Dirlo con un lenzuolo: no al genocidio!

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Che le rose in questo mese di maggio siano fiorite non è una notizia, così come i gerani, ma vederli sullo sfondo in uno scatto fotografico, o in primo piano, imporsi, approfittando del bianco delle lenzuola appese, fa bene al cuore. Sono sudari come li ha chiamati Tommaso Montanari (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/05/23/un-sudario-per-gaza/), un’iniziativa semplice lanciata insieme a Paola Caridi per ricordare i morti di Gaza: «I corpi dei palestinesi morti ammazzati, diventati simbolo della strage. Sono, cioè, gli oggetti comuni del nostro tempo crudele. Tempo di genocidio. Il sudario ricopre, sottrae alla vista del mondo il corpo di cui è stato fatto scempio. Avvolgere nel sudario è un gesto estremo di cura, di pietas. Protegge la dignità degli esseri umani quando le vite non valgono più niente, nella conta approssimativa dei morti. Come si fa a piangere, onorare la memoria, dei morti di Gaza in quasi 600 giorni di assedio? Come si fa a piangerli uno per uno? Proviamo a farlo, in silenzio, sabato 24 maggio: in ogni città, paese, contrada d’Italia».

Un invito partito in sordina ed esploso sui social cosi proprio come esplodono le rose a maggio. Colpiscono queste immagini che fotografano un quotidiano che a Gaza non c’è da tempo. Una finestra, un lenzuolo e accanto un innaffiatoio, un vaso. Un lenzuolo spunta da un cancello, da un condominio, da una finestra con adesivi messi da bambini. Cosi si presentano le nostre case, una dopo l’altra, da un lenzuolo all’altro, belle, luoghi del cuore, curate nei giardini, nei particolari, negli intonaci colorati, nei viali. Non si possono sovrapporre altre immagini grige, distruzione, bombe, polvere. Non si può pensare a tutta la vita che manca a Gaza. Intanto le lenzuola sono diventate strumento per testimoniare. In molte piazze avvolgono corpi di persone stese a terra, in un succedersi di flash mob.

 Sono molti anche i Comuni, da nord a sud che sabato hanno appeso il lenzuolo, alcuni accanto alla bandiera della pace, altri accanto alla bandiera italiana e poi c’è sempre il Napoli che ha vinto lo scudetto. Una chiesa ha appeso un lungo telo bianco davanti al portone. «Come si fa a piangere 50mila morti?». Un frate francescano ha postato su Fb il lenzuolo con una scritta: «Ci sono momenti nella vita in cui gridare è il solo dovere, come Giovanni nel deserto. Giorgio La Pira Pozzallo 1904». Anche l’ospedale Maggiore di Bologna ha ricoperto la facciata con le lenzuola.

I social a volte servono perché il tam tam non si ferma. Arrivano notizie da ogni dove compresa quella di una persona che denuncia da Reggio Calabria di aver avuto una testimonianza: «La polizia ha citofonato alla porta di chi ha esposto il lenzuolo per protestare contro quello che sta succedendo a Gaza… A che scopo fanno questi controlli? Sperando che sia un caso isolato». Purtroppo anche durante il Salone del Libro le bandiere palestinesi esposte erano “attenzionate”. Andrea Colamedici (Edizioni Tlon) nel raccontare alcune giornate trascorse al salone titola la riflessione come “La Grande stanchezza”: «Quest’anno c’è gente, c’è cura, c’è un’ottima organizzazione. Eppure si respira qualcosa che potremmo chiamare intellectualfatigue, ossia l’esaurimento della capacità di pensiero critico, di elaborazione intellettuale e di impegno cognitivo dopo un lungo periodo di sforzo mentale senza risultati. Una stanchezza che ha colonizzato lo sguardo della sinistra italiana, e che ha tutto il sapore della resa».

I teli bianchi, lenzuola, fotografate in alpeggi e case di montagna, in città e centri sociali sono piccolissimi segnali ma certo non un segnale di resa.

Gli autori

Chiara Sasso

Chiara Sasso vive e lavora in Val Susa ed è naturalmente impegnata nel Movimento No Tav. Attiva nel mondo dell'ambientalismo, è tra i fondatori del Valsusa Filmfest e fa parte del coordinamento della Rete dei Comuni solidali (Recosol). Presidente della Fondazione "E' Stato il Vento", è autrice di numerosi libri su temi sociali e ambientali tra cui Riace, terra di accoglienza (Edizioni Gruppo Abele, 2012), Trasite, favorite. Grandi storie di piccoli paesi. Riace e gli altri (Carta/Intra Moenia, 2009) e Le mucche non mangiano cemento. Viaggio tra gli ultimi pastori di Valsusa e l'avanzata del calcestruzzo (con Luca Mercalli, SMS, 2004).

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