La vicenda della famiglia rifugiatasi a vivere nel bosco interroga, oltre che i sentimenti personali, i fondamenti del vivere civile. È difficile essere pregiudizialmente ostili a chi, inorridito dalle quotidiane follie della società capitalista contemporanea, decide di sottrarvisi. Eppure, altrettanto difficile è non cogliere la portata socialmente corrosiva di un eremitaggio che mira alla salvezza individuale, disperando di quella collettiva.
Anche nel bosco, peraltro, non solo in città, accadono cose bizzarre, e, con l’arrivo dei figli, la coppia votata all’individualismo più radicale si trasforma nel prototipo del comunitarismo più spinto: la famiglia – non a caso osannata da una destra che volentieri coprirebbe il bosco di cemento – in cui i singoli sono assorbiti nel gruppo al punto da dover sacrificare le proprie esigenze al bene collettivo. Viene in mente la nota battuta di Margaret Thatcher contro la società: «E chi è la società? Non esiste niente di simile! Esistono gli individui, donne e uomini, ed esistono le famiglie».
Il richiamo thatcheriano alle famiglie – solitamente omesso – evidenzia un nodo teorico che l’individualismo liberale fatica a sciogliere sin dai tempi di John Locke: i figli sono proprietà dei genitori o sono essi stessi individui? Locke si mantiene prudente. Il sesto capitolo del suo Secondo trattato sul governo è interamente rivolto ad argomentare a favore del dominio dei genitori sui figli, sebbene come esigenza contingente finalizzata alla protezione dei minori: fino a che non siano in grado, grazie al pieno sviluppo della ragione, di esercitare realmente la propria libertà. Condizione, però, che, anche una volta raggiunta, non esenta comunque i figli da un dovere di riconoscenza verso i genitori che gli impone di astenersi dal fare qualsiasi cosa possa recar danno non soltanto alla loro vita, ma persino alla loro felicità. Ben più in là si è spinto l’alfiere dell’anarco-capitalismo Murray Rothbard nel suo L’etica della libertà. Poiché, a suo dire, la sola vera dimensione della vita umana è quella economica, tutto può essere oggetto di scambio mercantile, ivi compresi i figli, la cui compravendita è funzionale ad alimentare un vero e proprio mercato delle adozioni. Eventuali affetti possono senz’altro essere presenti, ma solo su base volontaria, dal momento che, usualmente, il genitore altri non è che l’“amministratore fiduciario” del minore e se qualcuno ritiene che il “bene” amministrato abbia un valore maggiore di quello attribuitogli dall’amministratore è normale possa comperarlo.
Sul piano pratico, la manifestazione forse più evidente dell’attitudine per cui individui che rifuggono la prepotenza della società, isolandosi da essa, rischiano di trasformarsi in prepotenti artefici di un microgruppo che domina sui suoi membri è l’istruzione parentale: vale a dire, la pretesa di sottrarre i figli all’istruzione scolastica, pubblica o privata, e di farsi loro insegnanti in prima persona (diverso, ovviamente, se ciò è frutto non di scelta, ma di necessità). Si tratta di un fenomeno assai diffuso negli Stati uniti, in crescita anche da noi, come racconta Paolo Di Motoli in un libro di qualche anno fa: Fuori dalla scuola. L’homeschooling in Italia.
Le implicazioni sono molte. La scuola non è solo trasmissione di conoscenze, ma anche relazione con gli altri, gestione delle frustrazioni, condivisione dei successi, apprendimento di un metodo di lavoro, accesso a visioni del mondo differenti e plurali. È il primo contatto istituzionalizzato con la vita collettiva democratica, cosa impossibile da ricreare in famiglia. I controlli amministrativi cui gli allievi dell’istruzione parentale sono annualmente sottoposti non riescono certamente a cogliere l’intera gamma di tali sfumature.
C’è da chiedersi quanto tutto ciò sia davvero riconducibile al dettato costituzionale, che testualmente antepone, per i genitori, il dovere al diritto «di mantenere, istruire ed educare i figli» e prevede, in caso di incapacità genitoriale, che la collettività provveda comunque «a che siano assolti i loro compiti» (art. 30 Costituzione). Come sempre, tra autorità (della famiglia) e diritti (dei suoi componenti) la Costituzione sta dalla parte dei diritti; la destra, dalla parte dell’autorità. Ma è la politica a doversi chinare alla Costituzione, non viceversa. Il punto è che per la Costituzione anche i figli, non solo i genitori, sono individui titolari di diritti; e tali diritti – cui corrispondono altrettanti doveri in capo ai genitori – valgono anche contro le contrastanti volontà genitoriali, persino se mosse dalle migliori intenzioni.
Sembra, dunque, porsi nel quadro costituzionale l’intervento del tribunale minorile dell’Aquila, volto a lenire le conseguenze psichiche ed educative della lesione del diritto alla vita di relazione dei minori. I successivi gradi di giudizio potranno ulteriormente valutare la situazione, eventualmente adattando l’intervento pubblico alle evoluzioni. Ciò che sicuramente è da respingere è la pretesa della politica di sostituirsi ai giudici: augurandosi che sia possibile continuare a farlo, grazie al fallimento della riforma governativa contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
L’articolo è pubblicato anche su il manifesto

Nei vari dibattiti e commenti sulla vicenda credo ci sia un grande assente che si chiama PERCHE’. Si discute su tutto, diritti-doveri dei genitori, diritti dei figli, cosa è meglio per i figli e per la società… ma non mi pare si indaghi sufficientemente sul PERCHE’ la famiglia sia stata costretta ad una scelta così radicale: “sottrarsi alle quotidiane follie della società capitalista contemporanea”.
Bisogna partire da qui e mettere sul banco degli imputati detta Società Capitalistica. E’ necessario lavorare prima a monte (cause) e poi a valle (effetti). Questa vicenda potrebbe essere una buona occasione per interrogarci finalmente su dove ci sta portando il capitalismo e la forma di società che ci ha imposto. Mi pare incontestabile che il prossimo futuro sia assai fosco: guerre, collasso climatico, emigrazioni di massa, inquinamento, malattie, sfruttamento del lavoro, disgregazione sociale, individualismo, autoritarismo e molto altro ancora. Al punto in cui siamo non sono più sufficienti aggiustamenti parziali ma è indifferibile una radicale inversione a U. Se mi si chiedesse da dove cominciare risponderei così: CONSUMARE MENO!
Dal punto di vista giuridico costituzionale, dei diritti e dei doveri, come da costituzione, ovviamente, è lineare, ok, ma il problema è che la politica, la società, il sistema economico, l’informazione ecc., hanno distrutto il tessuto sociale collettivo ivi compreso ovviamente ogni istituzione che tutela e promuove una crescita culturale “sana”. Perché le istuzioni non rimuovono gli impedimenti che favoriscono la sana crescita collettiva, la socializzazione vera ecc.? Sono questi gli interventi da fare
Non mi sembra un articolo all’altezza di Pallante.
E’ ovvio che la TEORIA preveda che sia in astratto lecito un intervento giudiziario. Il problema è se fosse giustiticato nella realtà del caso specifico. Forse non ne sappiamo abbastanza, ma sembra che servizi sociali e carabinieri abbiano prodotto al magistrato una relazione falsata: unschooling anziché home schooling, casa malsana quando non lo è, ecc.
Mi sento particolarmente toccato dalla carenza di un’altra parte di analisi, quanto sia “sana” la pseudo socializzazione in classi da 35 allievi che vedono solo cemento mattino e pomeriggio, che poi sfocia nella produzione di cittadini che credono che le mucche mangino cemento e si possano fare scampagnate per raccogliere castagne, che è un furto a danno di coltivatori.
I montanari valsusini hanno prodotto il no tav, magari per evitare che si ripetano cose simili cominciamo a togliere i bambini da piccoli a genitori potenzialmente problematici… problematici sì ma per il potere METROPOLITANO costituito.
La ” teoria” di cui parla Francesco Pallante è la Costituzione ( d’altronde Francesco Pallante è un costituzionalista), non una teoria qualunque, ma la Teoria, cioè il fondamento del nostro vivere civile. L’affermazione per cui la teoria – questa- vada valutata in rapporto ai casi specifici è pericolosa : si può dunque appllicare la pena di morte in base ai casi specifici ( e chi li designa come tati, Salvini?). Certo il caso specifico dell’ Ucraina ha ignorato l’ artcolo 11 della nostra Costituzione, ma non è stata una bella cosa. Il problema dei bambini non riguardava solo la socializzazioni, ma le condizioni concrete della loro vita – quelle stesse che inducono le autorità a togliere la patria potestà ai figli del Rom e della famigli povere degli emigrari, per le quali nessuno dice nulla. . Infine, socializzione è anche il rapporto difficile con gli altri