Negoziato è la parola magica che si staglia sullo sfondo della guerra russo-ucraina. Negoziato è la parola proibita, ripudiata, nascosta. Negoziato è la parola respinta orgogliosamente dalla Nato – come ci ha rivelato Stoltenberg il 7 settembre 2023 – per evitare di fermare il corso degli eventi che ha portato allo scoppio della guerra il 24 febbraio 2022. Negoziato è la parola che è stata rigorosamente bandita da tutti i documenti della Nato e dell’Unione europea intervenuti dall’inizio della guerra a oggi. Il negoziato è stato anche formalmente vietato con un decreto di Zelensky del 4 ottobre 2022. Al suo posto è stata costruita la mitologia della “vittoria”. Un mito che è stato alimentato ed è cresciuto su una montagna di cadaveri, per nulla turbato dalla cruda realtà delle vittime e delle distruzioni belliche. Un mito coltivato in perfetta mala fede poiché i massimi esperti militari, a cominciare dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito Usa Mark Milley, che, in un’intervista al Financial Times del 16 febbraio 2023, aveva ribadito che né l’Ucraina né la Russia erano in grado di vincere la guerra per cui l’unica soluzione possibile era quella di un negoziato.
Il negoziato era stato invocato con accenti drammatici da Papa Francesco all’Angelus del 2 ottobre 2022: «Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili». Appello accolto nel più gelido silenzio e contraddetto senza vergogna alcuna dalle ripetute istigazioni del Parlamento europeo a prolungare e intensificare la guerra fino alla “vittoria”. Non possiamo dimenticare e non possiamo perdonare il coro di insulti che si levò l’anno scorso quando, il 9 marzo 2024, Papa Francesco rilasciò un’intervista alla Radio Televisione svizzera esortando direttamente l’Ucraina ad aprire un negoziato per porre fine al prolungamento di una inutile strage: «Credo che è più forte quello che vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca e negoziare.[…] Negoziare è una parola coraggiosa. Quando tu vedi che sei sconfitto, che la cosa non va, devi avere il coraggio di negoziare». Le parole del Papa fecero scandalo perché introducevano il “principio di realtà“, mettendo in evidenza l’insensata irresponsabilità di una politica italiana, europea e atlantica che non voleva fare i conti con le proprie scelte e disvelandone il volto velleitario e necrofilo.
Finalmente il tabù che aveva interdetto la parola negoziato è caduto quando il 12 febbraio 2025, nel corso di una prima telefonata Trump e Putin hanno concordato di avviare negoziati immediati per cercare una soluzione diplomatica al conflitto. Per quanto le scelte di Trump non siano animate da motivi umanitari, ciò non toglie che il ritiro degli Usa dal sostegno alla guerra contro la Russia apra un capitolo positivo nella storia europea, potendo porre termine a un orrendo spargimento di sangue fra popoli fratelli e al rischio di una nuova guerra mondiale.
Il cessate il fuoco sembrava a portata di mano, invece siamo arrivati al 10 maggio e il conflitto non si è ancora arrestato. Il fatto è che il partito unico della guerra, saldamente insediato nelle Cancellerie, nei vertici dell’Ue e nel Parlamento europeo ha accolto con grande disappunto la scelta della nuova amministrazione americana di ritirarsi dalla guerra per procura combattuta contro la Russia, al punto che il Parlamento europeo, nella risoluzione del 12 marzo ha espresso «sgomento per la politica dell’amministrazione statunitense di riappacificarsi con la Russia». Intanto, nel Consiglio europeo straordinario del 5 marzo, è stato approvato il piano Re Arm Europe, presentato dalla Von der Layen che rilancia una straordinaria corsa al riarmo dei paesi europei proponendo la mobilitazione di 800 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per la produzione e l’acquisto di armi. Lo scopo di questo processo di riarmo è quello di prepararci alla guerra, come ha dichiarato il 18 marzo la stessa Ursula Von der Layen durante un discorso alla Royal Danish Military Academy a Copenaghen. Per silurare il negoziato di pace, il Parlamento Europeo è intervenuto nuovamente il 2 aprile con una Risoluzione monstre in cui si ribadisce l’impegno finanziario e militare per consentire all’Ucraina di «conseguire la vittoria contro la Russia» e «ripristinare la sua integrità territoriale». Per evitare che – a negoziato in corso – si possa andare a un affievolimento della violenza bellica, il Parlamento Europeo «invita gli Stati membri a revocare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di utilizzare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi in territorio russo». Altro piombo sulle ali del negoziato è stato posto dall’iniziativa di Francia e Regno Unito che si sono attivati per dar vita a una coalizione di volenterosi, disposti a inviare in Ucraina, non una missione di peacekeeping, ma una “forza di interdizione”, pronta a combattere contro la Russia.
Questo complesso di fattori si inserisce nel quadro di un vero e proprio delirio antirusso che ha contagiato i vertici dell’Unione europea, compreso il Parlamento che, nella deliberazione del 2 aprile, ha attribuito alla Russia «l’intenzione di dichiarare guerra ai paesi europei o di cercare di destabilizzarli», dichiarando – senza ombra di pudore – che il regime russo rappresenta «la minaccia più grave e senza precedenti per la pace nel mondo, nonché per la sicurezza ed il territorio dell’UE e dei suoi Stati membri». In proposito Pino Arlacchi (il Fatto quotidiano del 27 aprile) ha osservato che «presentare un Paese come aggressore incombente, in assenza di prove, serve solo a provocare, ad alimentare una spirale di tensione che potrebbe sfuggire al controllo delle parti. E trasformarsi in una profezia che si auto-adempie, dove il nemico immaginario è costretto a trasformarsi in nemico reale».
Alla la fine, comunque, anche i documenti europei hanno preso atto che si sono aperti dei negoziati. Il vero problema è quale sbocco dare al cessate il fuoco prossimo futuro: se deve trattarsi di una tregua permanente, come si è verificata in Corea dove, l’armistizio, firmato il 27 luglio 1953, dopo oltre settant’anni non è sfociato in un Trattato di pace, oppure se dalla tregua delle armi si deve passare a un progetto di pace che coinvolga la Russia e tutti gli altri popoli europei e incida sulla vita della stessa Ucraina. Alla luce dei presupposti sin qui esaminati, i vertici dell’Ue non contemplano nessun altro sbocco possibile che non sia una tregua armata, destinata a perdurare nel quadro di una crescente ostilità, restando sempre sullo sfondo la possibilità di una ripresa della guerra contro il nemico russo, secondo la logica della profezia che si auto-avvera. Invece per costruire una pace vera occorre un progetto di pace. In un’intervista al Corriere della Sera del 28 giugno 2022, Henry Kissinger poneva il problema di come metter fine al conflitto. «Stiamo arrivando a un momento» – affermava – «in cui bisogna affrontare la questione della fine della guerra in termini di obiettivi politici altrettanto che militari: non si può semplicemente continuare a combattere senza un obiettivo. […] Dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante». Non ci sono solo le ragioni geopolitiche indicate da Kissinger. Ci sono ragioni più profonde di carattere politico, etico, culturale. La Russia ha dato il contributo decisivo alla sconfitta del nazismo e – superata la guerra fredda – ha aperto gli orizzonti per la convivenza pacifica e armoniosa di tutti i popoli europei, dagli Urali all’Oceano atlantico; la sua cultura, da Tolstoj a Dostoevskij, da Pasternak a Bulgakov, da Sostakovic a Stravinskij, da Kandisky a Chagall, fa parte del patrimonio spirituale irrevocabile dell’Europa. Non possiamo concepire il cessate il fuoco come una tregua armata in cui si continua a coltivare l’ostilità e si affilano le armi nella prospettiva di un redde rationem finale.
Tregua o pace, questo è il vero dilemma.
La pretesa che per pervenire alla pace sia necessario consentire all’Ucraina di «ripristinare la sua integrità territoriale» è tanto assurda quanto lo sarebbe la pretesa di ricostituire la Jugoslavia entro i confini del 1991. L’integrità territoriale dell’Ucraina si è sfaldata oltre 11 anni fa per vicende interne che hanno portato alla rottura della convivenza fra la componente ucraina e quella russofona della popolazione, determinata da una politica che ha soffiato sul fuoco di un esasperato ipernazionalismo e delle discriminazioni etniche e linguistiche. Nel 2014, dopo il traumatico cambio del regime politico a Kiev, il Consiglio Supremo della Repubblica di Crimea votò all’unanimità la dichiarazione d’indipendenza dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia. Il 16 marzo del 2014 un referendum popolare approvò l’annessione alla Russia con il 96,77% di voti favorevoli, con la partecipazione dell’83,1% degli aventi diritto al voto. Da allora la Crimea costituisce una Repubblica autonoma inserita nella Federazione Russa. Nello stesso contesto la popolazione russofona del Donbass si ribellò al nuovo potere politico instaurato a Kiev e iniziò una sanguinosa guerra civile, che ha provocato circa 14.000 morti e uno strascico di combattimenti che è proseguito ininterrottamente fino al 24 febbraio 2022, malgrado gli “accordi di pace” di Minsk I e Minsk II.
Se si vuole ristabilire la pace fra Russia e Ucraina non si può prescindere dal “principio di realtà”. Il principio dell’integrità territoriale non può essere declinato contro la storia e contro l’autodeterminazione dei popoli. Non si può pretendere di smembrare la Federazione russa, riunificando la Crimea all’Ucraina contro la volontà dei suoi stessi abitanti. Nel negoziato di pace non si può ignorare la guerra civile che ha funestato l’Ucraina determinando la secessione di una parte dei territori del Donbass. Bisogna partire dalla realtà per negoziare degli accordi che mettano in equilibrio gli interessi reali e i bisogni dei popoli. Se l’assetto della Crimea non può essere rimesso in gioco, il vero nodo del negoziato di pace riguarda la nuova delimitazione dei confini nel Donbass. La delimitazione del nuovo confine non può essere stabilita dalle linee armistiziali fra gli eserciti. Dovranno essere le popolazioni locali, attraverso un referendum gestito dalle Nazioni Unite, a scegliere da quale parte del confine vogliono vivere. In questo modo il conflitto sulla sovranità verrà temperato dal principio dell’autodeterminazione dei popoli.
La pace deve aprire un percorso di riconciliazione fra russi e ucraini, fra russi e tutti gli altri popoli europei, prosciugando il muro d’odio, lastricato da un milione di morti, che la guerra ha creato fra i due popoli. Non è un’impresa impossibile. Nel secolo scorso ci sono riusciti i francesi e i tedeschi malgrado le devastazioni e i lutti creati da due guerre mondiali. Dal cessate il fuoco deve partire un percorso che vada decisamente in direzione contraria ai fatti e misfatti che hanno portato al conflitto. Bisogna tornare indietro rispetto alle scelte che hanno provocato la frattura della convivenza sia all’interno dell’Ucraina, sia fra l’Ucraina e la Russia e la militarizzazione delle rispettive società.
È illusorio e disonesto pretendere di costruire la pace attraverso la forza. La pace non ha bisogno di forza, né di forzature della realtà, né di garanzie di sicurezza armate. Soprattutto non si può costruire nessun percorso di pace alzando una nuova cortina di ferro e identificando la Russia come «la minaccia più grave per la pace nel mondo». La pace si costruisce avendo come obiettivo la pace, cioè il superamento dell’ostilità in una riconquistata dimensione di fraternità fra i popoli. Se i livelli istituzionali sono bloccati dal delirio delle élites, bisogna partire dal basso per costruire un percorso di pace. La costruzione dell’amicizia fra i popoli può essere oggetto di iniziative di diplomazia popolare. In Italia abbiamo l’esempio luminoso di Giorgio La Pira, che – in un’epoca di fortissima contrapposizione politica, ideologica e militare fra blocchi contrapposti – fu capace di rompere i muri dell’ostilità e dell’incomprensione e far dialogare le città nemiche nella prospettiva dell’interesse superiore dell’umanità. In piena guerra fredda nel 1955 La Pira riuscì a radunare a Firenze i sindaci di 37 capitali, fra cui Bombey, Parigi, Londra, Mosca, Pechino, Karachi e Città del Capo, presente anche l’ambasciatore dell’Unione sovietica, e a stipulare un patto di fraternità e di ripudio della guerra.
Il modo migliore per delegittimare la frenesia bellica di Von der Layen e compagni è quello di stimolare il dialogo fra i popoli e di stipulare patti di amicizia fra le città, scambi culturali orientati alla fraternità, dai quali emerga che il popolo russo non è il nostro nemico, disvelando il volto truffaldino e grottesco dell’invenzione politica del nemico.
L’articolo riprende la relazione svolta nel convegno “Il coraggio della pace. Il nemico è la guerra”
(Roma, 9-11 maggio – www.disarma.it)
