Con il 29,2 per cento dei voti, il Partito della libertà (Fpoe) ha vinto le elezioni parlamentari in Austria, acquisendo il diritto di formare il nuovo Governo. Poco importa che oltre due austriaci su tre non si siano affatto espressi in tal senso (i popolari hanno ottenuto il 26,5 per cento, i socialdemocratici il 21,1, i liberali il 9, i Verdi l’8): l’estrema destra è arrivata prima e la Cancelleria le spetta di diritto. Saremmo disposti a sottoscrivere un discorso di tale tenore? Immagino che la risposta sia negativa.
Eppure, a parti politiche invertite, è quanto è accaduto in occasione delle elezioni francesi. La ricostruzione dei fatti probabilmente più diffusa può essere così sommariamente riassunta: a) l’affermazione dell’estrema destra lepenista alle elezioni europee ha indotto il Presidente Macron allo scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale, nella speranza che gli elettori democratici si sentissero costretti a convergere sui candidati macroniani; b) sconfessando gli auspici presidenziali, e le concorrenti aspettative di Marine Le Pen, gli elettori hanno tuttavia assegnato la vittoria elettorale alla coalizione delle sinistre riunite nel Nuovo fronte popolare (Nfp), formazione che ha così conquistato il diritto di dar vita al nuovo Governo; c) se non che, in aperto tradimento del voto popolare, Macron ha rifiutato di assegnare l’incarico di Primo ministro alla candidata indicata dalle sinistre e, grazie alla regola costituzionale che esclude il voto di fiducia iniziale al Governo, ha dato vita a un esecutivo di minoranza assai orientato a destra, confidando – quantomeno – nella non ostilità delle forze lepeniste.
Dal punto di vista del diritto costituzionale, è particolarmente rilevante che, per la seconda volta consecutiva, le elezioni parlamentari francesi non abbiano prodotto l’esito di un’Assemblea nazionale dominata da una sola forza o coalizione politica. In passato, la formazione della maggioranza assoluta era stata assicurata da un sistema elettorale basato su una formula elettorale fortemente distorsiva, grazie alla quale forze politiche votate da minoranze relativamente circoscritte erano comunque riuscite a conquistare il controllo dell’Assemblea. Ancora nel 2017, con il favore di un francese su tre, la coalizione macroniana aveva conquistato 350 deputati su 577 (vale a dire, aveva quasi raddoppiato in Parlamento il peso ottenuto nelle urne). Nelle due votazioni successive (2022 e 2024), l’esito è stato invece condizionato dall’articolazione tripolare del sistema politico, che ha condotto l’iper-presidenziale sistema francese ad assumere una veste più propriamente ascrivibile alla forma di governo parlamentare. Ed è proprio in forza di tale cambio di veste che sembra opportuno un supplemento di riflessione.
Che significato ha, infatti, dire che le elezioni hanno sancito la “vittoria” di una coalizione che al primo turno – quando i cittadini si esprimono senza i condizionamenti strategici del voto utile – ha ottenuto il 28,06 per cento dei suffragi? Certamente l’esito finale del voto ha consegnato a quella coalizione la maggioranza relativa dei parlamentari, ma come si può considerare “vincitore” qualcuno che la gran parte del corpo elettorale non avrebbe voluto alla guida del Paese? Sia chiaro: non si tratta di negare l’importanza straordinaria del risultato ottenuto da Nfp, né di sminuire la coraggiosa assunzione di responsabilità che ha consentito alle sinistre di fermare l’ascesa della destra estrema, anche a costo di votare candidati altrimenti inaccettabili. Chi scrive ha sperato nel più ampio successo del Nfp ed è inorridito, ancorché non sorpreso, dalla decisione di Macron di cercare sponda nelle forze politiche neofasciste, pur di potersi mantenere al servizio del capitale: e proprio l’aver costretto il Presidente francese a mostrare il suo vero volto, mantenendo unita la coalizione delle sinistre, rappresenta un successo politico enorme.
Il punto, tuttavia, è decidere se si vuole davvero uscire dai vizi della logica maggioritaria, propria del presidenzialismo, e tornare a praticare sul serio le virtù del parlamentarismo e della proporzionale. La stessa France insoumise ha dichiarato un tale proposito, da realizzarsi tramite riforme costituzionali che consentano di superare la centralità dell’Eliseo, salvo poi avanzare la pretesa di esperire un tentativo di Governo sulla base dell’argomento – incompatibile con il parlamentarismo – del primato relativo del numero dei parlamentari. E, tuttavia, qualora Macron avesse in prima battuta affidato l’incarico a Lucie Castets, quale sarebbe stato l’esito di tale decisione? L’insieme delle altre forze politiche avrebbe votato compatto la sfiducia al Governo appena insediato, provocandone la caduta. Almeno – ha provato ad argomentare Mélenchon – ci sarebbe stata l’occasione di intervenire d’autorità (sulla base del famigerato art. 49, comma 3, Costituzione) per rimuovere le odiose misure antisociali introdotte nelle medesime modalità da Macron nella precedente legislatura. Ma con quale credibilità si può prospettare l’abbandono del modello presidenziale, contemporaneamente pretendendo di utilizzarne una delle più anti-democratiche prerogative?
Occorre sempre tener presente che in ambiente parlamentare le elezioni servono a misurare gli orientamenti politici del Paese, non a sancire vincitori e vinti, e che là dove è l’organo assembleare a determinare la vita dei Governi ciò che conta è la capacità di costruire alleanze post-elettorali suscettibili di coinvolgere la maggioranza degli eletti. Quel che ci si augura riescano a fare i popolari austriaci, rifiutandosi di seguire Macron sul terreno dell’alleanza con le forze neofasciste, trovando un’intesa con i socialdemocratici e impedendo così all’estrema destra del Fpoe di governare.
Una versione più breve dell’articolo è comparsa su il manifesto del 1 ottobre
