La quarta estate della Gkn sta volgendo al termine. Dopo il grande concerto del 12 luglio a piazza Poggi, sotto quella stessa Torre di San Niccolò che l’anno scorso venne “occupata” dai lavoratori (per protestare otto mesi senza stipendi né ammortizzatori), sono arrivati, inevitabili, il caldo asfissiante e l’indicibile stanchezza. Agosto è passato lento al presidio, nonostante l’abbraccio deə solidali, arrivatə da varie parti della penisola e persino dalla Germania, a passare magari qualche giorno delle proprie ferie a sostegno degli operai in lotta, per continuare a resistere, fino a che ce ne sarà. Poi l’8 settembre è scesa tanta acqua quanta ne scende in un mese, mettendo di nuovo in difficoltà un territorio, ad altissimo consumo del suolo, ancora provato dall’alluvione del 2 novembre scorso. Oltre tre anni di lotta e una vertenza allo stallo, logorano anche i rapporti tra le persone, fanno sembrare irraggiungibile l’obiettivo, e le stesse, (chiare, semplici) richieste alla politica: commissionare Qf, stipendi subito, legge regionale. Ma non si può, non si deve, lasciare affondare nell’incertezza proprio adesso questi 140 eroici operai rimasti.
Non dopo quel che è successo in questi ultimi mesi. Uno sciopero della fame durato 13 giorni, arrivato come ogni forma estrema di protesta messa in campo dal Collettivo dal 9 luglio 2021, dopo che niente era stato smosso dall’ultima manifestazione, quella del 18 maggio, in cui migliaia di persone avevano attraversato le strade di Firenze, dal cantiere Esselunga di via dei Mariti (quello maledetto dove il 16 febbraio erano morti 5 operai) fino alla sede della Regione Toscana a Novoli. La sera, finito il corteo, una decina di operai scavalca la cancellata, tira fuori le tende e si accampa nello spazio verde davanti al palazzo dell’ente pubblico. Passano “da assediati a assedianti” perché vogliono risposte proprio dal Consiglio regionale circa la legge sui consorzi industriali presentata il 4 aprile. L’acampada operaia va avanti in quella che il Collettivo di Fabbrica chiama “la settimana dell’imbarazzo”. Perché siamo in campagna elettorale e a fronte di tante presentazioni, comizi, cene e aperitivi in occasione delle amministrative a Firenze e a Prato per le Europee, è veramente assordante il silenzio sulla vertenza della ex Gkn. E allora, la decisione di smettere di mangiare. Metterci il corpo fino in fondo. Il 4 giugno tre lavoratori cominciano lo sciopero della fame in piazza Indipendenza, dove nel frattempo si è spostata anche la tendata. “Perché l’imbarazzo deve essere tutto loro”: così, scrivono sui social, “lo sfinimento diventa un vostro problema. […] Noi siamo qua. Con la pancia piena di rabbia e dignità”. Lo sciopero viene sospeso “a verifica” perché, di fatto, l’iter della legge parte. Alla proposta di legge (262), presentata dalla vicepresidente del gruppo M5S Silvia Noferi, sono state apposte modifiche, ed è stata discussa nelle commissioni tecniche il 23 luglio. In mancanza di un verbale della seduta (a cui è seguito “un lungo dibattito”), si sa solo che la legge è al vaglio nell’ufficio legislativo.
L’estate sta finendo, ma non tutto tace. Ci ha pensato Francesco Borgomeo, proprietario di Qf (ex Gkn), azienda in liquidazione, a smuovere le acque. Il 30 agosto lancia un allarme, non come imprenditore insolvente rispetto ai pagamenti degli stipendi arretrati ed emolumenti vari di chi resta suo dipendente, secondo varie sentenze di tribunale, ma nelle vesti di Presidente di Unindustria Cassino. Senza cassa integrazione si chiude, dichiara e si dice pronto a scendere in piazza assieme agli imprenditori. La risposta di Fiom e Rsu ex Gkn non si è fatta attendere. La Fiom, in particolare, l’ha richiamato alla «responsabilità sociale nei confronti delle lavoratrici e lavoratori scoperti da ogni tutela economica proprio per le sue sciagurate decisioni». Una campagna dunque diversiva quella dell’industriale romano che ha voluto “tirarsi fuori” dalla vertenza Gkn, specie da quando nel febbraio 2023 ha messo il sito di Campi Bisenzio in mano al liquidatore Gianluca Franchi, suo uomo di fiducia, in quanto nel consiglio di amministrazione di Saxa Gres. I problemi posti da Borgomeo non sono irrilevanti, né tanto meno nuovi. La crisi del comparto automobilistico in Italia precede l’emergenza Covid e le richieste di ammortizzatori e di altri interventi pubblici, quali un tavolo comune sul tema assieme al siderurgico (con ex Ilva e Stellantis), sono state avanzate da tempo dalla Fiom (https://ilmanifesto.it/gli-inutili-tavoli-agostani-di-urso-tutti-riuniti-nessuna-soluzione). Come la necessità di spostare il tavolo a Palazzo Chigi. Questo perché il ministro Urso e il suo Mimit – dicastero a cui ha apposto la pomposa e autarchica qualifica di “made in Italy” – hanno dimostrato di non ottenere risultati significativi. L’Europa ha fatto una scelta dettata né dall’economia né dall’industria, ha dichiarato ancora Borgomeo, bensì dall’“ideologia dell’Ambientalismo”, cioè un ambientalismo, a suo parere, che non tiene conto di come si produce l’energia né dei costi economici e sociali di suddette scelte. «Quel che dichiara Borgomeo è una sorta di ammissione di fallimento rispetto alla scommessa della green economy», dice Emanuele Leonardi, sociologo, autore assieme a Paola Imperatore di L’era della giustizia climatica. «Si tratta della fine dell’idea che profitti e protezione ambientale potessero andare a braccetto» – continua –. «Si decise che il mercato avrebbe trainato la conversione “verde”; ora ci dicono invece che questo non è possibile, ma senza nessuna autocritica, senza nessuna inversione di rotta». L’urgenza della transizione ecologica resta, ma oggi viviamo in società regolate da economie di guerra e l’agenda politica di chi governa è per lo più improntata a promuovere un discorso di indipendenza economica piuttosto che di reale progresso e benessere della cittadinanza.
Su un punto, però, Borgomeo ha ragione. Va cambiata l’ideologia. Ma non quella ambientalista. È importante invece cogliere l’eredità dell’ecologismo anni Settanta: la crisi del capitale deve essere occasione per un cambio di sistema. Il neoliberismo non crea benessere sociale. Il produttivismo e l’annessa ossessione dell’economia liberale per la crescita portano a società in cui il malessere è diffuso, le disuguaglianze aumentano, le guerre sono motore dell’economia. In questo senso, la soluzione proposta dall’esperienza della lotta Gkn, e dal movimento convergente che si è creato attorno ad essa e in virtù di essa, vorrebbe mettere nelle mani delle comunità che presidiano i territori la gestione di un bene comune come l’energia. Nel piano industriale attuale, ci sono la produzione di energie rinnovabili (pannelli solari e gestione del riciclo degli stessi) e cargobike. “Fabbrica socialmente integrata” vuol dire anche questo: impedire che la gestione sia in mano a grandi gruppi privati. Coloro che lavorano in Regione (Arpa, Arti e Irpet) hanno dichiarato: «quello che volete fare voi è il lavoro che vogliamo fare noi». I consorzi industriali pubblici potrebbero aprire una via politica nuova alla dismissione delle fabbriche e al relativo impatto sociale ed economico sui territori. Chi critica aleggia fantasmi del passato, affermando che, nel caso della Gkn, l’intervento pubblico equivarrebbe a una bolscevizzazione dell’economia, quando negli ultimi anni si sono erogato fondi altrove (si vedano i numerosi casi di recupero delle imprese in crisi tramite la legge Marcora, che prende il nome da un democristiano e non certo da un bolscevico). Le imprese recuperate in Italia, tra l’altro, si concentrano proprio nelle province italiane, dove anche operai specializzati faticano a ritrovare lavoro quando la loro azienda chiude. Fondi di rotazioni e finanziamenti agevolati sono gli strumenti per una normativa che propone un ruolo attivo di lavoratrici e lavoratori. Nel caso di Campi Bisenzio, si pone l’obiettivo di realizzare un polo di eccellenza per la mobilità sostenibile e le rinnovabili.
La questione, dunque, resta tutta politica. L’art. 43 della Costituzione, come ricordano Alessandra Algostino e Riccardo Barbero, con la possibilità di trasferire le imprese a comunità di lavoratori, l’art. 45 (con la sua “funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”) e l’art. 46 (con il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende) avvalorano questa soluzione economico-sociale, proprio perché la nostra Costituzione è improntata a un “realismo emancipante” e non all’ideologia. Se la politica di una presunta sinistra cessa di essere incisiva, presente a processi di cambiamento sociale, quale ruolo si riserva?
Vero, va cambiata l’ideologia; ma l’ideologia da cambiare, e anche in Europa, è quella neoliberista, vista come inevitabile, migliore dei mondi possibili, unico orizzonte entro cui si muove la politica dell’arco costituzionale con una timidezza che, se non vivessimo in tempi di guerra e gravi crisi sociali, potremmo chiamare semplicemente timidezza, ma che invece è più appropriato nominare codardia. Il sovranismo governativo, poi, non è altro che “neoliberismo dipinto di folclore”, come l’ha definito Pasquale Tridico, economista, ex presidente dell’Inps e attuale capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo.
La campagna per l’azionariato popolare per Gkn For Future (GFF) è anche azione politica “emancipante” in quanto propone un nuovo modello di società che ha alla sua base l’organizzazione popolare, un ritorno alle origini del rapporto democratico di rappresentanza tra delegati e deleganti, un modello analogo a quello a cui si ispira il Collettivo di Fabbrica ex Gkn. La campagna termina il 30 settembre. L’obiettivo è quello di raggiungere un milione di euro. Ne mancano solo 65mila. È fattibile, e soprattutto, citando Leonardo della comunità dell’Isolotto di Firenze, mette in atto un processo virtuoso nella società: «Si torna a sentirsi parte, ci si riconosce in qualcosa».
