Referendum: una scelta tra la forza e il diritto

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Lo scorso 18 settembre, la Camera ha approvato in terza lettura la riforma costituzionale della giustizia, nota come “separazione delle carriere”. I voti a favore sono stati 243, dunque non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi necessaria a evitare il referendum oppositivo. Manca l’ultimo passaggio al Senato, dall’esito scontato – la riforma è diventata una priorità politica del Governo Meloni e il testo è stato blindato dai partiti di maggioranza –, poi la parola passerà al popolo. Servirà una battaglia culturale e informativa, da combattere a dispetto del monopolio che la maggioranza esercita sui media, per impedire una revisione della Costituzione che, sotto l’etichetta parziale della separazione delle carriere, nasconde l’aggressione all’assetto repubblicano della giustizia.

Di fronte all’orrore costituito dal genocidio israeliano a Gaza (lì il Parlamento è silenziato), si avverte l’esigenza di non disperdere l’indignazione in tutto ciò che non riguardi quella vicenda tragica, ma l’attenzione collettiva su questo tentativo di smantellamento di una delle basi della democrazia deve essere massima sin da ora. Del resto, «il grande e travolgente ‘ritorno all’argomento della forza’ sullo scenario internazionale è strattemente legato a un fenomeno ormai diffuso di vera e propria ‘regressione democratica’ sul piano interno» (T. Greco, Critica della ragione bellica, Laterza, 2025, p. 96). Lo vediamo negli Usa (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/05/13/stati-uniti-arrestati-per-dissenso/ ), ma accade anche alle nostre latitudini. Uno degli aspetti dell’involuzione – insieme all’attacco ai luoghi di libero pensiero, dalle università alla stampa, e alla criminalizzazione del dissenso – sta proprio nelle manovre per far diventare il Parlamento una colonia dell’esecutivo e mettere la magistratura sotto tutela. I due profili, umiliazione del Parlmento e attacco all’autonomia del giudiziario, si sommano in maniera esemplare in questa riforma: un iter di approvazione che ha ridotto le aule parlamentari a luoghi di mera ratifica della volontà del Governo – fatto che purtroppo non fa più gridare allo scandalo – e un contenuto che, nascosto nel cavallo di Troia della separazione delle carriere, sferra un attacco diretto all’indipendenza dei giudici.

Non bisogna fare l’errore di ritenere che questa riforma sia un affare soltanto italiano, l’ultima tappa del regolamento di conti con la magistratura avviato da Silvio Berlusconi. I festeggiamenti su alcuni banchi della destra in onore del nume tutelare non devono trarre in inganno, perché l’intenzione di mettere sotto controllo i giudici di tutti i livelli è un tratto essenziale della transizione autoritaria. Turchia, Polonia, Ungheria e Israele hanno fatto da battistrada, gli Usa di Trump hanno alzato l’asticella dello scontro con la decisione di sanzionare quattro giudici della Corte penale internazionale, quelli che hanno osato autorizzare i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant e dare il via all’indagine sugli abusi dei militari americani in Afghanistan. Anche l’Italia si colloca nell’ombelico di questo mondo che torna a girare al contrario, in direzione del passato.

L’insegna della separazione delle carriere occulta obiettivi ben peggiori. Chiariamo subito: della separazione delle carriere nessuno avverte un reale bisogno. Oltre alle statistiche, i recenti casi giudiziari dimostrano l’assoluta irrilevanza, rispetto all’esito dei procedimenti penali, del fatto che giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario. A titolo di esempio si possono leggere le motivazioni con cui il Tribunale del Riesame di Milano ha annullato le misure cautelari nell’inchieste urbanistiche ed edilizie: si è arrivato a definire “svilente” la tesi d’accusa dei pubblici ministeri. Si può essere o meno d’accordo con i toni drastici utilizzati, ma di certo quelle parole dimostrano che il problema della giustizia non è quello di una (inesistente) contiguità dei giudici ai desiderata dei pubblici ministeri. Non siamo più ai tempi delle ordalie medievali: giudicare è un’attività scientifica, pubblicamente controllabile.

Il vero fine della riforma è quello di fare del Consiglio Superiore – oggi organo di governo autonomo della magistratura – un terreno di conquista politica. Lo comprova il nuovo sistema di selezione dei suoi componenti, ossia il sorteggio asimmetrico previsto dalla riforma: i rappresentanti dei magistrati nei due nuovi Consigli rispettivamente dei giudici e dei pubblici ministeri – divide et impera… – saranno individuati a caso, mentre quelli della politica verrano scelti mediante elezione, per lo più dalla maggioranza politica di turno. Se si provasse a riprodurre questo scenario in qualsiasi organo elettivo, dal Parlamento al consiglio di classe, si avrebbe immediata percezione della disparità di coesione, efficacia e potere tra una rappresentanza scelta dalla sorte, fragile e frammentata, e una eletta, compatta e forte di un mandato unitario alle spalle. Dai banchi della maggioranza si sostiene che la riforma servirà a sottrarre il Csm alla degenerazione del potere delle correnti, ma è grave anche solo pensare di sostituirla con l’asservimento ai rappresentanti dei partiti politici.

A questo si aggiunga che il nuovo meccanismo dell’Alta Corte disciplinare – previsto esclusivamente per i giudici ordinari – tenderà a concentrare nelle mani dei giudici “alti”, di Cassazione, un inedito potere di influenza sui giudici “bassi”, quelli che le persone si trovano davanti nelle aule dei tribunali di ogni città. A essere mortificata, in conclusione, non sarà solo l’indipendenza, interna ed esterna, dei giudici penali, ma anche quella di tutti quei giudici civili che ogni giorno, magari recependo principi sovranazionali e costituzionali che fanno da argine all’arbitrio delle mutevoli maggioranze politiche, decidiono su questioni essenziali di persone e famiglie: salari, stato delle persone, destino dei figli, diritti dei consumatori.

C’è da auspicare che dei reali intenti della riforma si possa parlare nella campagna referendaria. In questa direzione si colloca la decisione dell’Anm di costituire il Comitato a difesa della Costituzione e per il No al referendum. Qualcuno sperava che i magistrati accettassero la deriva in silenzio. E invece no: difendere l’autonomia della magistratura non è una battaglia corporativa, né un esercizio di sterile dissenso. È un dovere civile, che va onorato ricercando alleanze culturali e politiche. Non si tratta di proteggere una categoria, ma di difendere i cittadini, perché senza giudici e pubblici ministeri liberi, i diritti diventano carta straccia. È quest’ultimo l’obiettivo che le nuove autocrazie o aspiranti tali perseguono, nei singoli Paesi e nel mondo: a volte usando la forza bruta, a volte affidandosi a procedure tecniche che, dietro una facciata di normalità e nomi altisonanti, nascondono lo svuotamento di senso della democrazia.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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