Ultimamente pullulano i film su registi in crisi che non riescono a completare il loro film, come ad esempio Il ritorno di Casanova di Gabriele Salvatores e Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti. Si aggiunge ora alla serie Michel Gondry, che tutti ricordano per Se mi lasci ti cancello, film che vinse due Oscar nel 2005. Ma, a differenza dei due film italiani, qui la crisi non è causata da guai sentimentali. In Il libro delle soluzioni, infatti, la crisi del protagonista è strutturale e tutto il film è dedicato a raccontarci il bizzarro funzionamento del suo cervello.
Il film comincia proprio mostrandoci quello che c’è dietro lo schermo, cioè appunto, fuori di metafora, nella testa del regista protagonista. I titoli iniziali scorrono infatti su una lunga e lenta carrellata che ci mostra dei macchinari costellati di fili, la cui superficie sembra non finire mai, finché la macchina da presa non si sposta sul davanti e scopriamo, appunto, che si trattava del retro di uno schermo. Su questo schermo viene proiettata una copia ancora di lavorazione dell’ultimo film del protagonista, Marc Becker, di fronte ai suoi produttori che, scontenti del risultato, decidono di bloccare il progetto e di salvarlo almeno in parte facendone rimontare il girato. Per impedire che ciò avvenga, Marc fugge con il materiale per rifugiarsi in campagna da una vecchia e affezionata zia. Porta con sé la montatrice e la segretaria di edizione, con l’intenzione di completare il film. Ma Marc elude continuamente il suo compito, cioè rivedere e dare ordine attraverso il montaggio a quello che ha girato. La sua mente sembra non riuscire a girarsi all’indietro, ma si proietta invece continuamente in avanti, con nuove idee, geniali o deliranti o improbabili. Per fare questo, Marc ha bisogno di crearsi continuamente nuovi problemi, perché solo questa è la molla per inventare nuove soluzioni.
E Il libro delle soluzioni che dà il titolo al film non è infatti che un vecchio quaderno nel quale Marc aveva scritto solo questo titolo, lasciando poi tutte le pagine in bianco. Come dire: non ci sono soluzioni predefinite, lo diventano quando le adotti. E infatti il quaderno si riempirà con tutte le regole che Marc teorizza a partire da quello che fa per affrontare di volta in volta i problemi, scrivendo a volte una cosa (“Non ascoltare gli altri”) e poche pagine dopo il suo contrario (“Ascolta gli altri”). Perché, appunto, anche le soluzioni sono contraddittorie, come il nostro cervello. Nostro perché il bello del film di Gondry è che parla di un regista e quindi di un caso limite nella sua genialità e bizzarria, ma lo fa come potrebbe parlare di chiunque altro (il film girato da Marc si intitola proprio Ognuno tutti) e questo ci dà la voglia di indagare un po’ tra quei fili che appaiono dietro lo schermo e che forse anche dietro la nostra fronte hanno percorsi sui quali riflettere.
