
Già il titolo dell’edizione italiana fa riflettere: Sfidare il capitalismo. E vien da chiedersi chi, nell’impallidita sinistra italiana, avrebbe ancora il coraggio di usare un termine del genere, spaventati come sono dall’apparire fuori tempo se facessero ancora uso di quella parola relegata nel nostro sgangherato discorso pubblico al lontano Novecento. Figuriamoci poi “sfidarlo”… Ma il titolo in inglese è ancora più interessante: It’s OK to Be Angry About Capitalism. Potremmo tradurlo “E’ giusto essere arrabbiati (incazzati) col capitalismo”! Ed è tanto più interessante in quanto l’uomo che l’ha scelto per il proprio ultimo libro – intreccio di riferimenti autobiografici e di trattazioni analitiche – non è certo un marginale nel panorama politico americano. Al contrario: rappresenta una parte consistente di elettorato democratico, soprattutto giovanile, è stato a un pelo dalla nomination per le presidenziali del ’20, continua a essere una voce autorevole non solo nell’ambiente leftist statunitense. Chi intendesse relegarlo nel ruolo di “macchietta” – e qualcuno magari c’è nel nostro degradato panorama politico-mediatico popolato di servi sciocchi – sarebbe condannato a universale discredito.
Le intenzioni dell’ultraottantenne Bernie Sanders – ha 83 anni – sono chiare fin dalle prime righe della sua Introduzione: “Dicono che più s’invecchia e più si diventa conservatori. Be’, non è il mio caso. Io più invecchio e meno sopporto il sistema übercapitalista sotto cui viviamo, e più nutro il desiderio di assistere a veri cambiamenti trasformativi nel nostro paese”. E subito dopo passa a spiegare che cosa sia l’ übercapitalismo contro cui è giusto infuriarsi: è il capitalismo di “ultima generazione”, diciamo così, un super-capitalismo, un capitalismo potenziato in tutte le sue caratteristiche predatorie, in qualche misura qualcosa di simile a quello che il nostro Luciano Gallino definì, in un suo libero memorabile, Finanzcapitalismo: “mosso da un’avidità sfrenata e un disprezzo indicibile per la dignità umana”, scrive, “oltre che ingiusto è oscenamente immorale”. È “un sistema che va contro la grande maggioranza degli americani e sta distruggendo milioni di vite”, contro il quale è venuto il momento di battersi. “Con coraggio. Con decisione. Senza riserve”. Insomma, come scrive Fausto Bertinotti nella Prefazione all’edizione italiana, “Sanders ci parla dell’America e ci dice che ‘il problema è il capitalismo’ e che la lotta di classe, e in essa il conflitto di lavoro, sono il tema centrale di una politica che si voglia di sinistra”. Aggiungendo opportunamente che “non c’è chi non veda il colpo di maglio sulle culture politiche che si sono affermate in Europa, massimamente in Italia”. Sulle culture politiche e, aggiungerei io, sull’intellettualità europea, un tempo espressione appunto dell’Europa come “grande potenza” culturale e oggi protagonista di una delle più vergognose “trahinson del clercs” consumatesi in contesto democratico, resa tanto più evidente dai temi che, dall’altro capo dell’Atlantico, Sanders mette a nudo e su cui qui vilmente si tace.
Le questioni che mette a nudo e le verità che snocciola capitolo per capitolo, sono di quelle che dovrebbero far vacillare anche le più tetragone certezze. A cominciare alla dolente questione del rapporto tra politica e denaro. E nello specifico tra denaro (sempre più onnipotente e onnipresente) e democrazia (sempre più debole e a rischio). Intendiamoci, il problema esiste praticamente da sempre: la ricchezza ha sempre pesato sulle decisioni politiche, rendendo quello dell’eguaglianza politica un mito costantemente smentito. Ma ora la dimensione del fenomeno è diventata talmente smisurata, da modificare sostanzialmente il quadro democratico (la quantità si è talmente dilatata da modificare la qualità del fenomeno). E Sanders lo dimostra, con le evidenze oggettive e con la sua stessa esperienza soggettiva. Ci mette di fronte all’emergere di una nuova figura del potere, dalle origini antiche, ma riemersa al centro del panorama pubblici contemporaneo solo negli ultimi decenni, in corrispondenza appunto dell’affermarsi dell’ übercapitalismo: la figura dell’Oligarca. Che da noi si liquida considerandola solo espressione del post-comunismo dell’Est, ma che invece sta anche, e oggi soprattutto, al centro nel neo-capitalismo dell’Ovest. Sono gli “eletti”, quelli che appartengono a quell’ 1 per cento di popolazione che svetta al di sopra di un’umanità schiacciata in basso, e per i quali le cose non sono mai andate così bene come ora. “Hanno ville in tutto il mondo, isole private, costose collezioni d’arte, yacht, jet privati. Alcuni hanno navicelle spaziali che un giorno potrebbero portarli su Marte” Scrive. E aggiunge: “A questi oligarchi tale situazione piace, e con le risorse illimitate a loro disposizione faranno tutto il possibile per difendere ciò che possiedono e mantenere lo status quo. Sì, noi oggi viviamo in una ‘democrazia’, ma è la loro democrazia. Spendono decine di miliardi di dollari in contributi elettorali per sostenere ambedue i maggiori partiti, per comprare politici che eseguiranno i loro ordini. Riversano altri miliardi su società di lobbying per influenzare le decisioni amministrative a livello federale, statale e locale. Ecco perché negli ultimi cinquant’anni abbiamo continuamente assistito a politiche pubbliche che avvantaggiano gli ultraricchi a scapito di tutti gli altri”.

E’ così che con l’emergere della figura dell’Oligarca” al centro delle società più sviluppate, le Democrazia vira in Oligarchia. E lo sa bene lui, che ha visto nella sua lunghissima carriera parlamentare, sui seggi del Congresso, comprare e vendere interi gruppi parlamentari, condizionare (“legalmente”, certo, perché il sistema delle lobby in America lo consente) un’infinità di procedimenti legislativi e pressoché tutte le elezioni a tutti i livelli, dalla Contea, allo Stato, alla Presidenza. Un sistema di uso politico del denaro tanto innervato nel tessuto della nazione, da essere in grado di sbarrare la strada a qualsiasi critico del sistema e delle sue degenerazioni, tanto che lui, per tagliare questo nodo gordiano, ha dovuto inventare uno straordinario dispositivo di raccolta dei contributi elettorali dal basso, composto da centinaia di migliaia di piccole o piccolissime donazioni, in grado di permettergli di tener botta di fronte ai concorrenti lautamente foraggiati dai grandi e grandissimi donatori. Ma sciaguratamente non sufficiente a difenderlo dal “fuoco amico” del suo stesso partito. Dalle trame e dai trucchi di un establishment democratico sostanzialmente asservito, che nelle Primarie del 2020, quando Sanders era davanti a tutti i suoi concorrenti, Biden in primis, e dato nei sondaggi in grado di battere lo stesso Donald Trump, fece muro, costrinse tutti gli altri concorrenti tranne Sleeping Joe a ritirarsi per concentrare su questo il massimo dei consensi e metter sotto, nell’Election day l’incomodo Bernie.
Ne parla nel primo capitolo Non io, noi… Così come narra la triste vicenda della Battaglia per il Build Back Better (secondo capitolo), il programma fortemente sociale che lui aveva negoziato con Biden nel momento in cui, costretto a ritirarsi, gli aveva concesso l’endorsement e che fallì per il tradimento di due parlamentari comprati (significativo il sottotitolo: Perché i democratici faticano a mantenere la promessa di cambiamenti trasformativi?). O spiega il suo progetto per Metter fine all’avidità del sistema sanitario americano (quinto capitolo); o su come Formare cittadini, non robot (ottavo capitolo). Fino a quello finale, Questa è una lotta di classe, dobbiamo reagire!…
C’è, qui, un intero giacimento di idee e di progetti per chi avesse voglia di metter su un programma di opposizione all’attuale indecente governante politica, o di alternativa credibile. Sulle più scottanti questioni sociali. Ma anche per il tema dei temi per qualsiasi sinistra che volesse riscattarsi anche in piccola misura dalle sue cadute: quello della pace e della guerra. Cruciale non solo per la difesa della propria identità politica, ma anche per la sopravvivenza di tutti noi come specie. Anche su questo Bernie Sanders ha qualcosa da suggerire. Lui, che fin dal marzo del 2022, a guerra in Ucraina appena scoppiata (e forse quando si sarebbe stati ancora in tempo per fermarla senza il successivo massacro) aveva ammonito l’Amministrazione del suo Paese e il Presidente Biden in particolare, circa l’illegittimità della sua pretesa di guidare una coalizione “morale” per una guerra dichiarata in nome di sacri principii. E l’aveva fatto con il sacrosanto argomento della necessità di guardare il trave nel proprio occhio e di astenersi dalla logica perversa dei “due pesi e due misure” a proposito delle “sfere di influenza”: “C’è veramente qualcuno che crede che gli USA non avrebbero nulla da dire se il Messico, Cuba o qualsiasi altro Paese del Sud America formasse un alleanza militare contro gli Stati Uniti? Credete che il membri del Consiglio si alzerebbero in piedi dicendo: ‘Sapete cosa? Il Messico è un Paese indipendente, e per tale motivo ha il diritto di fare ciò che ritiene più opportuno’”. Aveva evocato allora la famigerata Dottrina Monroe, in nome della quale, aveva detto, noi abbiamo “indebolito e rovesciato almeno una dozzina di Paesi tra America Latina, America Centrale e Caraibi. E aveva ricordato come noi (USA), “nel 1962 siamo arrivati vicino allo scoppio di una guerra nucleare con l’URSS … in risposta al posizionamento di missili sovietici nell’isola di Cuba, a sole 90 miglia dalle nostre coste. L’amministrazione Kennedy l’ha considerata come una minaccia inaccettabile per la sicurezza nazionale. Abbiamo detto ‘è inaccettabile’. Inaccettabile che una nazione ostile possa avere una presenza militare significativa a 90 miglia dalle nostre coste”. Perché, sottintendeva, oggi ci si scandalizza tanto, al punto da minacciare un’altra volta un conflitto generale, se altri usano la stessa logica nostra? E lo diceva non per giustificare l’aggressione di Putin. Per invitare a riflettere sulla illegittimità di una risposta distruttiva e autodistruttiva per cui non si aveva nessuna legittimazione etica. Per questa ragione Sanders, nel dicembre del 2023, votò al Senato con i Repubblicani contro la legge straordinaria per finanziare nuovi armamenti all’Ucraina. Così come, ancora di recente, ha lanciato un durissimo attacco al proprio partito che “nonostante la ferma opposizione della maggioranza degli Americani” consente che “si spendano miliardi di dollari per finanziare il governo estremista di Benjamin Netanyahu e la sua guerra senza limiti contro il popolo palestinese che ha prodotto un orrendo disastro umanitario”.
Anche in questi casi, una lezione per i nostri apprendisti stregoni che continuano, nel Parlamento europeo come in quello italiano, a cuocere nel pentolone dei veleni gli ingredienti delle prossime catastrofi.

Bernie Sanders è però lo stesso che ha appoggiato la candidatura di Kamala Genocide e che ha aspettato 1 anno per dire 2 parole sul genocidio perpretato dai sionisti contro il Popolo Palestinese.
No, non è mai stato la speranza per le classi subalterne. Molto meglio Jill Stein.
Sanders è uno che pratica la “disciplina di partito” in forma rigorosa, e quindi quando il suo partito ha scelto un candidato lo sostiene anche se distante da lui anni luce. Lo fa perché crede che l'”Organizzazione” sia la prima condizione per le classi deboli per contrastare i propri avversari di classe. Si può essere d’accordo o meno con questo modo di pensare – che d’altra parte è stato la regola dei grandi partiti di massa comunisti nel Novecento -, ma questo spiega i comportamenti di Sanders. Quanto alla politica criminale di Israele fin dall’inizio del ’24 ha chiesto che gli Stati Uniti “non diano a Netanyahu un altro centesimo”.
Nessun nuovo capitalismo in mano agli oligarchi, nessuna democrazia borghese da difendere come vorrebbe Sanders.
Nessuna alleanza con partiti borghesi come il partito democratico statunitense, questi dovrebbero essere alcuni punti cardine di una vera piattaforma comunista.
Questo ci hanno insegnato i nostri maestri, Marx, Lenin e Trotskij.
La finanza domina il capitalismo, questa sarebbe la novità, fenomeno già spiegato ampiamente da Lenin nel suo testo ” L’imperialismo “.
Ricchezza sempre più concentrata in poche mani e miseria crescente ?
Si trova spiegata nel “Capitale ” di Marx.
Niente di nuovo compagni sotto il sole.
Per ultimo non difesa della della democrazia borghese e riforme, ma rivoluzione sociale e dittatura del proletariato !
Questa è la via maestra indicateci dai nostri maestri !
Mah.. la dittatura del proletariato e il paradiso in terra hanno prodotto i disastri che tutti quanti (almeno quelli che hanno qualche capello grigio in testa) abbiamo visto.. l’Unione Sovietica e i paesi “oltre cortina” erano posti in cui il tasso di suicidi era il più alto al mondo… Prova ad uscire dai tuoi pre-giudizi e a guardare un film come “Le vite degli altri”..
Forse quello che bisogna fare è cercare e praticare una via diversa che coniughi giustizia, libertà e pace
Tutta da capire la scelta dell’editore? di far scrivere la prefazione a Fausto Bertinotti
sto leggendo il libro di Sanders: mi pare una specie di testamento, rivolto ai giovani, chiaro e scritto in maniera quasi didascalica. (Altro dirti non vo’; ma la tua festa \ ch’anco tardi a venir non ti sia grave.)
Fausto Bertinotti!? Quello che oggi , nell’Atreju del governo Meloni ,
finalmente ritira il premio di “non allineato ” alla carriera. (Francesco Merlo su Repubblica).