“Tredici” di Vittorio Marchis: scoprire un numero per capirli tutti

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Dalle scuole superiori ci si ricorderà forse di Pitagora, il filosofo greco a cui si associa il tutto-è-numero, fondatore di una scuola devota alle proporzioni che sarà turbata dalla scoperta di numeri senza fine, detti irrazionali. Su Pitagora è famoso l’aneddoto musicale raccontato da Giamblico di Calcide: mentre cammina, ascoltando un fabbro che batte su un incudine martelli di peso differente, nota che il suono varia a seconda del martello; per suo conto allora prova a tendere dei nervi di bue con pesi differenti e, facendo vibrare quelle corde elastiche sperimenta i suoni in rapporto ai pesi, scopre che i suoni più piacevoli stanno in corrispondenza di rapporti regolari fra i pesi applicati. Misurare i lati di figure geometriche, o costruire abachi a sassolini era un conto, perché s’aveva la quantità comunque davanti agli occhi, s’aveva qualcosa fra le dita; ma riconoscere numeri in un suono, invisibile dell’aria, prima che si teorizzasse il concetto di onda e propagazione, doveva sembrare una manifestazione splendidamente ignota, pressoché divina.

Una simile suggestione arriva leggendo il nuovo libro di Vittorio Marchis, Tredici. Un numero fatale, pubblicato al Mulino (https://www.mulino.it/isbn/9788815392282). Fa parte della collana “Storie di numeri”, dove autori provenienti da formazioni e discipline varie già hanno scritto le biografie di altri numeri. Il Tredici – o forse meglio scriverlo 13, con le notazioni del linguaggio a cui appartiene – è l’ultimo della serie. La facile connessione con la malasorte è soltanto una fra le numerosissime esplorate nelle pagine. Il “fato” del sottotitolo non include soltanto la “sfortuna”, ma è un’essenza più ampia e onnipresente, come il suono ammirato nell’aria da Pitagora.

Il libro è una vertiginosa avventura fra botanica e mistica ebraica, fra trame musicali e gli arcani di Alejandro Jodorowsky, fra la schedina del totocalcio e l’articolo 13 della Costituzione; ci sarà il settimo numero della successione di Fibonacci, il numero degli apostoli insieme a Cristo nelle opere d’arte, o la sfortunata missione dell’Apollo13 accanto alle tredici fasi lunari dei Maya, per loro numero sacro.

Il libro è organizzato «per temi, o meglio per cassetti», si dice nel prologo, dove il lettore potrà trovare «le armonie dei numeri, le seduzioni delle arti, le congetture dei filosofi, le mappe del cielo e della terra, le carte e i giochi, le trame del passato e del futuro, le forme della logica e dei numeri, le paure dei numeri e del calendario, le lettere e i racconti, le sfide dei campioni e le speranze degli sportivi, le simmetrie degli architetti e degli ingegneri, le cifre delle istituzioni, le storie chiamate movie, e altre ancora». È un’immersione del mondo, nella storia, nella filosofia, nell’arte, che si vive pagina dopo pagina in un’interminabile e ipnotica fascinazione. Il lettore potrà assaporare questa dolcissima abbondanza, rileggendo gli spunti più affini ai propri gusti, approfondendoli sul web o in altri libri, per aprirsi a nuove connessioni, verso altri numeri. Il mondo viene sezionato attraverso la lente del Tredici alludendo ai fitti legami d’ogni elemento a infiniti altri, agli infiniti linguaggi e interpretazioni per fissarne il pensiero, e per comunicarselo fra esseri umani. Col suo Tredici Vittorio Marchis attinge da parecchie discipline dimostrando quanto labile siano le frontiere tra saperi di solito recintati in settori amministrativi stagni fra loro. Invece, scollinare fra loro apre panorami nuovi; consente di guardare dall’alto, d’intravvedere cosa ci sia di comune fra tutte le cose, inserendole in un grandangolo anziché nello zoom. Questa propensione spinge l’ingegnere a parlare non di un elemento meccanico ma della Meccanica, non a parlare di un circuito elettronico ma di Elettronica, non di uno specifico linguaggio di programmazione ma d’Informatica, non di una formula strutturale ma di Costruzioni, e via dicendo.

Il libro è un allenamento alla ricerca e allo stupore; è materia di studio alla meraviglia: insegna a vagabondare fra scoperte improvvise, stuzzica la curiosità, persino confonde nella ricchezza di spunti forsennati, trascina in un’esperienza torrenziale che non si riesce ad assimilare del tutto ma che affascina, che solletica, che incanta. L’autore mette mano nelle tante diramazioni della realtà; va a rovistare nel mondo per scovare i 13 come bacche nei cespugli. Usare un numero per esplorare tutti i numeri, perché cogliendo l’essenza di uno ci si abitua ad intuire l’importanza degli altri, e di tutti gli altri insieme, come rappresenta la continuità della retta ℝ, la quale suggerisce quanti infiniti e infinitesimi si annidino ovunque, in ogni punto fisico e in ogni elaborazione mentale.

Pitagora e Cantor vanno a braccetto, ma forse non interessano troppo il cittadino comune, preso da tutt’altre faccende che la comparazione di ordini transfiniti. Tuttavia, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, nella società digitale oggi tutti coi numeri abbiamo a che fare, poiché generiamo dati in gigantesca quantità con la nostra vita e a nostra volta ne usiamo, tramite applicazioni, software e smartphone sempre in mano. Dunque Pitagora come pioniere del digitale? Un fondatore lontano dell’AI? Il tutto-è-numero sembra proprio un sinonimo della “datification”: dal greco antico all’inglesismo selvaggio per dare un nome ai fenomeni sociali contemporanei.

Il libro di Vittorio Marchis s’inserisce qui, nel percorso evolutivo dei concetti e, in conseguenza, degli strumenti necessari per comprenderli, per esprimerli, per raccontarli. Tredici non è un libro solo per matematici, né soltanto per amanti della matematica; è un libro anche per chi non ama la matematica, o per chi con la matematica non vorrebbe aver nulla a che fare: è un libro per tutti i curiosi che non amano la spaccatura fra “scienza” e “umanesimo”. Ed è un libro che, benché senza formule né procedure, aiuta ad affrontare il mondo moderno, perché apre scorci ovunque, crea relazioni fra parole e musica, fra immagini e calcoli, fra sentimenti e pensieri. Fa comprendere l’importanza di allargare le frontiere dei saperi, perché proprio superando i confini si fanno nuove scoperte, anche tra i numeri.

Gli autori

Marco Pozzi

Marco Pozzi, laureato in Ingegneria Gestionale e dottorato in Storia della Scienza al Politecnico di Torino, si occupa di trasmissione della memoria e della conoscenza, studiando l’informatica come strumento di organizzazione del sapere umano. Ha curato gli otto libri "Incontri con la macchina" pubblicati dall’editore Mimesis, con oltre 200 scritti meta-scientifici di dottorandi che hanno frequentato i corsi di “Epistemologia della macchina” e “Antropologia della tecnica”, tenuti dal prof. Vittorio Marchis. È appena uscita la seconda stagione del podcast “Incontri con la macchina”, tratta dai libri citati, realizzato in collaborazione con la webradio del Politecnico, OndeQuadre. marco.pozzi@polito.it.

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