Anche quest’anno, dal 31 luglio al 6 agosto, “Spostiamo mari e monti aps” ha organizzato a Riace il proprio campo annuale di formazione e di educazione alla pace e alla solidarietà. Si è parlato di accoglienza e di integrazione, di confini, di rispetto dell’ambiente, di agricoltura sostenibile, di diritti dei lavoratori stagionali. Non a caso il campo si è svolto a Riace, per conoscere il sogno del Villaggio Globale immaginato e realizzato da Mimmo Lucano e tante esperienze positive portatrici di buone pratiche sul territorio. Il campo, a cui hanno partecipato 60 ragazze e ragazzi tra i 18 e i 30 anni, ha visto incontri con numerosi ospiti (da Patrick Zaki al magistrato Emilio Sirianni, da Vito Fiorino, artefice del salvataggio di numerosi migranti al largo di Lampedusa, ad Alessia Iotti, in arte Alterales, attivista per la crisi climatica e illustratrice) e momenti di grande intensità come l’inaugurazione di un ulivo dedicato ai Giusti e alle Giuste dell’accoglienza (nel network della Fondazione Gariwo), l’accensione annuale del Forno sociale dei Popoli, inaugurato dal gruppo nel 2021, in cui impastare insieme il pane per condividerlo con tutta la piazza in un pasto comunitario, e un murale sulle donne migranti realizzato in occasione del campo da Laika, attivista e street artist. A quest’ultimo evento si riferisce la riflessione svolta nel capo da Giulia Randazzo, impegnata nel settore dell’inclusione sociale e della cooperazione internazionale, che di seguito pubblichiamo. (la redazione)
Quando si parla di migrazioni mi viene sempre in mente una frase che mi commuove ogni volta, stasera cerco di trattenermi: “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”. Questa frase è del 1965, è di uno scrittore svizzero e gli uomini di cui parla sono i lavoratori italiani emigrati in Svizzera. Quanti di noi hanno parenti, amici, che in quegli anni sono emigrati in Svizzera, Germania, Belgio, Francia, Canada, Stati Uniti? Solo per dire alcuni paesi.
Stasera abbiamo inaugurato un murale che raffigura le donne, madri, migranti accolte qui a Riace. Non braccia, non uomini, ma donne e madri. Viviamo in un tempo che può essere chiamato “era della migrazione” perché sempre più paesi sono coinvolti dai movimenti migratori, perché le politiche locali, nazionali e internazionali sono sempre più influenzate dalle migrazioni – o meglio si fanno influenzare dalle preoccupazioni legate alle migrazioni – e perché negli ultimi decenni è avvenuta una femminilizzazione delle migrazioni. Per molto tempo le donne sono rimaste invisibili negli studi sulla migrazione. Negli anni ’60 e ’70, le teorie migratorie presumevano spesso che la maggior parte dei migranti fossero uomini e che le donne fossero semplicemente mogli e persone a carico al seguito dei mariti. Nessun altro ruolo era loro riconosciuto al di fuori di questo. Mogli e persone a carico, soggetti passivi, i loro contributi alla società e all’economia e le loro esperienze specifiche non erano presi in considerazione.
L’attenzione si è accesa negli ultimi decenni quando si è assistito a un aumento delle migrazioni autonome da parte delle donne, che diventano le principali fornitrici di reddito o breadwinners delle loro famiglie. La maggiore visibilità delle donne nei numeri, nei dati sulle migrazioni ha richiamato l’attenzione. E così finalmente si è iniziato a riconoscere che uomini e donne hanno comportamenti migratori diversi, affrontano opportunità differenti e devono far fronte a rischi e sfide distinti, come la vulnerabilità alle violazioni dei diritti umani, allo sfruttamento, alla discriminazione e a specifici rischi per la salute. È dunque sempre più evidente che la migrazione non è un fenomeno “neutro rispetto al genere”. Fin dal momento in cui decidono di migrare, l’esperienza delle donne migranti differisce da quella degli uomini.
Il genere – cioè cosa comporta essere donna o uomo in un certo contesto – incide fin dal momento in cui si prende la decisione di partire. La povertà e la necessità di sostenere la famiglia rappresentano forti motivazioni alla migrazione per donne e uomini. Ma, e qui iniziano le prime differenze, le donne, in generale, affrontano maggiori restrizioni decisionali e finanziarie rispetto agli uomini. Tuttavia, le opportunità di reddito possono offrire alle donne un potere maggiore e allentare i vincoli tradizionali alla mobilità femminile. La migrazione femminile è motivata anche da fattori non economici, come la volontà di sottrarsi al controllo da parte delle comunità e alle tradizioni patriarcali che limitano le libertà e le opportunità, il desiderio di uscire da un matrimonio infelice o violento, la fuga dalla violenza domestica e la ricerca di pari opportunità.
Durante il percorso migratorio, le donne sono doppiamente vulnerabili, in quanto donne, in quanto migranti, più eventuali caratteristiche personali, e a volte a causa di condizioni specifiche della migrazione come la tratta o la migrazione irregolare.
La migrazione può contribuire alla parità di genere e all’empowerment delle donne offrendo loro reddito e status, autonomia, libertà e l’autostima che deriva dal lavoro. Vivere in un nuovo Paese le espone a nuove idee e norme sociali che possono favorire i loro diritti e consentire una partecipazione più piena alla società. Possono facilitare l’incontro tra le culture. Può anche avere un’influenza positiva sul raggiungimento di una maggiore parità nei loro Paesi di origine.
Tutte queste differenze non servono a dividere o a mettere in contrapposizione, ma a rendere più efficaci le attività e le politiche che costruiamo. Perché quando parliamo di migranti, non parliamo di numeri, non parliamo di braccia: parliamo di persone. E molto spesso, parliamo di donne.
