Come molti calabresi che vivono fuori regione, guardo da settimane lo sfacelo ambientale della mia terra; tra fango, pioggia e cicloni, monta la mia rabbia mista all’impotenza. Ciò che ha sfigurato e ancora sfigura la Calabria da gennaio 2026 non può essere archiviato come mera catastrofe naturale – e no, non si chiama maltempo. La violenza apocalittica della natura ha assunto il carattere di un momento epifanico, una lacerazione della normalità che ha messo a nudo la condizione ontologica del Mezzogiorno. Ciò che il fango e le acque limacciose hanno disvelato non è solo la vulnerabilità idrogeologica di una regione – cosa di cui peraltro chi sta attento già sapeva benissimo – bensì l’architettura profonda di un sistema di governo che opera attraverso una sofisticata politica della morte, si nutre di un tenace capitalismo estrattivo e, in ultima istanza, è definito da una pervasiva infestazione di fantasmi. Per procedere alla dissezione di questa catastrofe, è imperativo adottare un quadro analitico che trascenda la contingenza.
Il primo strumento è la necropolitica, la politica della morte, qui intesa nella sua declinazione ambientale. L’intuizione di Achille Mbembe, che descrive il potere sovrano di discriminare tra le vite da preservare e quelle la cui estinzione è ammissibile, in Calabria assume la sua forma più diluita e processuale, una morte lenta amministrata attraverso l’omissione, attraverso l’abbandono pianificato del territorio. La sistematica omissione di interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico, la tolleranza verso un’antropizzazione predatoria e la cronica assenza di una manutenzione ordinaria non sono il prodotto di una mera negligenza. Costituiscono, a tutti gli effetti, un dispositivo biopolitico negativo, cioè un meccanismo di governance che, anziché promuovere la vita e il benessere delle persone, opera attraverso l’abbandono o la gestione della morte. Siamo di fronte a un esercizio di sovranità che opera non attraverso l’azione, ma attraverso la deliberata inazione. Lo Stato, in questa geografia del collasso, non uccide direttamente; piuttosto, lascia morire, permettendo che il territorio stesso si trasformi in un agente letale contro i suoi abitanti e inscrivendo un’intera popolazione e il suo habitat in un’ontologia del sacrificabile. Il presidente della regione Sicilia, Renato Schifani, di fronte al disastro provocato dal ciclone Harry, se l’è presa con la natura che “non ci ha voluto bene”. Il corpo territoriale calabrese diviene così un’entità esposta, la cui periodica devastazione è un rischio atteso e, in fondo, calcolato e politicamente metabolizzato. Il 26 gennaio il Governo Meloni, su proposta del ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale nei territori della Sicilia, Sardegna e Calabria colpiti dal violento ciclone Harry. Una promessa di 100 milioni di euro – a fronte di danni stimati per più di un miliardo se non due e oltre 500 milioni solo in Calabria – che però indigna chi fa notare che in altre situazioni emergenziali lo stanziamento era nettamente superiore. Sarà che in Calabria e in Sicilia, per dirla con Francesco Merlo, ce lo si aspetta di più, il disastro. Sarà anche che al Sud i soldi arrivano solo quando il progetto non riguarda il Sud, come nel caso dei 14 miliardi (e oltre) per il ponte sullo Stretto.
Infatti, sulla base di questa letalità differita della politica della morte si innesta e prolifera il capitalismo estrattivo. La storia economica del Mezzogiorno è la storia di un’estrazione di valore che non ha mai generato uno sviluppo endogeno. Dalle rimesse umane del primo Novecento all’industrializzazione forzata del secondo dopoguerra, il Sud è stato concepito come un bacino di risorse da sfruttare e una discarica del modello di sviluppo nazionale. I poli industriali, “cattedrali nel deserto”, spesso altamente inquinanti – pensiamo a Montedison e poi Eni nel crotonese – hanno avvelenato terre e falde acquifere in cambio di un benessere effimero, lasciando dietro di sé un’eredità di malattie e degrado ambientale. Il capitalismo giù da noi non crea, erode. Consuma il suolo, l’acqua, la salute, lasciando il territorio strutturalmente più fragile e vulnerabile. Le frane e le esondazioni del 2026 non sono che l’ultima, drammatica fattura di questo debito ecologico. Quando le acque del Crati hanno rotto gli argini, non hanno semplicemente allagato dei campi; hanno ratificato con la forza primordiale degli elementi una gerarchia del valore delle vite – necropolitica appunto – già sancita dal sistema economico. Il disastro naturale, in questo senso, non svela nulla di nuovo: esso porta a compimento, in modo spettacolare e definitivo, la logica che considera quelle vite spendibili. La terra, impoverita e avvelenata, ha perso la sua capacità di resilienza, e alla prima pressione del cambiamento climatico, ormai sempre meno straordinaria, ecco che collassa.
È qui che arrivano i fantasmi. Il paradigma della ghost criminology, della criminologia dei fantasmi, studia come le violenze del passato – coloniali, statali, economiche – persistano come presenze spettrali che infestano attivamente il presente. La Calabria è un territorio saturo di queste presenze. Il paesaggio devastato si trasforma in un teatro tanatologico dove i fantasmi della storia cessano di essere metafore e diventano la forza che sradica alberi e divelle fondamenta. La Calabria è infestata, in primo luogo, dal fantasma egemonico della “Questione Meridionale” che classifica il Sud come anomalia, giustificando logiche di governo differenziale e di perpetua emergenza. Il Sud, e la Calabria soprattutto, è colonia, una colonia interna per la precisione – laddove il colonizzatore è il resto d’Italia oltre che il resto d’Europa. Questa questione-fantasma non è un’astrazione intellettuale; è un’etichetta persistente che si attacca ai differenziali di investimento, si ritrova nelle narrazioni mediatiche e nella percezione stessa di un territorio la cui crisi è considerata endemica e, dunque, normale. Inseparabile dallo spettro della Questione Meridionale è la questione mafia: la ‘ndrangheta è inscindibile dall’immaginario della Calabria. La narrazione sulla ‘ndrangheta in Calabria, raccontata come ‘altro’ e ‘specchio’, è fondamentale nel costruire la narrazione di colonia interna, marginalità e irrimediabilità della regione. I fantasmi della ‘ndrangheta popolano tutto il progresso – o la sua assenza – e tutto il fallimento che popola la nostra regione.
Vi è poi un fantasma ancora più concreto, un feticcio politico che da decenni infesta l’immaginario collettivo e distorce le priorità politiche: proprio il Ponte sullo Stretto e le sue centinaia di miliardi di euro. Il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che del Ponte ha fatto il suo simbolo politico, ha dichiarato che non solo non si toccano i fondi del Ponte per far fronte ai danni ambientali di questo ‘maltempo’, ma che gli aiuti sarebbero arrivati prima in Sicilia se ci fosse stato il Ponte. Il ministro è stato smentito dagli esperti che fanno notare come il mare sia più percorribile di un eventuale ponte in caso di cataclismi ambientali. Il Ponte è il fantasma tra Scilla e Cariddi. È un’entità che esiste più nel discorso che nella materia, una promessa messianica di modernità perennemente differita, capace di assorbire un’enorme quantità di capitale simbolico, politico ed economico senza mai concretizzarsi. L’infestazione prodotta da questo ponte-fantasma opera per distrazione e dislocamento. Mentre il dibattito pubblico e le agende politiche sono ipnotizzati dalla sua visione monumentale, le reali necessità del territorio vengono sistematicamente ignorate. La sua presenza spettrale giustifica l’inazione sul presente. Ogni euro, ogni ora di progettazione, ogni grammo di volontà politica dedicata a inseguire questo fantasma è sottratto alla manutenzione minuta, capillare e vitale di cui la Calabria ha un bisogno disperato: consolidare i versanti, pulire gli alvei dei fiumi, mettere in sicurezza le coste, programmare resistenza per il futuro.
I cicloni del 2026 hanno operato una terrificante materializzazione di questa logica spettrale. La catastrofe è la conseguenza diretta di questa infestazione. Mentre si insegue il fantasma di un ponte proiettato in un futuro mitico, il territorio reale, nel presente, frana. La politica, ossessionata da un’opera-simbolo, ha permesso che le infrastrutture della vita quotidiana si sgretolassero. La devastazione non è dunque un incidente, ma il prezzo pagato per un’allucinazione collettiva. Concludere che la catastrofe calabrese sia un’emergenza da gestire con strumenti tecnici e finanziari – dibattendo su quanto serve e a chi dare gli ‘spiccioli’ – significa rimanere ciechi all’essenza della necropolitica e all’approccio criminologico dei suoi fantasmi. L’analisi impone una diversa conclusione. La ricostruzione non può esaurirsi in un atto ingegneristico di ripristino; deve configurarsi come un complesso atto politico di de-infestazione. Un esorcismo che non persegue l’oblio, ma al contrario esige una nuova interpretazione del territorio, capace di dare finalmente nome, sepoltura e giustizia ai cadaveri dei fantasmi che lo abitano. È un imperativo non solo etico, ma strategico. Perché la storia del Sud insegna che gli spettri ignorati non svaniscono. Si limitano ad accumulare rabbia, in attesa della prossima tempesta per tornare a manifestarsi.

Non poteva essere detto meglio. La Calabria, paradigma delle innumerevoli colonie del mondo, è governata dalle ferree leggi del capitalismo estrattivista predatorio. Queste leggi prevedono che la Calabria, come le altre colonie, sia sacrificabile, totalmente sacrificabile. Territorio, persone, cultura, storia… tutto sacrificabile sull’altare del profitto fine a se stesso. Non importa se tutto ciò è criminale e disumano, ciò che conta è raggiungere lo scopo. E’ da tempo che la politica si è venduta al capitalismo, ma ogni giorno che passa sembra che il limite al livello di immoralità oltre il quale non si può andare sia ancora di là da venire. Esemplare in ciò è il Board of Peace di Gaza: una cricca di capitalisti si avventa sul territorio di Gaza intriso di sangue e carne come fanno gli avvoltoi su una carogna. Per inciso l’Italia, governata da persone indegne, vuole essere della partita come “osservatore” complice. Come le acque del Crati hanno rotto gli argini, così l’avidità e la cupidigia dell’uomo hanno spazzato via ogni freno inibitore, fino a normalizzare l’indicibile. Il caso Epstein, strumento del capitalismo predatorio, ci dice a che punto della storia siamo ormai arrivati https://www.lantidiplomatico.it/dettnews il_buco_nero_delloccidente_il_postuomo_che_emerge_dal_caso_epstein/45289_65226/