da parte dall’ente del dipartimento dei Trasporti statunitense che si occupa di sicurezza stradale) e sta indirizzando le politiche interne verso la repressione di qualunque tipo di dissenso.

L’FBI, sotto la nuova direzione di Kansas Pater, ha dimenticato del tutto l’estremismo di destra, che fa parte organica della base di massa trumpiana, come già si era visto nell’assalto alla Casa Bianca del 6 gennaio 2020 e per questo è stato graziato in massa, e si sta indirizzando ancor di più verso organizzazioni come Black Lives Matter e Antifa. Contro quest’ultima, è stato reintrodotto un disegno di legge per designarla come organizzazione terroristica interna. Parecchie voci di associazioni di difesa dei diritti civili hanno avvertito che la prossima mossa potrebbe essere quella di ampliare la definizione di terrorismo per colpire tutto il dissenso, con una riproposizione della caccia al radicale che gli Stati Uniti hanno già conosciuto negli anni Venti del secolo scorso. «È così che funziona il fascismo e l’unica difesa è rifiutarsi di essere divisi o messi a tacere», ha affermato Jewish Voice for Peace, una organizzazione di ebrei contro il sionismo che è stata in prima fila contro la politica di sterminio dei palestinesi attuata dal Governo Netanyahu e che ha, il 13 marzo, subìto l’arresto di un centinaio di persone che stavano occupando l’atrio della Trump Tower a New York.

Anche la condanna di Greenpeace a pagare 667 milioni di dollari di danni per diffamazione nei confronti dell’azienda petrolifera Energy Transfer, che ha realizzato l’oleodotto Dakota Access Pipeline in North Dakota (avversato nel 2017 per i suoi rischi ambientali da decine di tribù di nativi e varie associazioni, che ebbero 750 arresti) è intimidatoria nei confronti delle possibili future manifestazioni contro la campagna di nuove grandi trivellazioni di petrolio e gas promosse dall’amministrazione Trump.

Ciò mentre il mondo del lavoro, finora quello pubblico in ambito federale, sta assistendo a intimidazioni, inviti alle dimissioni, licenziamenti, che accompagnano un taglio già deciso del già misero Stato sociale statunitense per trasferire risorse a ulteriori riduzioni delle tasse per i miliardari (uno sconto ai ricchissimi da 4,5 trilioni di dollari a otto-nove anni). La Camera a maggioranza repubblicana ha approvato infatti, con l’aiuto di una decina di democratici, un disegno di legge di spesa governativa che, entro il 30 settembre, taglia 13,5 miliardi di dollari dai programmi sociali, e li destina per 6 miliardi a spese militari, che comprendono i sempre maggiori finanziamenti per attuare deportazioni di massa di persone prive di documenti. A converso, i pagamenti ai destinatari della sicurezza sociale sono ormai da parte governativa definiti «uno spreco» se non «introiti percepiti in modo fraudolento». Il presidente del sindacato AFSCME, Lee Saunders, ha risposto che «la vera frode non è la 75enne che fa uso del suo assegno di sicurezza sociale per pagare la spesa, ma il miliardario non eletto alla Casa Bianca» e il fatto che Musk «schiacci i servizi pubblici … per poter arricchire se stesso e i suoi ricchi amici».

In questo contesto, Trump ha fatto preventivamente cessare alcuni contratti di lavoro da poco firmati, come quello tra i 45.000 dipendenti governativi dei controlli aeroportuali e la Transportation Security Administration. Nel Dipartimento federale dell’Istruzione, il nuovo segretario Linda McMahon, ha licenziato ulteriori 1.315 dei restanti lavoratori, dopo che centinaia di persone lo erano già stati espulsi da Musk (i cui poteri di certo non sono compatibili con le leggi esistenti, che affidano al Parlamento il bilancio e il personale federale). Impegnati nel fondamentale ruolo dell’istruzione, dai 4.000 impiegati all’inizio della presidenza Trump, ne restano oggi poco più di 2.000. In attesa della completa soppressione del dipartimento federale, a favore delle scuole private e del prossimo trasferimento del settore della scuola ai singoli Stati. Ciò che impatterà sul 90% degli studenti che la frequentano la scuola pubblica, poco più della metà dei quali sono studenti di colore e finirà per introdurre ulteriori discriminazioni tra le possibilità di istruzione tra le varie fasce sociali ed etniche e il rischio di riprodurre una situazione di razzismo implicito che gli Stati Uniti hanno già conosciuto.

Di fronte a questo forte attacco ai dipendenti pubblici e al loro lavoro al servizio della popolazione, cominciano a svolgersi iniziative nel Paese, mentre anche alcuni settori della magistratura cercano di sbarrare, quanto meno di rallentare, i provvedimenti di Trump: due giudici federali hanno emesso ordinanze il 13 marzo che impongono di riassumere migliaia di lavoratori in prova coinvolti in licenziamenti di massa in diverse agenzie federali. Risulta che siano 200.000 i dipendenti pubblici in prova a cui potrebbe essere applicato il primo passaggio dello smembramento delle agenzie federali. Agenzie che erano state concepite col ruolo di equilibrio e di indipendenza dall’alternarsi dei governi, onde evitare lo strapotere presidenziale negli Stati Uniti. Il 12 marzo un migliaio di lavoratori hanno sfilato di fronte all’edificio del Senato per opporsi ai tagli delle forme di copertura sanitaria Medicare e Medicaid, che riguardano gli anziani e i molto poveri. I lavoratori delle Poste hanno organizzato una protesta nazionale il 20 marzo contro la prevedibile privatizzazione del servizio che comporterà un aumento dei costi delle spedizioni e il forte ridimensionamento delle consegne diffuse, vendendo gli uffici postali delle aree aree rurali. Ciò avverrebbe con un ordine esecutivo, preannunciato da Trump, per cancellare l’indipendenza di USPS (le Poste pubbliche) e trasferirla sotto il Dipartimento del Commercio, ora guidato dall’accanito privatizzatore Howard Lutnick, un banchiere di Wall Street. Il fatto che i 640.000 postini pubblici abbiano pieni diritti di contrattazione collettiva, e la stiano praticando ora, e siano anche al 90% sindacalizzati (così come il 33% del totale dei dipendenti federali, ben più di quelli del settore privato, che lo sono solo al 10%), è certamente una delle ragioni dell’accanimento della destra statunitense contro tutto ciò ciò che sa di Sindacato e di utilità sociale. Nella settimana dal 17 al 23 marzo anche la grande Federazione sindacale AFL-CIO ha indetto iniziative sul territorio nazionale contro le politiche governative di tagli sociali.

Tutte queste, e altre iniziative di movimento, stanno ancora cercando la necessaria unificazione per estendersi e per rafforzarsi in previsione di un conflitto che sarà di lunga durata per combattere l’attacco ai diritti e la distruzione di quel poco di sicurezza sociale ottenuto con decenni di lotte da parte del popolo statunitense.

Fonti principali:

A. Sterling, Trump labels Tesla dealership attacks as domestic terrorism amid Musk controversy, Nation of Change, 14.3

https://www.mobilize.us/aflcio/

https://nalc.org/news/nalc-updates/calling-all-branches-organize-a-march-23-rally-to-say-hell-no-to-dismantling-the-postal-service

Gli autori

Ezio Boero

Ezio Boero, nato a Torino nel 1954, si è laureato in Scienze politiche con una tesi su “Politica dei trasporti e sviluppo urbano: il caso torinese”, ha fatto attività politica, sindacale e ambientalista. Da ultimo ha pubblicato “Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti”, StreeLib, 2019 (aggiornato nel 2023).

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