16 maggio 2024: «34.735. Quante persone sono morte a Gaza? Ancora il 6 maggio l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite riferiva, nei suoi comunicati regolarmente aggiornati su internet, che su un totale di 34.735 morti si contavano almeno 9.500 donne e 14.500 bambini» (https://www.repubblica.it/esteri/2024/05/16/news/gaza_morti_donne_bambini_onu-422977794/). Nella totale indifferenza dell’Italia e con l’appoggio dei democratici Stati Uniti e dell’Europa gli israeliani continuano nella loro opera di genocidio del popolo palestinese. Nonché di ecocidio delle loro terre. Come riporta il quotidiano Guardian, «il 50% delle colture arboree sono state distrutte così come il 40-48% dei campi seminativi e il 23% delle serre. Quasi tutti gli orti sono stati devastati e oltre il 40% dei boschi perso. Tutto distrutto» (https://altreconomia.it/la-guerra-di-gaza-e-lecocidio-dei-suoli/). Un dramma immane che è vero che avviene “non nel mio nome”, ma che mi fa vergognare di essere quello che sono.
Ma scusate se voglio prendere solo spunto da questa tragedia per parlare d’altro, anche se attinente. Dicevo dei democratici Stati Uniti, che hanno una formidabile macchina di propaganda, anche se oggi molto meno forte di un tempo: Hollywood. Anch’essa molto democratica, nel senso che è da sempre vicina proprio al partito democratico. Ma soprattutto essa è da sempre in mano a intellettuali ebrei, perché fu proprio grazie ad ebrei, immigrati e non, che Hollywood diventò quella che è oggi (anche se oggi non è più quella che era anche solo agli inizi del millennio). Ebrei furono i creatori delle maggiori case di produzione (Metro Godwin Mayer, Fox, Warner Brothers), ebrei furono alcuni dei maggiori registi (Charlie Chaplin, Fritz Lang, Michael Curtiz, Billy Wilder, Sam Spiegel fino a Woody Allen) e alcuni dei più famosi attori (Fred Astaire, Kirk Douglas). Ed è proprio questa doppia identità ebraico-democratica che ha caratterizzato la storia maggiore di Hollywood e anche i riconoscimenti all’industria cinematografica, identificati nella serata di assegnazione degli Oscar.
È così che nella narrazione della mecca del cinema troviamo anche un’estrema attenzione per la storia, ma solo per una certa storia e solo per il politicamente corretto. Quindi enne film dedicati alla Shoah (Oscar al miglior film a Schindler’s list) ed enne film di guerra, ma pressoché costantemente con un occhio di riguardo per gli Stati Uniti, con addirittura l’Oscar al miglior film per uno sminatore in Irak (The hurt locker). Salvo non poter fare a meno di denunciare la follia della guerra in generale (Platoon, Apocalypse Now) o episodi di soldati cattivi (Vittime di guerra). Questo per dire che la formidabile macchina di propaganda statunitense si è sempre ben guardata dal toccare temi che potessero mettere in discussione l’immagine della nazione come esportatrice di libertà e di democrazia. E torniamo all’incipit per giungere alla conclusione che non c’è da stupirsi se nella sterminata produzione filmica di Hollywood manca completamente il conflitto israelo-palestinese, che oggi (ma non propriamente oggi) si è trasformato nel genocidio palestinese. Un conflitto che dura dalla fine della seconda guerra mondiale, che ha visto soprusi, occupazione di terre, massacri: non un filmato da parte di Hollywood, ma neppure da parte di una produzione indipendente, quasi a non voler disturbare il manovratore. Una spiegazione, a questo punto, non è tanto difficile fornirla.

Buongiorno. Trovo pericolosa la ripetuta insistenza sulla parola “ebrei” riferita alla produzione cinematografica, agli intellettuali etc. Pericolosa perché categorizza e alimenta nuove forme di antisemitismo, che dovrebbero essere per contro evitate. Lungi da me difendere la macchina hollywoodiana, ma si chiede forse una produzione filmica pro-Palestina ora?