Commedia, tragedia e farsa nella giustizia di fine ‘800. E oggi?

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In un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, quando, come ricorda il filosofo pacifista Giuliano Pontara, il Bulletin of the Atomic Scientists ci avverte che «la lancetta dell’orologio dell’Apocalisse è stata spostata a 90 secondi dalla mezzanotte» e Macron sventola le sue bombe nucleari, ricordare una pubblicazione del 1898 quale La commedia della giustizia nell’ora presente, di cui è autore Giovanni Saragat, può sembrare del tutto fuori luogo. Ma forse non lo è se la leggiamo come una messa in guardia rispetto a ciò che potrebbe accadere alla giurisdizione in un prossimo futuro, qualora il recente progetto di legge costituzionale di marca governativa concludesse il suo iter con l’approvazione del Senato. Quando cioè, «al primo casus belli, il corpo separato dei pubblici ministeri potrebbe essere presentato come un’entità da ricondurre sotto la responsabilità del potere politico» (Rossi, Separare la carriera dei giudici e dei pubblici ministeri o riscrivere i rapporti di forza tra i poteri?, Sistema penale, 11/2023). Abbiamo infatti capito che le vere intenzioni del Governo vanno ben di là dall’obiettivo manifesto, e cioè la separazione tra la magistratura requirente e quella giudicante. Questa è soltanto una prima mossa; è ciò che chiamiamo in gergo sociologico il “piede nella porta”, una porta che, una volta spalancata, consente, senza più limiti, di raggiungere l’obiettivo fino a quel momento latente, l’obiettivo ultimo, quello cioè di porre l’attività giurisdizionale sotto il controllo dell’esecutivo. La commedia, infatti, non è soltanto un crudele ma divertente sbeffeggiamento del potere politico dell’epoca e della giustizia, è pure la realistica narrazione di come funziona una giurisdizione tenuta alle briglie dall’esecutivo.

Saragat, avvocato penalista del foro torinese, buon conoscitore della giurisdizione in quanto responsabile dal 1882 al 1891 delle cronache giudiziarie di La Gazzetta piemontese, vive gli anni in cui si respira l’aria della reazione. Il 1898 – è bene ricordarselo – è l’anno del governo del generale Pelloux e della sanguinosa repressione da parte del generale Bava Beccaris dei moti di Milano contro il carovita ed è in vigore il decreto Rattazzi (1859), un dispositivo che attribuiva al ministro della giustizia la titolarità «dell’alta sorveglianza su tutte le corti, i tribunali ed i giudici dello Sato italiano» e al pubblico ministero il ruolo di «rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria» (così recitano, rispettivamente gli articoli 120 e 136 del decreto).

Nel mirino della critica di Saragat sono soprattutto i politici, con il loro nucleo forte di legulei – l’Autore ricorda che il Parlamento dell’ultima legislatura era composto quasi per la metà da avvocati –, e di riflesso i magistrati. Ironia e scherno non risparmiano né i primi né i secondi, “rei” questi ultimi della loro sudditanza al potere politico, eppure entrambi attori sempre, in qualche modo, “vincenti” a spese del vero perdente, il povero Pantalone. Ed è l’impianto stesso dello scritto a dircelo con la sua significativa successione di tre parti dedicate rispettivamente alla giustizia come commedia, come tragedia e come farsa.

Sì, perché la giustizia per i ricchi è davvero una commedia. Una commedia che, in quanto tale, si recita davanti a un pubblico costituito in parte da una claque pagata per applaudire (costo da una a due lire pro capite) e in parte dal «pubblico grosso, quello del loggione». Un pubblico, cioè, che, è lì perché mosso da «passioni ed interessi», un pubblico ignorante della legge, un pubblico che difficilmente potrà controllare «saviamente e spassionatamente i pronunciati dei magistrati giudicanti». Certo – aggiunge l’Autore – la stampa, sì, questa potrebbe esercitarlo il controllo, bisognerebbe però che la sua ammissione ai giudizi fosse «regolata da diritti e doveri e non appena tollerata per la cortesia dei presidenti». Una commedia dove la scena è dominata dall’avvocato, il «deputato influente, pezzo da cento della politica». È lui che garantirà uno «speciale trattamento dalla Procura del Re, dall’Istruttore, dal tribunale giudicante». Che il trattamento speciale sia un favoritismo è evidente. E allora cosa può fare il povero giudice a fronte di tanta tracotanza? Perché lui sa bene che la sua gestione del processo non potrà sottrarsi al vaglio della politica. Perché gli è chiaro che «se la causa va male, l’onorevole fa i capricci e investe magari il presidente, il quale tollera la grandinata perché qualunque reazione potrebbe costargli cara». Insomma, conclude l’Autore, certamente il giudice onesto non si fa intimidire, ma «non possiamo umanamente rimproverare il povero magistrato se, sotto la speranza di un desiderato trasloco o sotto la paura di un viaggio forzato con tutta la famiglia dalle Alpi a Capo Passero, si mostra deferente all’ex-ministro di ieri che può di nuovo essere il ministro di domani o al deputato influente, dal quale, in un’ora brutta, può trovare o ha trovato protezione ed appoggio». Perché allora – conclude l’Autore – stupirsi se il popolo sospetta «che i magistrati siano parziali trattando diversamente il ricco dal povero»?

Altro è il tono, altro è lo scenario, quando andiamo ad osservare come viene amministrata la giustizia per i poveri: qui il dramma prende il posto della commedia. Passo dopo passo, dalla fase istruttoria alla Pretura, dal tribunale all’Appello, alla Cassazione, il povero «deve attendere che la giustizia gli piova dall’alto, come una grazia sovrana […] e se, pur essendo innocente riuscirà dopo mesi di detenzione a provare la sua innocenza, non gli resterà che ringraziare Iddio per la grazia ricevuta. Ché certamente non sarà l’avvocato d’ufficio a salvarlo se, dopo la requisitoria del Pubblico Ministero, la sua difesa si riassume in una parola: Rimettomi, affidando il cliente alla pietà del Tribunale».

Ma è il terzo modo di amministrare la giustizia che sta al centro della critica di Saragat: la farsa, ovvero La giustizia per… burla, con il sottotitolo Rendiconto giudiziario quasi dal vero. In un’immaginaria cittadina di provincia, Scozzona, si scontrano due politici: l’ex-onorevole X del partito liberale, porta-bandiera di L’Orbo scozzonese, caduto alle ultime elezioni, e l’onorevole Z, vincitore nell’ultima lotta, a cui fa capo Il veggente scozzonese, organo del partito conservatore. Quest’ultimo viene accusato dal giornale di X di aver «mangiato a due palmenti in una certa impresa nella quale erano interessati lo Stato e la provincia». Un classico dell’Italia di oggi. Onde il processo per diffamazione e la richiesta in sede civile dei danni. Imputati sono tre: il direttore del giornale, professore delle tecniche, il gerente, un calzolaio del paese, e, quale civilmente responsabile, il tipografo dell’Orbo scozzonese. Sono tre poveracci, del tutto ignari del reale funzionamento del processo e delle manovre politiche che lo condizionano. Ché l’unico ruolo che essi vi svolgono è il ruolo di capro espiatorio, inconsapevoli strumenti di una giustizia che si gioca tutta sul piano politico; una scena sulla quale si alternano i finti botta e risposta tra le due nutrite schiere di avvocati delle parti festosamente uniti in lauti banchetti nelle pause del processo, poiché, in ultima istanza, sarà decisivo l’intervento dell’onorevole Z, la parte offesa. Già all’inizio del processo le poche speranze del Presidente di una sua rapida conclusione falliscono. Nessuna transazione né prima della discussione né durante l’udienza. Non va bene all’onorevole perché «la transazione prima della discussione sarebbe una vittoria per gli avversari e un suicidio politico per lui, ed egli non è così merlo da suicidarsi in quel modo. Il partito vuole ancora la lotta e la lotta sia».

Il guaio è che di questo gioco politico rischia di fare le spese pure il Presidente del Tribunale, il quale, poveretto, «è sulle spine perché sa che in questa lotta tra il potente di ieri, che ha conservato le sue aderenze a Roma, e il potente che sorge, forte dei vincoli nuovi, finirà per andarci di mezzo lui, ora che sperava di essersi sistemato e di poter vivere tranquillo con la sua famiglia in questo paese di provincia dove, in grazia al buon patto dei viveri, il non lauto stipendio gli basta. Darebbe volentieri un mesetto della sua vita per riuscire ad una transazione, ad un recesso. Ma come sperarlo con l’animosità feroce dei due partiti?». «L’egregio magistrato, agitato dall’emozione, dà sfogo ad un suo bel discorsetto sulla pace; ma l’onorevole, pur ascoltandolo con deferenza, ha il suo programma tracciato». Siamo giunti all’ultima udienza: «I cenni del capo affermativi e l’attenzione religiosa del Tribunale durante l’arringa dell’ultimo dei difensori hanno per un momento illuso il direttore del giornale sull’esito della causa, ma viene a disilluderlo la sentenza, un monumento di sapienza civile che accoglie appieno le conclusioni del Pubblico Ministero». Non meno disillusi il povero calzolaio e lo stampatore «dubitando ancora che tutta quella gente che ha parlato nel nome della giustizia abbia proprio parlato sul serio».

Temporibus illis? Temo di no. Di là dal grottesco, dalla postura da avanspettacolo della ministra Santanché nella sua replica alla mozione di sfiducia, dall’orgoglio del suo tacco 12, c’è qualcosa di più nell’attuale temperie politica, qualcosa che va di là dall’affronto all’articolo 54 della Costituzione che sancisce il dovere dei cittadini «a cui sono affidate funzioni pubbliche di adempierle con disciplina ed onore». Quei centimetri sono la sfrontatezza di un potere che si sente legibus solutus e dunque libero da ogni lacciolo giuridico ed etico in nome di un sistema di disvalori che celebra la ricchezza e disprezza la povertà, che condanna i migranti a morire in mare e i subalterni a marcire nelle carceri. Che nutre la menzogna di una criminalità tradizionale in crescita con nuove fattispecie penali e nuove carceri. È su questo palcoscenico – per continuare a usare la metafora di Saragat – che anche oggi si svolge il conflitto tra giurisdizione e potere esecutivo. E non è – l’Autore non ce ne voglia – né una commedia né una farsa. Già abbiamo degli anticipi, dei segnali d’allarme, per non dire delle certezze, in un clima dove si alternano le minacce ai giudici perché “politicizzati” con il porsi dei politici come vittime della giustizia. Ed è di pochi giorni fa il grido d’allarme espresso da Claudio Galoppi, leader di MI, l’ala moderata della magistratura, quando afferma, in merito alla riforma, che «è netta l’impressione che sia stata impostata come regolamento di conti tra politica e giustizia» (La Stampa, 28 marzo). Dunque un prossimo regolamento di conti che fa pensare al peggio se l’avversario della giurisdizione è uno di quei poteri selvaggi di cui scrive Ferrajoli, «un potere che si vuole accreditato come espressione della volontà popolare e perciò non tollera né limiti, né vincoli né controlli» (L. Ferrajoli, Poteri selvaggi e resistenza costituzionale, il manifesto, 11 febbraio 2025).

Gli autori

Amedeo Cottino

Amedeo Cottino è stato professore di Sociologia presso le Università di Umeaa (Svezia) e di Torino. Si è occupato di diritto internazionale umanitario in qualità di esperto della Croce Rossa Internazionale. Ha scritto sul lavoro nero nell'edilizia e sulla criminalità dei colletti bianchi.

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