Stati Uniti: il sindacato nell’era di Trump

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Il Sindacato degli Stati Uniti è ancora, pur coi suoi tradizionali limiti di frammentazione, verticismo e ricaduta in episodi di corruzione, uno dei baluardi che cercano di contrastare l’imperante individualismo, razzismo e rifiuto della solidarietà umana di quel Paese.

Nel 2025 scadranno i contratti di 700.000 lavoratori. Le loro rinnovate scadenze saranno la cartina di tornasole della proposta, lanciata dal sindacato United Auto Workers (UAW), di unificarle al primo maggio 2028, cosa che esso ha già inserito nei contratti delle Big 3 (Ford, General Motors e Stellantis) e le convenzioni nazionali dei lavoratori postali (APWU) e degli insegnanti (AFT) hanno approvato. Un Primo Maggio che potrebbe dunque essere una giornata di lotta nazionale, visto che non è una data festiva negli USA, seppur sia nato dai fatti di Chicago del 1886, che hanno portato all’impiccagione dei Martiri di Haymarket, gli anarchici organizzatori di quegli scioperi per le 8 ore di lavoro.

Nel 1983 era sindacalizzato negli USA il 20,1% della forza lavoro statunitense; oggi lo è il 10%, il minimo storico. Solo il 6% nel settore privato, ma un terzo dei dipendenti pubblici. Alte percentuali persistono nelle città del Nord-Est, della costa del Pacifico e della zona dei Grandi Laghi e bassissime negli Stati del Sud-Est, quelli della ex Confederazione Sudista. In 26 Stati degli USA vigono leggi right to work che, sebbene paradossalmente definite di “diritto al lavoro”, ostacolano la contrattazione collettiva. La frammentazione sindacale in due grandi Confederazioni, che fanno da “ombrello” a decine di sindacati, oltre ad altre Unions indipendenti, è una caratteristica storica degli USA, dove la normativa impone un singolo sindacato per ogni unità produttiva e rari sono i contratti collettivi nazionali o di un’intera azienda. E occorre adire una farraginosa procedura: il 30% delle firme per chiedere all’ente federale per il Lavoro, il National Labor Relations Board (NLRB), l’indizione di elezioni per ottenere poi il 50% dei consensi e un anno di tempo per stipulare il contratto. In tutte le suddette fasi, le aziende attuano, con grandi risorse, azioni ostative, anche appaltate a imprese specializzate in union busting (contrasto del sindacato).

Il contesto sindacale odierno si trova di fronte alle politiche sul lavoro della nuova presidenza di Trump, che troveranno impulso dal fatto che quasi tutti i grandi Sindacati hanno fatto campagna elettorale per Kamala Harris (salvo i Teamsters, i camionisti), mentre gli iscritti e le loro famiglie hanno votato, secondo i sondaggi, in parte non maggioritaria ma notevole (pur se non nel settore pubblico) per lui. Prima delle elezioni, i Sindacati hanno definito Trump “un pericolo per la democrazia” e un crumiro (a scab), come scritto sulle magliette di UAW, ma varie ragioni hanno portato a un voto di molti lavoratori per Trump: l’inflazione, che ha aggredito la capacità di spesa (molti di loro sono inchiodati in salari di povertà), l’opinione che il Partito Democratico, aldilà delle affermazioni di facciata, sia distante dai loro bisogni popolari concreti e, non escluso, il loro consenso alla repressione dell’immigrazione.

Una notevole ripresa d’iniziativa sindacale era peraltro avvenuta negli ultimi anni. Nel 2023 sia con lo sciopero di più di mezzo milione di impiegati pubblici, insegnanti, sceneggiatori e attori, addetti alla sanità e dei grandi hotel, sia con la firma di grandi contratti: quello dei 350.000 lavoratori del gigante delle consegne United Parcel Service (UPS) da parte del Sindacato dei Teamsters e i tre contratti, firmati da United Auto Workers (UAW) di General Motors, Ford e Stellantis, ex Chrysler negli USA. Questi ultimi con al centro il recupero del COLA (l’adeguamento dei salari all’inflazione) e la cancellazione dei diritti diseguali per i neo assunti, concessi dal Sindacato nella crisi del 2008-2009. Un’ultima propaggine di quel periodo (la sanzione emessa nel 2021 per i 3,5 milioni di tangenti pagate per 13 anni, attraverso fondi di formazione bilaterali, da Marchionne di Chrysler alla dirigenza UAW, dodici dei cui membri sono finiti in prigione) è stata il voto segreto degli iscritti per gli organismi dirigenti di UAW, imposto dal governo federale, che ha premiato una nuova leadership (subentrata per pochi voti a ciò che rimaneva di quella che per 70 anni era stata “padrona” di una delle Union più prestigiose degli USA). La quale si è trovata da subito a gestire il rinnovo dei contratti nell’autunno 2023; e l’ha fatto con nuove forme di informazione costante sulle trattative e con uno sciopero, ad oltranza e progressivo, degli stabilimenti. La cui grande risonanza aveva ridato forza e visibilità a un Sindacato che nel 1979 aveva un milione e mezzo di iscritti, mentre oggi tessera 580.000 pensionati e 391.000 in produzione e che ha aumentato negli ultimi anni il numero degli affiliati per l’afflusso in UAW di 100.000 lavoratori delle università (di cui 48.000 sono stati protagonisti in California del più grande sciopero nazionale dell’anno 2021).

All’inizio del 2024, sull’onda dei contratti firmati, UAW ha affrontato perciò lo squilibrio territoriale, imposto della delocalizzazioni delle imprese auto in Messico e nel Sud degli Stati Uniti, che ha comportato un aumento di occupazione nell’industria automobilistica statunitense del 30% dai primi anni ’80 ma una caduta della sindacalizzazione: nel 1983 il 60% dei metalmeccanici USA erano iscritti al Sindacato; oggi, degli odierni 1,3 milioni di lavoratori, meno del 16%. Non lo sono gli stabilimenti di tutte le imprese straniere dell’auto che operano negli USA e quelle dei veicoli elettrici (come Tesla). Per questo UAW ha stanziato 40 milioni di dollari per la campagna in corso di sindacalizzazione dei 150.000 lavoratori delle 13 case automobilistiche presenti negli Stati del Sud, attratte da massicci incentivi. Dopo una prima vittoria presso la Volkswagen di Chattanooga, in Tennessee, la sconfitta presso la Mercedes-Benz di Vance, in Alabama, e lo stallo delle adesioni nelle imprese cinesi e giapponesi, portato anche della dichiarazione congiunta dei sette governatori repubblicani degli Stati del Sud che hanno dipinto come una jattura la “calata sindacale dal Nord”, si è aggiunta alla rottura della solidarietà interna del nuovo gruppo dirigente con la revoca delle cariche da parte del Presidente UAW, Shawn Fain, al vicepresidente e alla tesoriera. I quali sono entrambi parte attiva dell’esposto al giudice, che per sette anni controlla le risorse di UAW a seguito dello scandalo delle tangenti, il quale ora ha contestato una mancata collaborazione nel fornire i documenti economici del Sindacato.

Un’altra importante esperienza sindacale ha coinvolto nella multinazionale delle caffetterie Starbucks tantissimi giovani nella fondazione e nelle iniziative del sindacato Starbucks Workers Union (SBWU). Dopo la prima vittoria elettorale nel 2021 a Buffalo (Stato di New York) sono ormai più di 500 le caffetterie statunitensi sindacalizzate con più di 11.000 addetti. L’azienda non solo da allora ha rifiutato trattative contrattuali serie ma ha inanellato una serie di azioni (licenziamenti di organizzatori, chiusura di negozi sindacalizzati) in cui si è inizialmente distinto il sedicente progressista amministratore delegato Howard Schultz, pluridenunciato dal NLRB. Dopo una violenta diatriba, iniziata con un post filo-palestinese sul sito del Sindacato a cui l’azienda ha risposto con una denuncia, nelle università del Paese, ma soprattutto nel Medio Oriente, una campagna di boicottaggio del marchio aveva indotto l’azienda, un anno fa, a una lettera d’intenti che prefigurava un contratto quadro per le caffetterie sindacalizzate. La trattativa è ancora arenata, mentre continuano varie iniziative di SBWU che coinvolgono anche la clientela, che ha nelle caffetterie un luogo di aggregazione. Lo sciopero più recente, dal 20 al 24 dicembre, ha coinvolto 5.000 lavoratori Starbucks, in 300 località degli USA.

Nello stesso periodo, prima di Natale, il sindacato dei Teamsters, che ha lanciato una campagna di sindacalizzazione di Amazon, inglobando anche iniziative esistenti (come Amazon Labor Union, che per prima era riuscita, senza successiva ricaduta contrattuale, a vincere un’elezione sindacale in un grande stabilimento di Staten Island), ha utilizzato il pronunciamento del NLRB, che ha stabilito che i lavoratori della consegna dei pacchi, che Amazon USA ha appaltato a una ditta esterna, sono da considerare dipendenti diretti, per mobilitare 10.000 nuovi iscritti in 10 strutture aziendali per il primo sciopero con ampiezza nazionale in quell’azienda. Un’importante vittoria sindacale è stata ottenuta dal sindacato United Food and Commercial Workers, che ha guidato una coalizione di oltre 100 organizzazioni sociali contro la progettata fusione delle due grandi catene di supermercati Kroger e Albertsons che avrebbe comportato diminuzione degli occupati, chiusura di negozi e prezzi più alti. A dicembre, la magistratura si è pronunciata, così come suggerito dalla Federal Trade Commission, contro l’accordo e, il giorno seguente, la più grande fusione di negozi di alimentari nella storia degli Stati Uniti si è arenata. Dal luglio 2022 proseguono gli scioperi delle centinaia di addetti ai grandi hotel (attuati, dove il contratto non è stato raggiunto, anche, per due o tre giorni, da 10.000 lavoratori durante il Labor Day di settembre, la festività che ignora il Primo Maggio come data internazionale del Lavoro), mentre nell’autunno 2024 hanno raggiunto il contratto gli scioperi ad oltranza dei 33.000 operai della Boeing e dei 47.000 portuali della costa est degli USA.

I comportamenti illegali attuati dalle imprese durante queste vertenze sono stati spesso contestati (seppur senza possibilità di propinare sanzioni) dall’Ente federale per il Lavoro, con la dirigenza, nominata da Biden, di Jennifer Abruzzo, di provenienza sindacale. L’ente federale aveva contestato a Elon Musk il suo vantato rifiuto di concedere benefici a chi si sindacalizzava nella sua azienda SpaceX. A ciò, l’uomo che ha preso un grande potere nella nuova amministrazione Trump, aveva risposto con una denuncia, arrivata alla Corte Suprema, in cui sostiene l’incostituzionalità del NLRB, richiedendo in sostanza la soppressione dell’Ente istituito nel periodo del New Deal (e parzialmente azzoppato negli anni Cinquanta). Non è difficile prevedere che Musk proporrà, nella sua nuova carica di guardiano federale dell’efficienza col Dipartimento federale DOGE, sia un forte ridimensionamento del ruolo di tutte le agenzie federali, come il NLRB, che disturbano il ruolo assoluto del Presidente e delle imprese, sia un’ondata di licenziamenti di impiegati pubblici, i più colpiti quando la destra attacca lo Stato sociale. Dipendenti pubblici che, con le loro lotte, malgrado la presenza di un divieto del loro sciopero in molti Stati degli USA, hanno ottenuto significative vittorie a favore del loro lavoro e dell’utenza.

Un primo passaggio sarà il prossimo rinnovo del contratto di lavoro, scaduto dal 2023, dei 200.000 portalettere. Posti di lavoro sindacalizzati e per questo con salari e benefici dignitosi, diversi dalle retribuzione da fame delle imprese private concorrenti. Trump, che si definisce un difensore dei “posti di lavoro americani” e delle persone che vivono nel cuore del Paese, trascurate dalle élite delle coste, ha dichiarato che sta pensando di privatizzare il servizio postale. Con ciò eliminando le Poste di base garantite a tutti a prezzo univoco, anche a chi abita lontano dai grandi centri.

Nuvole nere si addensano dunque sui dipendenti pubblici, federali, statali e di contea. Il sodale di Musk nel compito di far pulizia a Washington, il miliardario Vivek Ramaswamy, prima di abbandonare la corsa presidenziale a favore di Trump, propose di licenziarne i tre quarti e Trump stesso ha già dichiarato che intende anche smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, licenziare i suoi lavoratori, che lui chiama “radicali, fanatici e marxisti” e stabilire un nuovo sistema di credenziali per le scuole per imporre l’insegnamento della storia, e di altre materie, secondo gli standard imposti dalla sua amministrazione.

Tali politiche di smantellamento dello Stato sociale sono già ben evidenziate nel Project 2025, il dettagliato progetto di transizione presidenziale scritto da organizzazioni reazionarie, in cui si prevede di eliminare i Sindacati del settore pubblico, diminuire la protezione del lavoro minorile, mettere ulteriori ostacoli all’organizzazione del Sindacato sui posti di lavoro, revocare le garanzie per la retribuzione obbligatoria per il pagamento straordinario.

Si apre dunque una fase di contrapposizioni determinanti per stabilire quello che sarà il futuro dei lavoratori statunitensi. Trump si farà paladino dei lavoratori non sindacalizzati e per questo ha bisogno di impedire il ruolo collettivo del Sindacato. Purtroppo, con la chiusura delle grandi fabbriche, soprattutto quelle del nord-est del Paese, è scemata la funzione comunitaria che il Sindacato aveva negli anni ’60 del secolo scorso, quand’era fortemente radicato nel tessuto sociale e promotore di solidarietà. Ma proprio nelle lotte sindacali di questi ultimi anni, che hanno messo in campo giovani, comunità, rapporti con associazioni, le Unions statunitensi possono rafforzare il loro fondamentale ruolo di solidarietà e il senso di appartenenza per raggiunger obiettivi collettivi. Quello che si vede nelle foto dei picchetti e nelle manifestazioni dei lavoratori che si sono svolte in questi anni negli Stati Uniti.

Fonti principali:

M. Gruenberg, Project 2025 purge: Public sector firing spree and massive service cuts loom, People’s World, 27 novembre 2024

J. DeManuelle-Hall – K.Brower Brown, The Big Union Contract Fights Coming in 2025, Labor Notes, 12 dicembre 2024

B. Burgis, Privatizing the Post Office Would Be a Disaster, Jacobin, 17 dicembre 2024

S. Anderson – C. Mills Rodrigo, 10 Inequality Victories in 2024, Bucks County Beacon, 26 dicembre 2024

Gli autori

Ezio Boero

Ezio Boero, nato a Torino nel 1954, si è laureato in Scienze politiche con una tesi su “Politica dei trasporti e sviluppo urbano: il caso torinese”, ha fatto attività politica, sindacale e ambientalista. Da ultimo ha pubblicato “Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti”, StreeLib, 2019 (aggiornato nel 2023).

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