Stop al genocidio: le campane, il paese reale, il silenzio dell’establishment

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Un appuntamento. Un’ora precisa: le dieci di sera. E nessun luogo convenuto. Dove trovarsi? Dove ritrovarsi? Ovunque, nell’Italia dei margini. A Tarcis, in Carnia, 62 abitanti, come a Sambuca, in Sicilia. A Bologna, a Piazza Maggiore. Ad Agrigento, nella piazza di fronte al palazzo comunale. O a Pompei, ad ascoltare le campane a distesa dal santuario mariano, una delle mete più intime della religiosità popolare italiane. O a Firenze, dove le due più importanti campane della città, la laica e la cattolica, hanno suonato all’unisono, da Palazzo Vecchio e dal duomo, da Santa Maria in Fiore, mentre a piazza Sant’Ambrogio si battevano le pentole. A Bari, Bergamo, Verona, Venezia, Ravenna, Trento (in mille), Rovereto, Belluno, Treviso, Pisa, Rieti, Sorrento, Palermo agli scavi di San Casciano dei Bagni, al Sant’Elpidio Jazz Festival, e in piazza del Pantheon a Roma… in un elenco infinito di piazze lungo la penisola e nelle isole, e in centinaia di video che documentano tutto, sulla rete. Suonano tutte le campane di Assisi, incluse quelle del Sacro Convento e suonano le chiese delle Valli Valdesi. Aderisce Pax Christi, e decine e decine di diocesi (tra cui quella di Napoli), con i vescovi in piazza e impegnati a filmare messaggi (bellissimo quello di Pinerolo). Il sindaco di Parma parla in piazza sotto la campana civica comunale che suona, e tutte le parrocchie del Monte Argentario riempiono il mare estivo di rintocchi, mente a Porto Ercole una grandissima bandiera palestinese è stesa di fronte alla chiesa. All’Arena di Verona un’interminabile ovazione accoglie la proiezione sugli spalti su cui era scritto “Stop al genocidio” di Gaza, del popolo palestinese a opera di Israele. “Stop al genocidio”. Proprio la stessa frase che a Ghali, un anno e mezzo fa, era costata cara, tra reprimende, attacchi e oscuramento tv.

Stop al genocidio. Non nel nostro nome. Fermate la strage. Nell’Italia dei margini, le persone si sono incontrate alle dieci di sera per questo. Perché è il genocidio nostro, e noi dobbiamo fermarlo. Non ci sono numeri, né delle questure né degli organizzatori. Perché organizzatori non ce ne sono. Ci sono le persone, i corpi nelle piazze, i video e le fotografie sull’agorà social. Ci sono le parole via email, le migliaia di email che arrivano e si sommano ai commenti sotto le immagini instagram. Ci sono i suoni delle pentole e delle campane che rimbalzano su Facebook e sui messaggi whatsapp.

C’è un flusso di fatti avvenuti, lunghissimo, infinito, che passa da altri canali. Inutile fare zapping sui tg. Inutile cercare la notizia – perché notizia è – sui giornali nazionali. La rassegna stampa di quelli locali è, anch’essa, infinita: ma Corriere e Repubblica tacciono. Così come i tg nazionali. Forse qualche commento, livoroso, sì, perché decine e decine di diocesi hanno aderito a un’idea. “Disertiamo il silenzio”, avevamo chiesto con un semplice messaggio via social. E il tam tam, ormai divenuto solito da quando abbiamo cominciato l’avventura di “Ultimo Giorno di Gaza” alla fine di aprile, si è irraggiato con una velocità che è ancora per noi incomprensibile, insondabile. Pochi giorni, pochissimi, stavolta. Meno di una settimana.

Perché la notizia non diventa “una notizia”? Perché le decine di migliaia di persone, forse di più, non hanno dignità di essere riconosciute come portatrici di parola, dissenso, partecipazione, impegno? Ce lo chiediamo. E soprattutto ce lo chiedono. Ci arrivano, ormai da mesi, mail sconfortate, o meglio, indignate, che si chiedono perché la notizia non si trova sull’informazione mainstream. Eppure quelle decine di migliaia di persone, popolo, gente, società civile, espressione di un’Italia dei margini e trasversale, dice “no al genocidio” da mesi. Lo dice con gentilezza, senza urlare. Lo afferma da senza potere, da persone ordinarie. E mostra che la partecipazione c’è, nell’Italia dei margini, dei comuni che partecipano, in massa, e nelle diocesi che suonano le campane a distesa, e nell’associazionismo di tutti i tipi, da quello grande e consolidato ai piccoli gruppi.

Che ci fosse un problema con l’informazione mainstream su Gaza lo sapevamo. Non pensavamo, però, che arrivasse a un tale livello di censura e di autocensura. Che si decidesse di oscurare una notizia di carattere interno di questa portata. Decine di migliaia l’altra sera (cifra al ribasso, e di molto), e in questi ultimi mesi centinaia di migliaia di persone che si schierano contro il genocidio in tutta Italia, tra enti locali e chiese, tra singoli individui e associazioni. Il motivo può essere solo uno: il distacco tra popolo e classi dirigenti; la paura della politica, e soprattutto del monopolio della politica da parte del governo e dell’opposizione. Il consenso si è spostato, per Gaza, e di molto: e in tutto l’arco politico. Quello che le piazze, le piccole piazze di un intero paese esprimono è divenuto un problema di consenso, elettorale e non solo. L’informazione di un paese come l’Italia, però, non si può confondere con il potere politico. Oggi più di ieri. Houston, abbiamo un problema. Pesantissimo quanto questo genocidio.

Ultimo giorno di Gaza (Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo)

Gli autori

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