
Se c’era un’occasione, per Giorgia Meloni, in cui mantenere un rispettoso e rigoroso silenzio, era questa. Questo 2 agosto, anniversario della più sanguinosa e vigliacca strage di stampo neofascista, la più feroce e insieme esemplare di quell’intreccio tra l’area infetta in cui affondano le radici sue e del suo entourage, il sottofondo melmoso di uno Stato traditore dei suoi stessi cittadini, e le reti internazionali che hanno tenuto le fila della strategia della tensione. Una storia oscura e inconfessabile, che avrebbe suggerito a chiunque dotato di un sia pur minimo senso del pudore di mantenere un atteggiamento defilato, e che invece ha spinto la nostra Presidente del Consiglio ad attaccare frontalmente persino il rappresentante delle famiglie di quelle vittime che da 44 anni aspettano giustizia, colpevole di averle ricordato alcune scomode verità.
Paolo Bolognesi si era limitato a sottolineare che “le radici di quell’attentato, come stanno confermando anche le ultime due sentenze d’appello nei processi verso Gilberto Cavallini e Paolo Bellini, affondano nella storia del postfascismo italiano, in quelle organizzazioni nate dal Movimento Sociale negli anni cinquanta”, quali Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, di cui numerosi eredi ed esponenti “oggi figurano a pieno titolo nella destra italiana di Governo”. E aveva anche osservato che proposte come quella della separazione delle carriere in magistratura, cavallo di battaglia di questo governo, appartengono a “un rinnovato progetto che fu della Loggia massonica P2”. Tanto è bastato per attirargli gli strali da nume irato della Meloni che ha definito quel discorso “molto grave” e anche “pericoloso” addirittura, col solito mix di aggressività e vittimismo, tale da minacciare la sua “incolumità personale”. E, a stretto giro, il raddoppio di marcatura dell’onorevole Mollicone, Presidente della Commissione Cultura (sic), il quale, rotti gli argini della decenza, è arrivato a contestare addirittura i dati di fatto acquisiti in una quindicina di sentenze insinuando che la loro credibilità sarebbe inficiata dalla considerazione secondo cui “l’obiettivo di parte della magistratura è stato quello di accreditare il teorema per cui nel dopoguerra gli Usa, con la loggia P2, il neofascismo e persino l’Msi avrebbero, con la strategia della tensione e le stragi, condizionato la storia repubblicana”.
Eppure chiunque abbia anche solo una minima dimestichezza con gli otto decenni di storia repubblicana (condizione evidentemente non richiesta al Presidente della Commissione Cultura) sa che quella lettura e quella ricostruzione (raggiunte faticosamente a causa degli infiniti depistaggi) sono perfettamente vere. La storia del neofascismo italiano, a cominciare dalla sua matrice originaria, quell’MSI che la stessa Giorgia Meloni non dimentica mai di citare come propria radice identitaria, è intimamente intrisa di violenza e di pulsioni eversive, proprie di chi avendo perso una sanguinosa guerra civile intendeva prolungarne lo spirito di rivincita anche in tempo di pace, ma nello stesso tempo nutrita dalla retorica e dalla nostalgia di un ordine gerarchico di stampo tradizionale, come si addice a chi si offriva come guardia bianca al sevizio di antichi potentati e di una parte almeno dei nuovi vincitori nel clima di guerra fredda che si era allora rapidamente creato e che sarebbe durato per molti decenni.
Nel piccolo gruppo che il 26 dicembre del 1946 si riunì nel centro di Roma per costituire il Movimento sociale italiano comparivano alcune delle figure maggiormente compromesse col regime fascista e soprattutto con la sua coda velenosa nella Repubblica sociale. Arturo Michelini, il padrone di casa, che aveva messo a disposizione lo studio d’avvocato del padre, era stato l’ultimo vice-federale di Roma, prima di arruolarsi come “fascista clandestino” nel gruppo “Onore” della Rsi. Pino Romualdi aveva comandato la Brigata Nera parmense (quella responsabile delle torture negli scantinati di via Braga), prima di diventare il braccio destro di Alessandro Pavolini come vice-segretario del Partito Fascista Repubblicano (come tale aveva ricevuto da quello, prima del tentativo di fuga, la “cassa” che affiderà poi a Michelini come tesoriere del nascente Movimento sociale). Giorgio Almirante, era stato il tetro capo-redattore della rivista “La Difesa della Razza”, dove già nell’ottobre del 1938, in occasione delle leggi razziali, aveva scritto: “Il razzismo è il piú vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato […] Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica è stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se ne è spaurita». E nel maggio del ’42, a “soluzione finale” avviata, aveva superato se stesso annotando: “Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore … Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue” [si veda, in questo stesso sito, l’articolo Meloni ’24. A che punto è la notte].
I
mboscatosi in qualche modo dopo il 25 luglio, era riemerso dopo l’8 settembre distinguendosi prima in sanguinose azioni antipartigiane con le Brigate nere in val d’Ossola poi, come capo-gabinetto del ministro Mezzasoma, firmatario dei bandi di fucilazione. Sempre crudele, sempre sfuggente e ambiguo come sarà appunto la sua creatura politica segnata dalla violenza dei mazzieri e dalla copertura del doppiopetto. Significativa la sua tecnica di sganciamento, al momento della Liberazione, così come la descrive nel suo documentatissimo libro Davide Conti (Fascisti contro la democrazia, Einaudi): “Il 25 aprile i fascisti sono in fuga. Fugge Mussolini, fuggono i gerarchi […] Giorgio Almirante, futuro capo del neofascismo, fugge piú di tutti, dal momento che scappa anche dai suoi: abbandona il suo duce sgattaiolando dalla porta di servizio della Prefettura di Milano e si mette in salvo mascherandosi da partigiano. […] Almirante lascia l’edificio passando da una porta secondaria, indossa un bracciale tricolore sul vestito borghese, come fosse un partigiano, e fugge”. D’altra parte, la sua storia di “perfetto fascista”, non gli impedì, in quegli stessi anni in cui lavorava alla nascita del Msi, di frequentare i piani alti del Ministero degli interni, grazie alla stretta amicizia col colonnello Giuseppe Piéche (un ex “uomo di Mussolini” ripescato però subito dopo l’8 settembre e inserito in posti di rilievo a garantire la continuità dello Stato), e all’appoggio del sottosegretario scelbiano Gastone Gambara, anch’egli ex fascista anch’egli riciclato come grand commis democristiano, che lo salvò dal confino a cui era destinato. Come d’altra parte né l’assoluta fede fascista di Romualdi né i suoi crimini di guerra furono d’ostacolo a che collaborasse dietro regolare compenso, tra la fine del ’47 e il 1948, con il Counter Intelligence Corps del controspionaggio militare statunitense all’interno di una rete informativa denominata ‘Net Project Los Angeles’ (numero identificativo 10/6349, note caratteristiche “buon tattico”): un “doppio status”, di oppositore-collaboratore, che faceva il paio col fatto che lo stesso Romualdi, in quel periodo latitante e animatore delle famigerate FAR (gruppo clandestino che compì nell’immediato post-liberazione decine di attentati) circolasse liberamente nei corridoi del ministero dell’Interno e vi intrattenesse fitti contatti ad alto livello. Erano gli arcana imperii della Guerra fredda, che riuscivano a riconvertire il sovversivismo nero dei reduci di Salò in utile strumento al servizio dell’ordine anglo-democristiano, ed in cui lo stesso autore della successiva Legge-Scelba contro la rinascita del Partito fascista operava nel contempo come significativo facilitatore della formazione del partito neofascista almirantiano…
Quello era – quel viluppo di materia oscura zeppo di passioni tristi – alla sua origine, il partito che Giorgia Meloni non si stanca di indicare come “casa materna” e a cui rivendica ipocritamente il ruolo meritorio di aver contrastato violenza politica e terrorismo traghettando “verso la democrazia milioni di italiani usciti sconfitti dalla guerra”… Da quell’imprinting, segnato da revanchismo e da mimetismo, il Movimento sociale non si emanciperà mai, portandosi dietro con impressionante costanza la sfida paradossale messa a fuoco da Almirante fin dai tardi anni quaranta, ovvero lo strano, ibrido destino – lui lo chiamava “equivoco” – di “essere fascisti in democrazia”. Restare quello che erano stati e che continuavano ad essere, sapendo tuttavia che l’esito della Guerra aveva cambiato irreversibilmente il quadro istituzionale in senso democratico e aspettando l’occasione favorevole per assestare le proprie zampate. Quella fu la chiave della politica missina negli anni del Centrismo, quando le condizioni politiche generali sembrarono favorevoli alla cosiddetta “strategia dell’inserimento”, e i voti missini servirono a sostenere ben tre governi democristiani (Pella, Zoli, Segni) e l’elezione di un Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. E continuò a esserlo dopo, negli anni Sessanta, quando la caduta del Governo Tambroni, travolto dalla riscossa antifascista, e l’apertura al Centro-sinistra cacciarono il Msi all’angolo, fuori dall’arco costituzionale.
Anche nella prima fase, segnata dall’ombrello nazional-conservatore di De Marsanich, Almirante non cesserà di alimentare, sotto traccia, la parallela strategia dell’ “alternativa di sistema”, soffiando sulla fiamma dell’estremismo dei più giovani, del revanchismo dei più fanatici, accettando – con la doppiezza che ne caratterizzerà tutta la biografia -, il moderatismo della maggioranza ma coltivando più o meno sotterraneamente lo spirito aggressivo delle componenti più radicali, sempre fedele all’equilibristico programma di “essere fascisti nel proprio tempo”. Mentre nella seconda fase, sfumato il sogno dell’inserimento organico nell’assetto istituzionale del potere, non disdegnerà le più torbide commistioni e le più spregiudicate liaison dangereuses pur di continuare a giocare un ruolo nei grandi giochi della politica nazionale e non solo. Lo spiega bene ancora Davide Conti, come una volta sbarrata, o comunque resa assai stretta, la strada dell’”inserimento”, a chi intendeva continuare a coltivare l’equivoco di “essere fascisti in democrazia” si apriva l’alternativa della cooperazione, più o meno occulta, con il deep state, con gli strati sommersi e strutturati per operare nell’oscurità degli apparati statali – il mondo a parte dei “Servizi”, quel “potere invisibile” che Norberto Bobbio indica come il nemico strutturale delle democrazie e che tuttavia ne costituisce una componente mai eliminata -, in sostanza con i livelli legalmente para-criminali che operano sotto la superficie.
Intendiamoci, non era certo nuovo quel legame tra missini e spie di regime: esso risaliva all’origine, quando a guerra ancora in corso si era incominciato ad infarcire le strutture occulte della futura Repubblica democratica con ufficiali e agenti della soccombente Repubblica sociale, quelli che davano le migliori garanzie di anticomunismo. Esemplare il legame stretto (un “intimo amico” dirà un testimone diretto – cfr. G.Pacini, La spia intoccabile, p. 103) tra Giorgio Almirante e un uomo come Federico Umberto D’Amato (fin dal ’45 alto dirigente della polizia politica romana poi onnipotente capo del famigerato Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, la cabina di regia di tutti i maneggi e i depistaggi relativi alle trame nere). Ma dall’inizio degli anni Sessanta quel rapporto diventa più organico, sistematico anzi potremmo dire “sistemico”, variabile destinata a condizionare con la forza della minaccia la vicenda politica nazionale (si pensi al Piano Solo e al “tintinnio di speroni” che allora si udì).

Uno snodo fondamentale di questo processo sarà rappresentato dal tristemente noto convegno su La guerra rivoluzionaria organizzato all’inizio di maggio del 1965 a Roma, all’Hotel Parco dei Principi, dall’Istituto Pollio e “storicamente indicato come momento d’incubazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’” con i suoi correlati stragisti (Davide Conti). L’Istituto Pollio, formalmente struttura privata fondata su iniziativa del missino Enrico de Boccard, era in realtà la “camera di compensazione fra organismi militari italiani ed esponenti dei servizi atlantici, francesi e germanici”; il finanziamento del Convegno proveniva dall’Ufficio ‘D’ del Sid (il nostro controspionaggio militare); e tra gli intervenuti figurava una lunga lista di membri del Centro Studi “Ordine Nuovo”, a cominciare dal suo capo Pino Rauti, e un’altrettanto fitta schiera di esponenti missini tra cui Giorgio Pisanò e Giano Accame. Fu lì che venne messo a punto un modello di “guerra psicologica” da contrapporre alla guerra “sovversiva e rivoluzionaria” che implicava il ricorso a pratiche non ortodosse per disorientare e riorientare l’opinione pubblica quali “attività di infiltrazione e provocazione nelle fila della sinistra politica e sindacale; le azioni di terrorismo da compiersi sotto ‘falsa bandiera’; la collaborazione organica militari-civili; la costituzione ‘in pieno anonimato’ di gruppi e cellule operative ‘addestrati a compiti di controterrore e rottura’”.

Fu lì, soprattutto, che nacque il sistema di interconnessioni tra Msi e organizzazioni esterne fiancheggiatrici, con la diffusa pratica della doppia militanza che vedeva gli stessi personaggi circolare liberamente tra le diverse strutture organizzative. Si pensi al caso esemplare di un ordinovista come Pierluigi Concutelli (quello che nel 1976 avrebbe assassinato il giudice Occorsio) nominato Presidente del FUAN di Palermo nel 1972 nonostante che pochi anni prima fosse stato processato e condannato per addestramento all’uso delle armi insieme a Guido Lo Porto, anch’egli dirigente del FUAN e futuro deputato del Msi. O al caso di Salvatore Francia, organizzatore di campi paramilitari in Val di Susa, militante di Ordine nuovo e contemporaneamente responsabile del settore stampa e propaganda del Msi torinese da cui uscirà solo alla fine del ’71. Né può essere dimenticato il caso particolarmente grave della strage di Peteano (due carabinieri attirati in una trappola e uccisi dall’esplosione di un’auto nel 1972), organizzata da un’ala estrema di Ordine Nuovo guidata da Vincenzo Vinciguerra con lo scopo di tagliare le connivenze tra forze dell’ordine e ambienti neofascisti, ma coperta dallo stesso Almirante che fu infatti inquisito (il giudice Felice Casson accertò che “il Msi finanziò Carlo Cicuttini [uno degli esecutori materiali della strage, militante di Ordine nuovo e contemporaneamente segretario della sezione missina di Manzano], durante la sua latitanza in Spagna sotto la protezione di Stefano Delle Chiaie, con 32000 dollari”).
L’elenco delle partecipazioni incrociate potrebbe essere lungo, dall’assassinio di Sezze, dove un comizio del candidato missino e militante di Ordine Nuovo Sandro Saccucci durante la campagna elettorale del ’76 si concluse con l’uccisione a colpi di pistola di un giovane di sinistra, Luigi Di Rosa (delitto per cui sarà condannato l’esponente del Msi Pietro Allatta), fino all’omicidio a Roma di Francesco Amoruso accoltellato da un gruppo di giovani neofascisti tra cui Gilberto Cavallini, allora ancora militante del Msi prima di passare ai NAR. E’ però soprattutto l’ultimo triennio degli anni Settanta, il periodo che più direttamente aggetta sulla strage di Bologna, quello in cui più fitto e tragico si fa il gioco di porte girevoli tra le sezioni del Movimento sociale (soprattutto romane, che vivevano una fase di vera e propria guerra civile a bassa intensità) e l’area del terrorismo nero dominata ora dalla logica dello spontaneismo armato. Sono gli anni in cui imperversano i “pazzi dei Parioli” (i fratelli Cristiano e Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi, Dario Pedretti…), fondatori dei NAR, a cui si sarebbero aggiunti altri “combattenti” come Luigi Aronica, Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini… I primi provenivano dalla sezione missina di Monteverde, come pure Aronica (detto “er Pantera de Monteverde”), Cavallini dal Msi milanese, Ciavardini dal Fronte della gioventù romano. Usavano regolarmente la sede romana del Fuan in via Siena 8 (quella “rianimata” su mandato di Pino Rauti dal dirigente missino Biagio Cacciola affiancato da un gruppo di studenti fuori sede: Adolfo Urso, Bruno Tagliaferri, Elio Giallombardo e Franco Corrado), da cui partiranno numerose spedizioni armate come l’assalto alla sede Pci dell’Esquilino e quello alla Sapienza in cui fu ferito con un colpo alla nuca lo studente di sinistra Belladonna.

D’altra parte il legame di “discendenza”, sia pur contrastato come ogni rapporto di paternità, è certificato dallo stesso Fioravanti, in una sua Deposizione del ’97 davanti alla Corte di Assiste di Perugia, nell’ambito del processo per l’omicidio Pecorelli : “Sostanzialmente i NAR la sigla era poco più che uno scherzo all’inizio e comunque era composta da, è difficile dirlo oggi, ma eravamo il servizio d’ordine del Movimento sociale deluso dal Partito perché i nostri ragazzi morivano e il partito non faceva niente avevamo tutti anni di attivismo sulle spalle e ci siamo organizzati in un’altra maniera, veniamo da lì, nasciamo da lì, le prime 50, 60, 70 persone coinvolte venivano tutte da lì. Tant’è vero che, come ricordava l’avvocato Naso poi punto di aggregazione naturale è stata l’organizzazione universitaria del Movimento Sociale come sede fisica dei nostri primi anni di attività”. Ne darà conferma, di questo ruolo di “servizio armato” alle strutture formali del Msi, l’altro Fioravanti, Cristiano, il quale a proposito dello scontro in cui fu ucciso il militante di sinistra Walter Rossi dichiarerà, in un interrogatorio, che Alessandro Alibrandi (a cui sarà attribuito il colpo mortale) e lui stesso (che prese parte alla sparatoria) si trovavano lì per ordine dell’allora segretario della sezione Monteverde col compito di “proteggere” la sezione della Balduina, secondo quella che lui stesso descrive come una prassi normale di supporto coordinato tra le sezioni missine romane.
Come si vede, un quadro che rende del tutto improponibile il tentativo di paragonare il rapporto tra il Movimento sociale e la galassia dell’ estremismo di destra armato con quello che negli stessi anni valeva per il Pci e il “terrorismo rosso”: nel primo caso si trattava di un sistema di relazioni – sia pur conflittuali e polemiche – interne a un’area che assumeva riferimenti valoriali comuni e in molti casi anche pratiche condivise. Nel secondo caso era invece in campo un antagonismo “fondativo”, strutturato sul fatto che le Brigate rosse, prima, e poi l’area dell’estremismo armato, assumevano il Partito comunista e l’area della sinistra maggioritaria come nemico, per alcuni versi principale o quantomeno equiparato a quello storico “di classe”, e come tali erano reciprocamente considerate. Tanto per essere chiari: nell’ambito della sinistra – di tutte le sinistre – sarebbe impensabile un caso come quello di Marcello De Angelis. La sua vicenda inizia con una tragedia, quattro giorni dopo la strage di Bologna il fratello maggiore, Nazzareno, che aveva tentato di espatriare insieme a Ciavardini, muore in carcere in circostanze non chiarite, ma probabilmente per le percosse subite dopo l’arresto. Anche il fratello Marcello, militante ventenne di Terza posizione proveniente dal Fronte della Gioventù e da Lotta studentesca, nel tentativo di raggiungere il Regno Unito viene arrestato, chiuso per sei mesi in un carcere di massima sicurezza a Londra dove resterà per altri dieci anni da ricercato in Italia, per costituirsi infine del 1989 e subire una condanna a 5 anni e 6 mesi per “sovversione e banda armata”. Tornato libero aderisce ad AN, dirige Il secolo d’Italia, viene eletto senatore e poi deputato, per diventare infine responsabile della comunicazione della Regione Lazio governata da Francesco Rocca mentre nel frattempo la sorella Germana sposa l’antico sodale Ciavardini condannato in via definitiva per la strage di Bologna. Evidentemente la polvere nera delle oscure vicende che hanno segnato la parabola del Movimento sociale, soprattutto delle sue componenti romane, si è talmente sedimentata nel passaggio tra le sue successive reincarnazioni “illuminate” tutte dalla continuità della fiamma tricolore, da costituire un tratto comune esistenziale, in qualche misura famigliare, che rende compartecipe l’intero cerchio magico di fedelissimi che continuano a dominare la scena all’interno della “destra di governo” come la chiama Bolognesi.
Un’ultima annotazione. Chi volesse trovare il fil noire che lega la vicenda del Movimento sociale italiano dalla sua origine a quel fatidico 2 di agosto del 1989, e poi oltre, fino ai giorni nostri, vada a rileggere la biografia di Mario Tedeschi. Un nome non particolarmente

appariscente nelle cronache politiche, ma un uomo-ombra custode di tanti, troppo, imbarazzanti misteri. Così ne traccia una sintetica biografia lo stesso Davide Conti: “Al momento della fondazione del Msi, Tedeschi rappresentava per il fascismo vecchio e nuovo un punto di riferimento. Dopo l’8 settembre 1943 si era arruolato nel battaglione «Barbarigo» della X Mas di Junio Valerio Borghese… Nel dopoguerra, dopo aver fruito dell’amnistia Togliatti, fu tra i fondatori dei Far e poi membro del cosiddetto ‘senato’ clandestino neofascista che dette vita al Msi. In buoni rapporti con il capo della sezione del controspionaggio dei servizi segreti Usa, James Jesus Angleton (che salvò il suo ex comandante Junio Borghese dai partigiani nel 1945) fu strettamente legato al potente capo dell’Ufficio Affari riservati Federico Umberto D’Amato; nel novembre 1961 partecipò al convegno di Roma finanziato dalla Nato La minaccia comunista nel mondo, antesignano del successivo e piú celebre convegno del 1965 sulla ‘guerra rivoluzionaria’ dell’Istituto Alberto Pollio. Nel 1966 organizzò con il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, sempre con la regia di D’Amato con cui Tedeschi condivide anche l’iscrizione nella lista dei membri della P2, la provocazione dei ‘manifesti cinesi’ prodromica all’opera di infiltrazione neofascista nei movimenti di sinistra che culminerà con l’operazione della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Il 29 maggio 1969, annunciò dalle pagine de ‘Il Borghese’ [che diresse dal 1957 fino al 1993, anno della morte] la nascita dei Gruppi d’Azione Nazionale, ‘gente disposta a menar le mani’. Al momento della scissione di Democrazia nazionale era senatore missino dal 1972” (D. Conti, pp. 340-41). Nel 2022 la Corte d’assise di Bologna lo ha indicato come uno dei quattro mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato.
Come dire: tout se tient.


Professore, sono pienamente d’accordo con lei quando marca le differenze tra i rapporti del PCI e dell’MSI con il terrorismo, ma solo pochi giorni sulla Stampa Gianni Oliva scriveva di terrorismo e politica e, in modo del tutto arbitrario, metteva sullo stesso piano i rapporti del PCI con le BR e quelli dell’MSI con il terrorismo nero (vedi https://www.lastampa.it/politica/2024/08/05/news/passato_storici_politica_tragedie-14532290/)
…
> È vero che alcuni esponenti del governo provengono dal Movimento sociale e che molti terroristi neri hanno iniziato a fare politica nel Movimento Sociale, ma questi ultimi hanno preso la via di Ordine Nuovo e dei gruppi che contestavano da destra il MSI, e alcuni di loro hanno fatto il salto ulteriore sino al tritolo. È altrettanto vero che alcuni dirigenti dell’opposizione hanno iniziato a fare politica nel Partito comunista e che molti brigatisti rossi hanno militato nella Federazione giovanile comunista per poi passare nella galassia degli extraparlamentari che contestavano il PCI: alcuni di loro hanno fatto il passo ulteriore sino alla lotta armata. Storie parallele, storie di mezzo secolo fa.
Non le nascondo tutto il mio stupore e tutta la mia perplessità.