Insieme ad altre centinaia di persone, in gran parte gente “comune”, tra pochi giorni mi imbarcherò con la Global Sumud Flotilla nel tentativo, forse disperato, di rompere il blocco navale imposto dal Governo israeliano nei confronti della Striscia di Gaza.
Avevamo già tentato, nel mese di giugno, di entrare nella Striscia con la Global March to Gaza, ma la missione era stata fermata in Egitto. Dopo quella sconfitta molti di noi hanno pensato a una grande coalizione su modello Dunkerque, quando centinaia di piccole imbarcazioni riportarono sul suolo britannico migliaia di soldati impegnati in una esercitazione anglo-francese, oramai accerchiati dalle truppe naziste. Abbiamo progettato una flotta di piccole barche che facesse rotta verso Gaza, perché dove la morte avanza da tutti i lati bisogna cercare di fare avanzare l’umanità e la vita. Perché non si può assistere on line a un genocidio senza fare niente e senza mettere in gioco i propri corpi e i propri privilegi. Perché se governi, Onu, parlamentari europei non si muovono, qualcuno lo deve fare, come avvenne in Italia nel 1943 e in America Latina durante le dittature, quando una minoranza di studenti, intellettuali e rivoluzionari, pagando un prezzo altissimo in termini di morte, desapariciones e torture, si oppose al terrore e alla repressione. Così, dopo due mesi di pesantissimo lavoro, è nata la Global Sumud Flotilla, che è un progetto di azione via mare con un ordine di grandezza inedito anche per Israele.
La Global Sumud Flotilla nasce da una unione, direi una contaminazione, di tre grandi iniziative: la Fredoom Flotilla Coalition, il Movimento Globale per Gaza e il Maghreb Sumud Convoy. Nelle missioni delle organizzazioni umanitarie si usa sempre l’inglese, ma sarebbe bello usare anche altre lingue. Per questo abbiamo inserito una parola araba, Sumud, che significa “resistenza” ma anche, potremmo dire, “resilienza” e “testardaggine”. Con noi ci saranno medici, giornalisti, attivisti di associazioni umanitarie e politiche, qualche eurodeputato, l’attrice Susan Saradon e l’ambientalista Greta Thunberg. Partiremo dalla Spagna, dal Nord Italia, dal Sud Italia e dalla Tunisia per portare un messaggio di pace, speranza e resistenza da tanti mari e continenti del mondo.
Le nostre richieste sono: aprire i porti e garantire un passaggio sicuro per navi civili e aiuti; che i governi pongano fine alla complicità con Israele e rispettino il diritto internazionale; che i popoli si mobilitino e chiedano conto ai loro leader della loro complicità. La missione vuole essere totalmente nonviolenta. Nessuna arma, nessuna violenza. La non violenza non è simbolica; piuttosto è la nostra strategia operativa.
Al centro della missione non ci siamo noi. Non ci interessa atteggiarci ad “attivisti eroi”. Ciò che vogliamo – come diceva Vittorio Arrigoni durante la guerra di Gaza del 2004 – è “restare” o “ritornare umani”. Al centro della missione ci sono i palestinesi, che a Gaza muoiono a centinaia ogni giorno, ma che comunque resistono. Anche senza visibilità. Anche se le loro voci non possono arrivare fino a noi e, quando arrivano, sono raccolte da giornalisti che rischiano per questo di essere uccisi e silenziati, mentre in Cisgiordania continuano l’avanzata violenta e impunita dei coloni, l’esproprio di terre, case e animali, le esecuzioni extragiudiziali e gli arresti arbitrari.
Quando il mondo resta in silenzio – è scritto nella pagina web della Global Sumud Flotilla – noi salpiamo. Decine e decine di piccole imbarcazioni si dirigeranno verso Gaza con la più grande flottiglia civile coordinata della storia recente. In questi giorni decine di attori, fumettisti, personalità della cultura e della musica ci stanno appoggiando con video e appelli. Sarebbe bello ci fossero anche loro con noi. Quando il mondo tace noi salpiamo, e lo facciamo via mare, perché le vie di comunicazioni via terra sono completamente bloccate e soggette a uno stretto controllo da parte delle forze armate di Israele e gli aiuti vengono sempre più ritardati, limitati e trasformati in trappole mortali. Nei prossimi giorni la palla sarà in mano a Israele e – speriamo – agli stati, che potranno fare la loro parte, esercitando pressioni diplomatiche. Le nostre barche non portano solo aiuti simbolici, ma un messaggio politico: l’assedio deve cessare, l’occupazione deve terminare, il diritto internazionale deve avere l’ultima parola.
Forse qualcuno penserà che siamo sognatori che non accettano di fare i conti con la realtà, i legami, gli ancoraggi, i rapporti di forza, gli equilibri internazionali. Mi sono chiesto con frequenza, tentando di andare a fondo, perché non potevo rimanere a casa, votare il meno peggio, come faccio da anni, continuare l’attività politica nell’Arci o nel BDS, senza rischiare un lungo viaggio in una piccola imbarcazione e trovarmi di fronte all’esercito più potente del mondo. Per cercare delle motivazioni profonde ho pensato ad Hannah Arendt, alle sue riflessioni sulla banalità del male e su chi può fare il male. Ho pensato a Martin Luther King quando diceva che temeva, più dei tiranni, chi stava in silenzio. Ho pensato a Gramsci, quando scriveva “Odio gli indifferenti. Sono partigiano”. Ho pensato a Dietrich Bonhoeffer e alla sua chiesa confessante, e preveggente, che si era messa di traverso al nazismo. Ho pensato ai partigiani della Val Pellice, dove vivo, che hanno sacrificato la loro giovinezza per stare dalla parte meno sbagliata della storia. Infine ho pensato a mio figlio, che ha 19 anni e tre denunce penali per aver partecipato a manifestazioni e occupato una tangenziale, e ho pensato che tra qualche anno, quando apparirà ancora più evidente e atroce la nostra complicità in un genocidio trasmesso in diretta, potrà pormi la fatidica domanda: ma tu che cosa hai fatto? A questa domanda volevo avere una risposta altrettanto forte e autorevole. Per me questa risposta si chiama: partire con la Global Sumud Flotilla.
Il disegno riportato in homepage e nell’articolo è di Mauro Biani ed è tratto da la Repubblica.

Grazie a te, grande Manfredo… e tutti gli altri con te. Vi seguiremo momento per momento. Beppe Scali.
Se anche fossi giovane, non so se troverei il coraggio di venire con voi. Intanto vi mando la mia solidarietà, il mio grazie, il mio amore.
Forza, ragazzi!