Una memoria per risorgere

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«Com’è che dentro di me» – si chiede il protagonista del libro – «qualcosa che non conosco, di cui non ho mai avuto coscienza, sappia di esistere e non voglia sparire?». Questo “qualcosa” è la memoria, i ricordi del passato di Giuseppe che chiede, in fin di vita, ad Atropo, l’inaffidabile signora della morte, altro tempo per raccontarla, mentre Mnemosine, madre delle Muse della Memoria, allunga i ricordi di Giuseppe fino ai suoi antenati. Per ricordare a lui che non nasciamo liberi, ma segnati dal fare di quanti ci hanno preceduti. Nasce così Il romanzo della resurrezione di Giuseppe Aragno (Edizioni La Valle del Tempo, Napoli, 2024).

Con questo espediente retorico, Giuseppe, aiutato e incalzato dalla dea della Memoria, racconta la storia dei vinti della sua famiglia, subito dopo la guerra e la caduta del fascismo, nella magica e tragica atmosfera di Napoli: la storia di suo nonno, Giovanni Greco, famoso antifascista ucciso dal regime, della moglie Elvira e del figlio Antonio, padre di Giuseppe. Sua mamma, Nina, faceva da giovane l’attrice; un’attrice promettente ma che poi, per un patto tacito con suo marito, Antonio, geloso e gretto, in un’Italia dalla doppia morale, decide di lasciare il teatro rinnegando anche il suo passato di successi, combattuta tra amore e libertà. Giuseppe ricorda quando all’età di sei anni, la mamma lo sottrasse finalmente alla suocera che voleva abituarlo alla vita dei vicoli e del contrabbando di sigarette, per portarlo con sé, nel palazzo seicentesco di Vico Zuroli, dove era nato.

E da Vico Zuroli, cuore di una Napoli degradata, partono le avventure di un ragazzino che scopre la città ancora infestata dalle mine. Nella Napoli dei cento e più bombardamenti, si elevavano a tratti cumuli di macerie che sollecitavano le fantasie dei ragazzi quasi fossero montagne da scalare. E su quei cumuli spesso capitavano disastrate compagnie di attori di strada che regalavano luci, colori e indimenticabili sogni. Fu in quel paesaggio lunare creato dalla tragedia della guerra che Giuseppe scoprì la magia del teatro di cui gli aveva parlato talvolta la madre.

È ancora Mnemosine a incalzare Giuseppe perché ricordi ciò che avrebbe voluto dimenticare: quella notte quando fu svegliato da Nina e trascinato in una casa dove suo padre Antonio fu sorpreso con l’amante. Fu la fine di una storia familiare innocente e felice e l’inizio di anni senza più storia. E poi l’incanto di Napoli, seppure ancora abitata da inquietanti residui fascisti.

Perché benché sconfitto il regime aveva lasciato un’eredità velenosa: le leggi fasciste, scritte e approvate da criminali che avevano ucciso o perseguitato gli oppositori e ridotti in schiavitù i lavoratori. Mnemosine, la dea che ricordava tutto, conosceva bene ciò che era accaduto e sapeva che gli interessi dei cosiddetti liberatori avevano preso immediatamente il sopravvento sulla promessa di fare giustizia, sicché ai fascisti non era stato torto un capello. Fu così che a Napoli fu eletto Sindaco Nicola Sansanelli ex fondatore del Fascio di Combattimento napoletano, salvato da una giusta furia popolare solo per l’intervento deciso di un capo partigiano e del nonno di Giuseppe.

Così Elvira, la nonna paterna di Giuseppe, affronta il proprio figlio Antonio, che votava monarchico, per ricordargli come Giovanni Greco, nonno di Giuseppe, avesse pagato con la vita la sua opposizione al regime. Il glorioso cognome “Greco” di Giuseppe, lo salvò da piccolo da un futuro di inferiorità umana e sociale che, in quegli anni, accomunava i figli della povera gente che non sapevano parlare l’italiano.

Conteso tra Mnemosine e la sua oppositrice Lete, mentre Atropo attende di recidere il filo della sua vita, Giuseppe cede ai ricordi che si affollano nella sua mente. C’è l’amicizia tra sua mamma Nina e la dirimpettaia Armanda, proveniente da Torino, diversa per censo da Nina ma unita ad essa dal dolore di un drammatico passato. E ancora, il ricordo va ai due “femmenelli” di Vico Zuroli, Elio e Mario sempre protetti, dal popolo del Vico, dalla persecuzione della Buon Costume. E sempre in quel palazzo nasce l’amicizia e l’amore innocente tra il sedicenne Giuseppe e Annamaria, figlia di Armanda.

Giuseppe avverte la sofferenza di una persecuzione fascista che continua a inseguirlo e sogna un riscatto da quella storia e, perfino, una vendetta. Con Annamaria la loro prima avventura politica sarà nel Comitato anticolonialista che organizza una riunione con alcuni ribelli del Fronte Nazionale algerino. Sarà la dura carica della polizia a separarli presso Port’Alba. L’episodio segna la fine del rapporto tra Nina e Armanda: per quest’ultima, di nobili origini, Giuseppe restava il figlio del salumiere Antonio, mentre Nina vedeva in lui la figura eroica del nonno antifascista. Questa brusca interruzione di rapporti segnerà per sempre la salute mentale di Nina che si convincerà che tutti complottano contro suo figlio Giuseppe.

Essere il nipote di un eroe antifascista non lo aiuta più, anzi diventa un vero e proprio ostacolo per il professore di matematica, ex fascista, che lo prende di mira per la sua passione politica. Al termine di una ennesima lite, Giuseppe, ingiustamente accusato di aver copiato i compiti di matematica, abbandona la scuola alla ricerca di un lavoro. Né trova alcuna consolazione nella sezione del PCI dove il segretario gli rimprovera la sua impazienza giovanile.

Nel frattempo Napoli cambia: spariti i polmoni di verde pieni d’aria profumata e sana, ovunque scorrono fiumi d’asfalto e di cemento. Sparite le ferite di guerra, almeno quelle visibili, strade e veicoli, gente, scalinate e palazzi scendono dalle colline al mare; la speculazione edilizia rende Napoli irriconoscibile.

Nina, dopo il tradimento di Armanda, non sopravvive alla scoperta dell’abbandono della scuola da parte di Giuseppe. Una forma di pazzia inizia a farsi strada nella sua mente: viene ricoverata una prima volta al Policlinico e, quando ne esce, non è più la stessa. Nel frattempo Giuseppe incontra Chiara che diventerà la sua compagna di vita e la donna con la quale dividerà la passione politica, ma non tutto va come avevano sognato. È la strage di Stato a rubare l’innocenza a quei giovani. Avevano contro un inferno e lo capirono solo col tempo. Dopo una breve parentesi di servizio di leva, Giuseppe torna a casa e per un momento le condizioni di Nina sembrano migliorare, fino a quando viene ricoverata definitivamente in una casa di cura.

Giuseppe ha finalmente portato alla luce i momenti dolorosi della sua vita e della propria famiglia; il romanzo è finito: Atropo è in attesa, Mnemosine e Lete si ritirano, Chiara rimane al capezzale fino a quando, per Giuseppe, cala il grande sipario della vita.

Gli autori

Enzo Scandurra

Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore; già ordinario di Urbanistica presso Sapienza di Roma, più volte direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica e Coordinatore nazionale del Dottorato in Architettura e Urbanistica, si occupa di problemi legati all’ambiente e alle trasformazioni della città. È autore di numerosi testi, ultimi dei quali: “Muri” (manifestolibri, 2017, con M. Ilardi), “La città dell’accoglienza” (in collaborazione, manifestolibri, 2017), “Splendori e miserie dell’urbanistica” (con I. Agostini), (DeriveApprodi, 2018), “Biosfera. Il luogo che abitiamo” (DeriveApprodi, 2020, con G. Attili e I. Agostini), “Contronarrazioni” (curatela con T. Drago, Castelvecchi, 2021), “La svolta ecologica. Ultima chance per noi e il pianeta” (DeriveApprodi, 2022), “Cambiamento o catastrofe? La specie umana al bivio” (a cura di T. Drago, E. Scandurra, Castelvecchi, 2022), “Roma o dell’insostenibile modernità” (DeriveApprodi, 2024).

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