Papa Leone e l’incerto futuro della Chiesa

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Uno degli indubbi vantaggi del dover commentare certe notizie nell’ambito della società ipermediatizzata è che si può risparmiare tempo nell’introdurre la propria riflessione di fronte a un fatto di cui si sa già tutto, in tempi rapidissimi e con dovizia di particolari. Di Robert Francis Prevost, al secolo Leone XIV, si hanno già gli elementi significativi della biografia, nonché la minuziosa descrizione dei primi passaggi della vita da Pontefice. I più già sanno quanto è nei presupposti. Ogni possibile opinione deve tener conto di quanto può cambiare in una persona assisa a un ruolo così importante, proprio in relazione a ciò. Come a dire: quel che ha vissuto fino ad adesso quest’uomo può e forse dovrà mutare. Le biografie contano fino ad un certo punto. Del resto anche la Chiesa cattolica stessa vede i propri processi evolutivi procedere più velocemente di quanto non sia accaduto in passato. Teniamo presente che il ruolo è quantomeno impegnativo: il Papa è rimasto l’unico leader globalizzato di una realtà transnazionale e transculturale, sia pur in un ambito particolare come quello di una confessione di fede. Le altre religioni non hanno un equivalente del ministero petrino: hanno forme di rappresentanza e di concordanza, ma non così centralizzate, in grado quindi di riassumere una linea di osservazione e analisi della contemporaneità (e quindi di lettura politica) così diretta.

Una prima considerazione è quella di annotare che il cattolicesimo può cooptare tra le proprie fila una personalità così rilevante. È indubbio che Prevost abbia un curriculum vitae di alto profilo e versatilità: espressione di un crogiolo etnico e identitario molto ricco per quanto riguarda le sue origini, che non sono certo nobili o di classe sociale elevata, di formazione culturale ottima e variegata, passato per esperienze come la missione in America Latina e la direzione di un ordine religioso diffuso in tutto il modo, che gli ha consentito di essere a capo di un dicastero vaticano di nevralgica importanza, quello che sovrintende alla nomina dei vescovi. Un uomo capace di guardare al mondo a partire da esperienze che non sono quelle convenzionali con cui si arriva solitamente alla guida di organismi sociali o politici. Un profilo come il suo la maggior parte degli uomini e delle donne di governo e dei parlamenti del mondo (e delle amministrazioni imprenditoriali multinazionali) se lo sognano. Quantomeno perché si è confrontato con contesti diversi, che comprendono la realtà del Sud – e non solo quello geografico – del Pianeta: la conoscenza delle società segnate anche da bisogno e marginalità, la cultura ricca dei valori evangelici dei poveri.

Il compito che ha davanti è quanto mai impegnativo: le oligarchie del mondo sono per lo più governate da dottrine e filosofie politiche distanti anni luce dai contenuti del Magistero. Parlare di disarmo, convivenza tra i popoli, tutela dell’ecosistema/Creato, migliore distribuzione delle risorse, in una fase storica come questa sarà difficile. I contenuti dell’insegnamento della Chiesa (e delle altre dottrine di fede) sono teoricamente validi, ma il compito di dispiegarne significati e valenze nell’oggi è il grande orizzonte di organismi come le religioni istituzionalizzate. Una cosa che sicuramente lo aiuterà è il buon percorso in ambito di dialogo interreligioso ed ecumenico finora percorso. Molti commenti si sono concentrati sul rapporto che Papa Leone potrà avere con l’amministrazione statunitense, che in questo momento corrisponde alla figura di un personaggio come Donald Trump. Vedo pochi elementi di concordanza tra le convinzioni religiose del presidente nordamericano (in primis la cosiddetta teologia della prosperità: Dio premia i ricchi con il loro benessere, la fede è funzionale alla supremazia economica) e l’impianto teologico cattolico, a partire da tematiche come l’immigrazione e la tutela dei poveri. Le esperienze di Prevost dicono una forte sensibilità in tal senso, che si tradurrà di certo in una visione distante dal neoliberismo vigente: sarebbe difficilmente ipotizzabile il contrario (peraltro vari esponenti del MAGA stanno già attaccandolo. Definirlo un marxista mi sembra ridicolo e non è mai stato un simpatizzante con la Teologia della Liberazione).

Ma gli elementi sociopolitici sono solo un elemento di valutazione per le prospettive di un pontificato: la sua dimensione teologica e pastorale è quella da cui scaturisce anche la sua visione della realtà. L’omelia della messa celebrata con i confratelli cardinali dopo l’elezione ha una dimensione programmatica, da illustrare a coloro che ti hanno eletto. La centralità della Chiesa, il ruolo insostituibile della fede nel definire la prospettiva dei valori umani, la cristologia al centro del pensiero teologico, fanno intendere una ricapitalizzazione dell’identità cristiana e ecclesiale come presupposto di ogni dialogo con la laicità. La Chiesa come elemento fondante di un rapporto delle persone con la dimensione dei valori etici. Un breve stralcio di questa omelia del 9 maggio 2025: «Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco». È solo un passaggio, ma rimane l’idea che chi non ha fede o ne ha una diversa dal cristianesimo non può dialogare con la Chiesa in pienezza di conoscenza, con un’etica compiuta. La reciprocità (Paul Ricoeur parla del sacramento severo del dialogo) è fondamentale per non impostare i termini del dialogo da una posizione di prevalenza morale, che lascia poco spazio alle etiche laiche.

Il Papa ha parlato dell’esigenza di costruire ponti: intento encomiabile – del resto è il pontefice… –, occorre farlo nel presupposto dell’accoglienza dell’interlocutore/interlocutrice quando introduce gli elementi di sé della propria condizione umana, magari in ricerca, dolente o con una pratica significativa della ricerca della giustizia e della verità. Mi viene fatto di pensare che tutto questo riferirsi, da parte di molti, a Papa Leone come il garante di un ritorno del pontificato a una dimensione più ordinata, esprima il presupposto della messa in discussione di alcune aperture già molto contestate: che niente sarebbero se non l’espressione del disordine che si crea quando ci si mette in dialogo con le identità marginali alla Chiesa cattolica. Quelle definite anche dalle tematiche che da tempo segnano il confine con altre visioni antropologiche.

Su aborto e fine vita Prevost ha espresso convincimenti in linea con la dottrina ecclesiale, come del resto Bergoglio: non potrebbe essere altrimenti. Vedremo se riesce a farlo tenendo conto del livello di sofferenza che talune condizioni esistenziali comportano a chi le vive. Aspetto da tempo un dialogo con le donne sull’interruzione volontaria di gravidanza: non per cambiare il Magistero, ma per tentare un approccio pastorale verso di esse, con loro non contro. Su questo, come su altri temi, il rischio grande è quello di attribuire alle donne la totalità della responsabilità, criminalizzandole senza misericordia. Ammettiamo che le prassi concrete in tal senso hanno a volte assunto toni ben poco comprensivi. Sulla questione del rapporto con mondo LGBT+, pesano affermazioni usuali in ambito cattolico, su cui però Francesco aveva definito una differenza di approccio pastorale, pur senza discutere la dottrina (si veda Amoris Letitia 21, esempio di sintesi tra una linea di accoglienza e la morale cattolica tradizionale). L’idea che le famiglie alternative non esistano, perché solo il matrimonio definisce la famiglia stessa, o che le famiglie arcobaleno mettano in discussione i principi fondamentali della famiglia tradizionale (il termine biologica nega altre esperienze, come quelle delle famiglie adottive e affidatarie) è una affermazione che produce molto dolore a chi vive la dimensione di un’affettività altra e cerca – come tutti e tutte – di realizzare la propria felicità. L’esperienza di molti anni con queste persone, queste loro famiglie, mi fa chiedere di conoscere bene prima di pronunciarsi a riguardo. Capisco quanto affermava Prevost, ma il rischio è quello di fare come chi sostiene che non esistono le persone omosessuali, esiste la tendenza. Ci sono, e sono persone. Hanno il diritto che le si ascolti. Pronunciamento senza dialogo e confronto è una strada impervia.

In termini più diretti non vorrei che il voto di una parte dei cardinali al prelato statunitense abbia indicato come condizione la fine di una nuova stagione per la comunità LGBT+, soprattutto per quanto riguarda la Fiducia Supplicans, il documento pontificio sulla benedizione alle coppie omoaffettive. L’entusiasmo per questa elezione di alcuni movimenti ecclesiali e dei siti della destra cattolica mostra una forte aspettativa di restaurazione, su questa come su altre tematiche (soprattutto diaconato e quindi ministero alle donne; dialogo con forme di religiosità che taluni definiscono sincretiche – si veda il difficile svolgimento del Sinodo dell’Amazzonia –, la rivalutazione dei movimenti di base, un nuovo rapporto con le minoranze ecclesiali).

Anche i segni esteriori non esprimono continuità su alcune cose assai apprezzate in Papa Francesco, come il non aver risieduto nel Palazzo pontificio ma a Santa Marta, un altro abbigliamento al momento della presentazione in piazza san Pietro dopo l’elezione: sulla sobrietà di Papa Leone non ho dubbi, peraltro. Questioni secondarie, mi dirà qualcuno. D’accordo. Ma anche la scelta del nome pone delle domande: Leone XIII non fu solo il Papa della prima Enciclica sociale di un pontefice, ma tale documento fu una precisa reazione al socialismo e al comunismo in piena ascesa, la proposta di conciliazione con i padronati anziché una riflessione su come la Chiesa dovesse mutare il suo atteggiamento verso i potentati sociopolitici dell’epoca, nonché definire in una dimensione più evangelica il suo rapporto con il potere temporale, soprattutto in ambito economico. Ricordiamoci che il solco tracciato allora con la classe operaia persiste fino ad oggi, anche se il Magistero di Francesco ha segnato sicuramente un disgelo. Fu anche il Papa della lotta al Modernismo. Gli amici che appartengono alle Chiese riformate mi fanno notare che un altro Leone (X) scomunicò Lutero (e annientò la Repubblica Fiorentina).

Torno a quanto dicevo all’inizio. Molti – sia dentro che fuori di essa – desiderano una Chiesa rassicurante, che non chieda di incontrare le diversità, mettersi nella logica dell’incontro (La vita, amico, è l’arte dell’incontro, cita Francesco nella Fratelli Tutti), fare i conti nella tenerezza con le marginalità sociali ed esistenziali, ricordarsi che beati i poveri non significa assistenzialismo, ma volontà di diventare poveri, operare con strumenti che siano tali. La sfida al potere nella fragilità, assurda per il mondo, di Cristo crocifisso. Faccio in tal senso a Papa Leone tutti i miei auguri, con radicale rispetto.

Un giochino stupido: se fossi il Papa, sarei già andato a Torvaianica a incontrare la piccola comunità di trans che viene accolta in parrocchia. Il parroco don Andrea Conocchia le portava spesso in udienza papale il mercoledì.

Gli autori

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli è teologo, coordinatore dell'Istituto di Ricerca in Teologia Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

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