
Dunque, l’impensabile è accaduto. Donald Trump ha ri-vinto. Nonostante Capitol Hill. Nonostante le imputazioni per stupro. Nonostante i numerosi processi ancora aperti (almeno tre, due sicuramente federali che ora verranno cancellati dalla vittoria). Aggiungiamo anche che ha rivinto alla grande. Con quattro milioni in più della sua concorrente democratica, nel voto popolare. Con dodici milioni in più rispetto alla precedente vittoria del 2016. Riprendendosi tutti gli swing states che Biden gli aveva strappato nel 2020. Questa America puritana e patria della democrazia delle regole, che si affida a un eversore dichiarato e puttaniere seriale, è il simbolo di un mondo impazzito. Eppure, come direbbe Polonio nell’Amleto, “c’è della logica in questa follia”. Anzi, letteralmente, “there is method in this madness”.
In realtà, se non ci si fosse lasciati accecare dalla barriera di fumo dei sondaggi e dei media main stream, che elevarono un peana smodato sulla rimonta di Kamala quando finalmente Sleeping Joe mollò, e che ci illusero sul perfetto pareggio fino al 4 di novembre; se come le vecchie guide indiane avessimo posato l’orecchio a terra per sentire le vibrazioni provenienti dal profondo, invece di seguire le voci fatue di un’informazione autoreferenziale, avremmo capito che quella di Trump era una vittoria annunciata. In qualche misura ineluttabile, come gli eventi estremi nell’epoca del global warming, quando il meteo osservando punti abissali di bassa pressione prevede una tempesta perfetta. E questo non solo per ragioni contingenti, per questioni “di tattica”.
Gli errori degli altri
Certo, il ritiro a tempo scaduto dell’impresentabile Biden con le sue gaffes senili, ha tolto un bel po’ di ossigeno alla campagna elettorale di Kamala, e ce la dice lunga sul cinismo del suo entourage di notabili dem, che hanno tenuto in piedi quell’avatar come scudo dietro al quale continuare a tirare le fila della politica imperiale (si legga il bell’articolo di G.G. Migone). Certo, l’incapacità della Harris di segnare una discontinuità con la politica bideniana, continuando a presentare quel vecchio ormai inviso ai più come il “miglior presidente” di sempre e a ignorare il disagio economico di gran parte della popolazione per effetto delle sue politiche e l’ostilità per una guerra incomprensibile ai più nelle sue ragioni e nei suoi costi, ha pesato non poco sulla bassa consistenza del suo modo di stare in partita. Tutto vero. Ma non basta ancora per spiegare l’estensione e la profondità di quella sconfitta. O, se si preferisce, della vittoria dell’altro. Il suo carattere di vera e propria “catastrofe” – come l’ha definita Massimo Cacciari -, intesa nel suo significato letterale, di “capovolgimento”, rottura sistemica della continuità, rivelatrice di un mutamento strutturale dell’ordine precedente.
Perché di questo si tratta. Se nel 2016 si poteva ancora pensare a un incidente di percorso, una sorta di Buffé delirante (come lo definirebbe uno psichiatra) da parte di un elettorato in stato confusionale, oggi no. Oggi – dobbiamo ammetterlo – ci troviamo davanti a un voto “consapevole” – si fa per dire -, o quantomeno “informato”, da parte di elettori che ormai sapevano tutto di quel candidato, i suoi tanti vizi e le sue poche virtù, le bizzarrie, le provocazioni, i paradossi e gli estremismi, e che tuttavia l’hanno scelto in massa, anche nei settori prima a lui negati dei neri, dei latini, delle donne, disertando altrettanto in massa il campo dem, con dieci milioni di elettori in meno per la Harris rispetto a quelli di quattro anni prima per Biden (un vero e proprio esodo biblico in fuga dal politicamente corretto e dalle ostentate virtù). Un bradisismo dall’epicentro profondo (documentato dall’autorevole Magazine “Politico” in un lungo articolo sulla Stunning Geography of Trump’s Victory). D’altra parte se nel suo primo mandato The Donald non aveva potuto far danni più di tanto, perché il deep state costituiva uno zoccolo resistente agli eccessivi mutamenti e il quadro internazionale appariva ancora relativamente stabile e solido, ora no. Non è più così. Ora il funzionariato che costituisce l’esoscheletro dell’Amministrazione appare fortemente contendibile da parte di uno che ha avuto quasi un decennio per prepararsi alla sua conquista, e l’ordine mondiale è ridotto allo stato magmatico da due guerre atroci che ne mandano in fusione i fondamenti. Dunque un mutamento di scenario insieme radicale e generale. Di quelli che assumono carattere periodizzante sul piano cosmico-storico, e che in quanto tale pretende ragioni (o almeno abbozzi di spiegazione) altrettanto “sistemici”.

Il peso del declino
La prima ragione si chiama “declino”. Gli Stati Uniti sono una grande potenza imperiale in declino. E la storia ci ha insegnato quanto gli imperi declinanti siano pericolosi: quali forme del negativo sappiano evocare dai loro corpi in affanno. Donald Trump è appunto un prodotto di quella condizione inedita per un Paese che aveva vissuto sempre del mito del proprio costante auto superamento. Il suo autoproclamato “Make America Great Again” suona come una velleitaria formula consolatoria per esorcizzare l’inquietante sensazione di aver esaurito il proprio ciclo ascendente. La cosa è particolarmente evidente sul grande schermo dello scacchiere mondiale: se ancora un quarto di secolo fa ci si era potuti illudere che la globalizzazione coincidesse con l’americanizzazione del mondo (o, il che è lo stesso, con la sua
occidentalizzazione), ora ci si accorge con sempre maggior chiarezza – e la guerra in Ucraina ne ha accentuato l’evidenza – che quell’immagine si attaglia tutt’al più alle due sponde dell’Atlantico, può valere per la vecchia Europa (e neanche per tutta), ma appena ci si spinge un po’ più a sud, o a est, si può constatare come il famoso Washington consensus resti un vecchio, sbiadito ricordo. Che sempre più popoli e governi se ne infischiano delle direttive che arrivano dalla Casa Bianca o dal Pentagono, in qualche caso se ne fanno beffa (si pensi a quante volte Netanyahu ha ridicolizzato l’amico Baiden e i suoi emissari guidati dal patetico Blinken che lo invitavano a maggiore prudenza nell’uso del massacro), in altri casi si girano dall’altra parte, sperimentano nuove forme coalizionali come i Brics, minacciano la creazione di nuove monete di scambio, o semplicemente si fanno i fatti loro. Intendiamoci, sul piano militare gli Stati Uniti mantengono una superiorità distruttiva incomparabile con quella di qualunque altro Stato o sistema di Stati, ma si tratta appunto di una capacità “distruttiva”, in molti casi eccessiva rispetto allo scopo di imporre una volontà, comunque inadeguata a sostenere un modello di egemonia quale quello presupposto dall’antico Manifest Destiny, ovvero la convinzione sostanzialmente fondamentalistica di essere chiamati per missione a diffondere sulla Terra il Bene identificato col proprio stile di vita e di valori. Quel sogno americano è definitivamente svanito.
Così per le relazioni internazionali. Ma anche sul piano interno l’America “non è più quella di una volta”. Per chi come a me è capitato di ritornarvi dopo qualche anno di assenza, un qualche senso di regressione è stato fin da subito percepibile da un buon numero di segnali, in primo luogo una certa impalpabile disorganizzazione dei grandi sistemi organizzati colpiti da una sorta di sindrome entropica, da eccesso di complessità per la crescita esponenziale concentrata in breve lasso di tempo. Ad esempio gli aeroporti (a Chicago ci hanno smarrito il bagaglio nel cambio di coincidenza, e ci hanno detto che la cosa accade assai spesso; in Nevada, il nostro volo rinviato per otto volte, appariva sul tabellone “Departed” quando in realtà non si era mai staccato da terra, e interpellata per telefono la Compagnia aerea delirava…). O le grandi infrastrutture autostradali, con la segnaletica orizzontale quasi invisibile per logoramento. La stessa popolazione, al primo sguardo, appariva mutata, anch’essa in qualche modo logorata. Tante, tantissime le figure sformate, obese (lo sono il 41% della popolazione, un altro 30% è sovrappeso), impedite nella mobilità (un gran numero di persone in sedia a rotelle o sulle minicar elettriche per disabili, sono circa 57 milioni), depresse, o sovreccitate (un 25% degli americani consuma regolarmente psicofarmaci, vent’anni fa erano appena 1 su 100). Tanti gli anziani, e i vecchi. Le statistiche demografiche lo confermano: Nell’ultimo decennio gli over 65 residenti nel Paese sono aumentati di oltre un terzo, ovvero alla velocità maggiore degli ultimi 130 anni, mentre la percentuale di bambini sotto i cinque anni è scesa. Oggi l’età media della popolazione americana sfiora i 39 anni (38,8), cinque anni di più rispetto all’inizio del nuovo secolo, quando era sui 34. Dieci in più rispetto al 1970, quando era di 26 anni (e fa una bella differenza!). Soprattutto tanti, davvero tanti, i poveri, e gli impoveriti.

La crisi della middle class
E questa è la seconda ragione. L’America che ha votato per Trump è un’America regredita nel reddito, nel potere d’acquisto e nel tenore di vita. Non è solo, e non è tanto, una questione di dimensione della povertà: i poveri sono una quarantina di milioni, che non è poco, ma restano relativamente stabili. E’ la questione dell’impoverimento di ampi strati sociali, in precedenza centrali e relativamente garantiti. Dell’impoverimento cioè di buona parte dei lavoratori dipendenti, quella che un tempio si chiamava working class. L’ha detto, come meglio non si poteva, Bernie Sanders, quando nel corso di un Meet to press il 10 di novembre (si veda dal minuto 21,29), a commento del disastroso risultato dei democratici, ha affermato che “I lavoratori di questo paese sono estremamente arrabbiati. Hanno il diritto di essere arrabbiati. Nel paese più ricco della storia del mondo, oggi chi sta in cima se la passa fenomenalmente bene, mentre il 60% degli americani non arriva alla quarta settimana, milioni di famiglie temono che i loro figli avranno un tenore di vita inferiore al loro”. Ma soprattutto è la questione del declassamento e della crisi della classe media (a cui gran parte del mondo del lavoro aveva avuto accesso negli anni in cui funzionava l’ascensore sociale): quella middle class, tradizionale pilastro dell’ordine sociale americano, maggioritaria e tutto sommato soddisfatta fino agli anni ’70,quando costituiva oltre il 60% della popolazione. E da allora in progressivo restringimento e declassamento: sotto il 59% sul totale della popolazione negli anni ’80. Intorno al 54% all’inizio del secolo. Sotto la soglia del 50% oggi, a fronte di una crescita simmetrica dei lower e degli upper income (saliti rispettivamente sopra la soglia del 30% i primi e del 19% i secondi).
Di quale grado di follia sia capace quella classe media quando sente minacciate le basi materiali del proprio status sociale e il proprio reddito – di quali eccessi, allucinazioni, feroci ricerche di capri espiatori, affannose domande di capi carismatici in cui identficarsi -, ce lo dovrebbe aver insegnato la storia europea degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. E se l’avessimo dimenticato, è sempre utile rileggersi un vecchio classico della sociologia politica: quel Political men. The social basis of politics di Seymour Martin Lipset (1960), in cui il fascismo (ma soprattutto il nazismo) era qualificato appunto come una forma tipica di “estremismo di centro”. Cioè di radicalizzazione di quelle stesse classi medie che nel ciclo precedente erano state la base sociale del parlamentarismo liberale e che ora, destabilizzate dalla catastrofica sconfitta militare nella Prima Guerra Mondiale e spolpate dall’inflazione, si erano radicalizzate travolgendo le fragili istituzioni della democrazia weimariana. Ora, fatte le debite proporzioni e rilevate le enormi differenze di contesto e di dimensione, sia pure in forma de-virulentizzata e omeopatica, per così dire, quello che è avvenuto in questi ultimi anni negli stati Uniti (ma potremmo dire in Occidente), presenta degli aspetti analoghi: l’affievolirsi della potenza imperiale americana, la precarizzazione dell’esistenza da parte di strati sociali prima stabilissimi, l’erosione del potere d’acquisto, la tendenziale perdita di controllo sulla propria esistenza e l’incertezza del futuro…

Un primo colpo, non lieve, all’equilibrio mentale del ceto medio americano l’aveva dato la crisi dei subprime e quello che ne era seguito: allora si era interrotto il circuito dell’acquisto di case con mutui facili e agevolati, rapida vendita di esse con ampia plusvalenza dovuta alla crescita impetuosa del valore degli immobili, saldo del mutuo contratto e stipula successiva di uno nuovo con cui acquistare una nuova casa da rivendere, e così via (un modo semplice di produzione di denaro per mezzo di denaro, con cui le famiglie benestanti accrescevano il proprio reddito, finito quando gli interessi sui mutui sono schizzati dal 2% al 6% e il prezzo delle case è crollato)). E contemporaneamente il fallimento di alcune grandi banche e di colossi del real estate aveva falcidiato le rendite finanziarie di milioni di risparmiatori, che si erano ritrovati i propri pacchetti di titoli pieni di pieni di trash cartolarizzato non esigibile. Allora 10 milioni di persone persero la propria casa, pignorata dalla banca dopo un certo numero di rate non pagate. E alcune stime suggeriscono che una famiglia su quattro abbia perso col crollo di Wall Street il 75% o più del loro patrimonio netto. Milioni di americani mediamente abbienti videro allora, del tutto inaspettatamente, lo spettro della povertà in faccia.

Poi, appena un decennio più tardi, il doppio tzunami della Pandemia e di una lunga fiammata inflazionistica alimentata da una guerra tanto feroce quanto assurda e dal suo seguito dissennato di sanzioni a grappolo. Gli americani chiamati alle urne il 4 di novembre, avevano ben presenti alcuni numeri, se non altro perché ci avevano dovuto combattere quotidianamente ormai da tempo. Sapevano che il carburante, tra il primo mandato di Donald Trump e qualla nuova elezione, era raddoppiato: costava 1,7$ al gallone nel 2016, ora era salito a 3,4 (e in media un americano fa 14.000 miglia all’anno). Che una dozzina di uova, nello stesso periodo, era passato da 1 dollaro e 60 a 4 dollari e 89 (e un americano ne mangia in annualmente 280). Che il prezzo medio di un caffè era cresciuto del 45% (costava 2,70$ nel 2015, quasi 4$ ora, come si vede dai prezzi dello Starbucks in cui facevo colazione nei giorni della campagna elettorale). Quello dell’elettricità del 40%… Ascoltava Kamala Harris spiegargli che Biden era stato il “miglior presidente degli Stati Uniti” (“acuto come uno spillo”). E che quel genio di Powell aveva fermato l’inflazione (in realtà l’ha riportata vicino al 2,5%), ma non si diceva che gli aumenti accumulati fino ad allora restavano, e pesavano sui bilanci familiari. Così che la rabbia cresceva – si preparavano quelle vere e proprie “tempeste di rabbia” che si sarebbero, almeno in parte, riversate nelle urne -. E insieme cresceva la diffidenza, verso qualunque cosa provenisse dall’establishment.
La rivolta degli ingannati
E’ questa la terza, e per molti versi più importante, ragione del successo di Trump. Il fatto che un gran numero di americani, e quindi anche di elettori, si sente ingannato. Ingannato da tutti. Da “quelli di Washington”, naturalmente, i politici di professione che per definizione parlano “con lingua biforcuta”. Dai media mainstream: “New York Times”, “Washington Post”, CNN, quelli le cui previsioni e i cui commenti noi prendiamo come oro colato, e che loro mettono tutti in un unica inaffidabile fabbrica di parole. Dalle Banche, che sanno tutto di te mentre tu non sai niente di loro, e chissà quanto lucrano sui tuoi risparmi. Ma poi ingannati anche dalle grandi piattaforme in cui si struttura il macrosistema digitale, della comunicazione, della distribuzione, della finanza, dell’intrattenimento, delle utilities senza cui non vivi, Zuchenberg, Gates, Bezos, Soros, considerati tutti burattinai che tengono in mano i fili con cui ti manipolano e tengono in ostaggio (Musk meno, forse perché considerato pazzo e quindi meno pericoloso…). Ingannati dalle grandi Compagnie delle Assicurazioni, con i loro invisibili cavilli. Dal Medicare che ti costa e quando serve non c’è. Dall’ Airb&b, che ti riempie il quartiere di sconosciuti… Non c’è praticamente nessuno tra quelli con cui ho avuto modo di conversare nel periodo in cui sono stato là, che non avesse almeno un paio di impalpabili entità da cui si sentiva preso in giro e insieme usato, tracciato, vivisezionato fin nell’anima ma nel contempo tenuto prigioniero perché senza connessione ad esse non si vive. Entità impalpabili perché così grandi e lontane da impedirgli di esercitare un qualche controllo, piovre che ti usano come facevano gli alieni della fantascienza anni sessanta, convivendo invisibili tra noi. Ecco perché quell’esercito enorme di ingannati, appena gli è stato possibile, si è vendicato votando per “Lui”. Proprio così. Per levarsi di dosso la vergogna dell’ingannato, hanno scelto come proprio campione l’Ingannatore Sommo. Il bugiardo seriale. Il Re delle Fake. L’uomo che infarciva i propri comizi di balle spaziali. Che non provava nessun pudore nel mettere in scena l’assurdo. Può sembrare un paradosso. E in effetti “è” un paradosso. Ma come il mondo impazzito in cui viviamo, anche questa è una follia che “ha la propria logica”. Che – io credo – trova proprio nella dimensione dell’ECCESSO la sua spiegazione.
Eccesso e successo
Donald Trump, ponendosi sistematicamente “sopra le righe”, sparandole a ogni nuova comparsa pubblica sempre più grosse, esibendo oltre misura i propri vizi, sempre più “brutto, sporco e cattivo”, infrangendo tutte le regole della correttezza, della buona educazione e del vivere civile , è riuscito nella mission impossibile di apparire diverso e persino migliore dei falsi virtuosi alla Harris, anch’essi ingannatori, ma ipocriti esattamente come il “sistema” che incarnano. Più “vero” nella propria bruttezza, più “autentico” nella sua impresentabilità. Non solo. Ma mostrandosi apertamente come una “figura del limite” – anzi, dell’al di là del limite -, figura dell’eccesso e dell’impunità, è riuscito a porsi come simbolo di tutto ciò che è “anti-sistema”: che si contrappone cioè a quel “sistema” che una parte crescente di americani considera proprio nemico. Mentre ai suoi avversari Democratici è toccato il ruolo incapacitante di identificarsi con “quel” sistema. Di incarnarne lo spirito e la lettera. Di assumerne lo stesso aspetto immateriale e astratto (a differenza del corpaccione di Trump, fin troppo sanguigno e presente al livello del suolo). Di metterne in scena le stesse apparenti “buone maniere” che grondano finzione. E di essere, di conseguenza, irrimediabilmente sconfitti. Il che fa di questa elezione americana – mi rendo conto dell’enormità che dico – una sorta di Sessantotto, sia pur alla rovescia. Ossia una contestazione globale al “sistema”, radicale nelle forme e nel linguaggio, e altrettanto ostile programmaticamente alla mediazione, anche se, a differenza del moto giovanile di cinquantaquattro anni fa, totalmente priva di spirito critico. E opera di quelle classi di età centrali, trenta-cinquantenni per intenderci, che a differenza dei contestatori di allora non possono dirsi innocenti rispetto allo stato di cose presente, e tendono dunque a iniettare nei propri comportamenti dosi massicce di rancore e di risentimento.
Incomincia un’altra storia
Che ne sarà dunque di noi? Come nella Bisanzio antica cantata da Guccini, è pressoché impossibile “divinar responso”. Ma un dato appare comunque ineludibile: quella in corso non è una semplice increspatura sulla superficie piatta di un mare in bonaccia. Al contrario. Minaccia di essere uno strappo profondo, di quelli che fanno dire che “da oggi incomincia un’altra storia”. Per l’America, certo. Per l’Europa, a cui si può immaginare che saranno fatti vedere i sorci verdi. Per il mondo, i cui equilibri geopolitici già liquefatti dai conflitti degli ultimi anni minacciano di essere ulteriormente scardinati. Sia che la nuova Amministrazione segua la parabola classica già annunciata e tipica del modello repubblicano, verso l’isolazionismo. Sia che al contrario l’imprevedibile Tycoon decida di seguire il proprio istinto della produzione di ordine mediante la nuda forza. Forse c’è qualche possibilità che ponga fine all’atroce guerra in Ucraina, perché questa è la promessa fatta in campagna elettorale che ha fruttato a Trump un bel po’ di consensi, perché erano tanti gli elettori che non ne potevano più di Zelensky e dei suoi velleitari proclami di vittoria, non per pacifismo, intendiamoci, ma perché non capivano tanto spreco di soldi armi ed energie.
Questa è però l’unica buona notizia. Per il resto probabilmente le prime vittime saranno i palestinesi – ça va sans dire -, e subito dopo di loro – come già detto – l’Europa, a cui sono promessi dazi crescenti sulle importazioni e politiche selettive tali da disgregare anche gli ultimi residui di coesione continentale.

La nemesi dell’Europa
Nemesi impietosa, anche se annunciata anch’essa, che ci fa capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanta inettitudine, inadeguatezza, diciamolo pure, stupidità, ci sia stata nei vertici dell’Unione nell’allinearsi supinamente, e a tratti tentare addirittura di primeggiare, al bellicismo marchiato NATO, alla dissennata politica delle sanzioni che ha dissanguato le nostre economie, a cominciare dalla locomotiva tedesca che è quasi collassata, più che non danneggiare l’autocratico Putin, alla sistematica demolizione di tutti i ponti, culturali e commerciali, persino sportivi, che collegavano l’Europa occidentale alla sua costola orientale. Un esempio di suicidio politico con pochi precedenti nella storia, firmato da quelle stesse figure fantasmatiche che oggi tentano disperatamente di aggrapparsi ai rottami della Commissione europea come migranti a un gommone sgonfio. Potremmo anche dire che questi indegni amministratori di un patrimonio che fu un tempo di pregio hanno quello che si meritano, che chi semina vento raccoglie tempesta e che l’insipienza in politica si paga cara. Dobbiamo però essere ben consapevoli che non solo loro, ma anche, e soprattutto, noi ci aggiriamo in un panorama di rovine, mentre da oltre oceano la Grande X – non solo del social di Elon Mask ma l’incognita del potere di Donald Trump – si prepara a governare quel che resta dell’Occidente. Con la Francia consegnata da Macron a un governo di destra minoritario che tanto piace alla grande sconfitta delle Legislative Marine Le Pen, la Germania lanciata verso elezioni dall’esito misterioso ma comunque inquietante, l’Olanda, l’Austria, la Polonia, l’Ungheria nelle mani di governi di estrema destra, l’Italia conciata come purtroppo ben sappiamo… Anche per noi incomincia una “nuova storia”. Difficile. Impervia. A cui dobbiamo fin da ora prepararci.
Post scriptum: l’ultimo atto di Joe Biden, l’autorizzazione a colpire in profondità sul suolo russo, ha una gravità per molti versi paragonabile a quella di Trump per Capitol Hill. Il vecchio presidente sconfitto intende vendicarsi rischiando una Terza guerra mondiale pur di disturbare il proprio successore. Inaudito!


Non viene dato peso alle contestazioni pro-Palestina…
Niente hanno pesato, anche solo per far traboccare la fatidica “goccia” dal vaso pieno di guerre insensate?