Pasolini, la critica dello sviluppo e le contraddizioni della sinistra

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Due parole, “sviluppo” e “progresso”, usate spesso come sinonimi, non indicano la stessa cosa, ma «due fenomeni opposti», come già aveva intuito Pasolini. Lo sviluppo senza progresso, diceva lo scrittore negli Scritti corsari (Garzanti, 1975, p.146), è semplicemente «mostruoso». Cerchiamo perciò di fare chiarezza, stabilendo una netta distinzione tra i due termini: lo sviluppo è mera accumulazione quantitativa, produzione di beni che, grazie alla tecnologia, risulta praticamente illimitata; il progresso, invece, richiama l’idea di qualità, non di quantità, implica un cambiamento verso il meglio, ha una valenza sociale e politica, non solo economica. Per dirla meglio, lo sviluppo non prevede una trasformazione, ma misura essenzialmente il reddito prodotto, il famoso Pil. Nella categoria di progresso entrano in gioco dinamiche politiche e relazionali, interventi di redistribuzione sociale, il ruolo dello Stato nel funzionamento della sanità, della scuola e dei principali servizi pubblici, nella vita di comunità, nella difesa dell’ambiente, nell’accoglienza ecc. Mentre la Sinistra storicamente è schierata dalla parte del progresso, la Destra è naturaliter per uno sviluppo che garantisca la conservazione (lo status quo). Senonché, notava Pasolini già nei primi anni Settanta, la sinistra in nome del “progresso” accetta «questo “sviluppo”: lo sviluppo dell’espansione economica e tecnologica borghese» (p. 147).

Siamo nel secondo dopoguerra, un poderoso sviluppo industriale soppianta un’economia in prevalenza agricola. L’Italia si trasforma: crescono i consumi, si affermano nuove mode, comportamenti e stili di vita. Il “miracolo economico” del dopoguerra e il consumismo di massa affossano la vecchia tradizione contadina e popolare. La lingua italiana prende il posto dei dialetti, scema lo spirito religioso, si attenuano i legami familiari e di comunità. La motorizzazione di massa e la costruzione di strade e autostrade danno una spinta formidabile alla modernizzazione del paese. La televisione in tutte le case rivoluziona il sistema dell’informazione. La scuola dell’obbligo contribuisce a debellare l’analfabetismo di massa. Per Pasolini l’unificazione nazionale, che si realizza a un secolo dalla proclamazione ufficiale dell’unità d’Italia, rappresenta il trionfo dell’omologazione e del conformismo. L’ideologia consumista assurge a nuova religione, alimenta l’illusione del superamento delle differenze di classe, permette alla macchina del capitale di girare a pieno regime, ma si lascia dietro macerie umane, disgregazione sociale e culturale, perdita di legami e di valori. Tutto ciò non è vero progresso.

La lettura che Pasolini dà del neocapitalismo, costruito in Italia nel dopoguerra, è dunque del tutto negativa. La nuova borghesia imprenditoriale distrugge la vecchia cultura contadina, clericale e paleoindustriale, senza però sostituirla con altro. In pagine mirabili descrive la metamorfosi della società italiana. I ceti medi, egli scrive, «sono radicalmente, direi antropologicamente cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non “nominati”) dell’ideologia edonistica del consumo […]. È stato lo stesso Potere, attraverso lo “sviluppo” della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione, soprattutto in maniera imponente la televisione), a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo» (p. 36).

Secondo Pasolini, con l’omologazione del popolo (borghesia e operai, proletariato e sottoproletariato) all’insegna dell’edonismo e del consumo di massa, avviene una mutazione “antropologica”. La nuova società è attratta da falsi miti e nuovi idoli mentre i valori di solidarietà e di uguaglianza perdono terreno. L’omologazione è totale e Pasolini usa il termine «genocidio» per descrivere la «distruzione e sostituzione di valori nella società italiana […] anche senza carneficine e fucilazioni di massa […] La sostituzione di valori avviene clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. Mentre ai tempi di Marx era ancora la violenza esplicita, aperta, la conquista coloniale, l’imposizione violenta, oggi i modi sono molto più sottili, abili e complessi, il processo è molto più tecnicamente maturo e profondo» (pp.187-188).

La dialettica sviluppoprogresso non si evolve ma si confonde in un mix indistinto. Dietro la grancassa del “progresso”, che accomuna quasi tutti, Pasolini avverte che «nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della società dei consumi. […] Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana» (p. 22).

Le stesse differenze ideologiche e politiche appaiono annullate. Il movimento del Sessantotto, con la sua forza tanto dirompente quanto contraddittoria, rappresenta l’ultima ribellione di massa contro l’integrazione, l’ultimo tentativo di un certo rilievo, almeno finora, di opporsi alla gabbia del conformismo dominante. Da allora tutto è stato riassorbito e incanalato dentro le logiche di un potere forte con i deboli e debole con i forti. In fondo, lo scetticismo di Pasolini verso il ’68, nasceva da una acuta consapevolezza culturale e politica. Egli aveva vissuto, nei primi decenni del dopoguerra, il salto dell’Italia dall’arretratezza alla modernità: la repubblica, il diritto di voto per le donne, la Costituzione, la rottura del latifondo, la conquista, a prezzo di dure lotte operaie e popolari, di salari dignitosi, di una casa, del diritto alla salute, allo studio ecc. Insomma, l’insieme delle conquiste sociali, civili e democratiche. A Pasolini, però, non sfuggiva che l’approccio meramente economicista e politicista del Pci ai temi dello sviluppo costituiva una grave défaillance culturale e ideale. E pur subendo critiche ingiuste e, a volte, ingiuriose, non ha mai smesso di denunciare prese di posizione e linee d’azione che prefiguravano un’accettazione sostanzialmente acritica del modello capitalistico di produzione e di consumo.

Il cedimento culturale della sinistra non solo ha compromesso la capacità di entrare nel merito delle scelte economiche e della qualità dello sviluppo, ma ha condannato la classe operaia e le masse popolari a una condizione oggettiva di debolezza e subalternità rispetto alla nuova borghesia. Da parte di Pasolini non c’è solo nostalgia del passato, come molti critici propendono a pensare. Egli non è contro la modernità, ma è per un atteggiamento critico verso la modernità. Nelle sue opere esprime con drammatica lucidità la convinzione che la società dei consumi, la rincorsa folle della felicità individuale, con tutto il contorno di pubblicità e falsi valori, stia distruggendo i vecchi legami sociali senza crearne di nuovi.

A partire dalla fine degli anni Settanta, la società italiana ha cambiato volto e fisionomia. Le contraddizioni di classe sono state insabbiate sotto la smania consumistica e del benessere individuale. E i padroni del vapore hanno saputo sfruttare a loro favore i nuovi rapporti politici e istituzionali, che hanno dato luogo ad una produzione legislativa sostanzialmente mirata all’incremento dei profitti, alla tutela dei privilegi, a soddisfare, in una parola, l’ingordigia privata. Di riforma in riforma i recinti (giuridici, fiscali, amministrativi) costruiti a favore della proprietà e delle rendite di posizione sono diventati ancora più alti. Diritti acquisiti vengono cancellati, precedenti conquiste sociali smantellate e, nel frattempo, si perde ogni relazione politica tra sviluppo e progresso. Oggi lo sviluppo procede sganciato da qualsiasi riferimento al bene comune e al benessere collettivo.

L’antagonismo sinistra-destra ha perso forza e significato e la contraddizione capitale-lavoro si è risolta in una serie di compromessi al ribasso, in una mediazione sociale e politica in cui lo Stato è “minimo” per i lavoratori e le fasce sociali deboli e, viceversa, diventa “massimo” per gli imprenditori e i ceti più facoltosi. Il legame tra libertà e uguaglianza si è spezzato. La democrazia si è impropriamente identificata con la libertà d’impresa e con la subordinazione dell’interesse collettivo alla proprietà privata.

Che cosa avrebbe pensato Pasolini del mondo attuale, della crisi della globalizzazione, delle guerre, del ritorno del razzismo e di forme estreme di disumanità e di violenza, dei disastri ambientali, dei tanti fenomeni di regressione democratica, civile e culturale che osserviamo giorno dopo giorno? Come avrebbe commentato lo stato della sinistra italiana e la sua impasse di fronte alle sfide a cui è chiamata? Nel momento in cui ci sarebbe bisogno di un partito organizzato e di massa, con una sua visione della società e del mondo (Weltanschauung), come in fondo era stato il Pci, si troverebbe di fronte un partito leggero, interclassista, portatore di interessi vaghi e indistinti, privo di idee-forza mobilitanti, com’è il Pd.

Le cause vere della crisi in cui ci dibattiamo derivano, dunque, dalla svolta liberista in economia e dal concomitante declino politico-organizzativo dell’intellettuale collettivo, come Gramsci definiva il partito. Un declino indotto in grande misura da un gruppo dirigente ansioso di entrare nella “stanza dei bottoni” e che, dopo la caduta del muro di Berlino, si era affrettato a decretare la “fine delle ideologie”, salvo abbracciare acriticamente l’unica rimasta su piazza: l’ideologia liberista.

Viviamo oggi in un mondo caratterizzato da guerre per il dominio commerciale e tecnologico. Il fossato tra crescita produttiva e progresso umano e civile si è ulteriormente allargato e l’aumento della ricchezza globale, spinta dalla tecnologia, anziché attenuare, ha moltiplicato le disparità sociali e i divari territoriali. Diventa sempre più aspro lo scontro tra gli imperi (Usa, Cina, Russia) per il controllo delle risorse naturali nascoste nei sottosuoli e sotto gli oceani. Si moltiplicano le aree del pianeta coinvolte in conflitti di tipo etnico, razziale, religioso. L’ordine globale capitalista, in maniera palese, si sta rovesciando nel suo contrario, in un caos globale. Avanzano pericolosamente sovranismo, nazionalismo, odio razziale, pulsioni autoritarie e fasciste.

Quello che avviene nell’America di Trump – la caccia ai migranti e la loro deportazione, l’attacco alla libertà d’insegnamento, di ricerca e d’informazione, la repressione del dissenso e lo smantellamento dello stato di diritto – o quello che succede a Gaza e in Cisgiordania (la “soluzione finale”, il genocidio di un intero popolo) interrogano la coscienza europea e fanno riflettere sull’impotenza politica dell’Ue. Che fine ha fatto l’Europa, culla della “civiltà occidentale”, indicata come modello di riferimento per il mondo intero?

La crisi della globalizzazione è sotto i nostri occhi, nel governo dell’economia e nel rapporto tra gli Stati. Eppure, le politiche liberiste, celebrate come la panacea di tutti mali e adottate da quasi tutti i governi in ogni angolo del mondo, sono sempre lì, nonostante abbiano creato più problemi di quanti ne abbiano risolti. Sono a testimoniarlo i cambiamenti climatici, l’aumento dei teatri di guerra, la povertà, la fame e le disuguaglianze crescenti. Forse c’è da chiedersi allora se l’alternativa allo stato delle cose non vada costruita andando alla radice dei problemi, ripartendo dalle cause strutturali della crisi globale. La dissociazione tra progresso e sviluppo si supera, insomma, affilando le armi della critica all’ordine sociale capitalistico e potere così configurare un nuovo ordine. Se l’economia globale è nel caos e, ogni giorno che passa, il rischio di una guerra mondiale diventa concreto, forse l’errore consiste nel parlare genericamente di economia, di finanza, di tecnologia, non di sistema capitalistico.

 

Gli autori

Gaetano Lamanna

Gaetano Lamanna è uno studioso di filosofia ed economia. Ha lavorato nella Cgil regionale della Calabria e nella Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Ha collaborato con riviste e quotidiani, tra cui "Rinascita", "l’Unità", "il manifesto", "il Quotidiano del Sud". Attualmente scrive su "Left" e "Volere la luna". Ha pubblicato "Ricchezza privata e miseria pubblica" (Castelvecchi, 2025), "La casa negata" (Ediesse, 2014), "Malapolitica" (Ediesse, 2009).

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