Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).
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La notizia è del TG3 piemontese delle 14.00 di domenica 3 agosto: i costi della Torino-Lione hanno raggiunto i 25 miliardi; l’UE ha deliberato un contributo di soli 700 milioni; dunque o se ne faranno carico Italia e Francia, con un esborso di due volte il ponte sullo Stretto, o la messa in esercizio nel 2033 sarà impossibile. Se lo dice addirittura la Rai…
Una settimana così intensa sul piano politico non la si vedeva da tempo. La scena è stata occupata dalla protesta contro il genocidio di Gaza e la complicità del Governo italiano, dalla conversione in legge del decreto sicurezza, dal mancato raggiungimento del quorum nei referendum su lavoro e cittadinanza: fatti eterogenei e, in alcuni casi, negativi, che possono, peraltro, contribuire ad aprire una nuova fase politica.
Domenica e lunedì si vota per i referendum. Raggiungere il quorum è difficile ma non impossibile. In ogni caso, una valanga di voti aprirebbe dei varchi nelle politiche del lavoro e dell’immigrazione, darebbe una spallata imponente al Governo e indicherebbe all’opposizione la strada della radicalità e della riapertura del conflitto politico e sociale.
Fermiamo il decreto sicurezza! Mentre alla Camera inizia l’iter della conversione in legge, nelle piazze si apre una settimana di mobilitazione. La posta in gioco è chiara: siamo di fronte a un’impostazione autoritaria, che tende a trasformare lo Stato sociale in Stato penale e a reprimere il disagio e il dissenso, anche ricorrendo a colpi di mano e alla mortificazione del Parlamento.
I potenti della terra “in divisa” d’ordinanza, fintamente compunti di fronte alle spoglie di un uomo che hanno costantemente osteggiato, tentano di trasformare il papa defunto in un santino inoffensivo. A smentirli stanno gesti e parole che chiedono pace, uguaglianza e accoglienza e invitano gli uomini e le donne di buona volontà a “fare casino” per ottenerle.
Senza ripudio della guerra e rifiuto del riarmo, senza solidarietà e accoglienza dei migranti perseguitati nei loro paesi, senza una ferma opposizione alle limitazioni delle libertà di riunione e di manifestazione, senza una difesa intransigente dell’assetto costituzionale non c’è 25 aprile, non c’è festa della Liberazione. C’è, al contrario, una svolta autoritaria. Guai a dimenticarlo o sottovalutarlo.
Due settimane fa l’ennesimo processo per reati associativi – contro militanti del centro sociale Askatasuna – si è concluso, a Torino, con un’assoluzione piena. Dopo mesi di criminalizzazione, la destra e i media mainstream tacciono o cercano di rimuovere il fatto. Si tratta, invece, di una vicenda illuminante sotto una pluralità di aspetti.
Per Volere la Luna è tempo di novità. Dopo sette anni, nei quali l’associazione si è consolidata sul territorio, a livello nazionale e negli strumenti di comunicazione occorre rinnovare il gruppo dirigente e definire un assetto organizzativo all’altezza dei compiti che ci attendono. Il cambiamento, del resto, è la molla per moltiplicare l’impegno. A ciò è dedicata la relazione del presidente per l’assemblea del 12 aprile.
Il decreto legge “sicurezza” varato nei giorni scorsi dal Governo incide pesantemente sulle libertà, sui diritti, sulla convivenza producendo una sterzata del sistema verso uno Stato di polizia. Ciò avviene, in particolare, con la generalizzazione del governo repressivo della povertà, il consolidamento della repressione sistematica del conflitto sociale e del dissenso, l’ampliamento dei poteri e delle tutele attribuiti alle polizie.
Il Governo e la sua maggioranza accusano i magistrati di politicizzazione e proclamano la necessità di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. In realtà la separazione è già in atto e, con il termine politicizzazione, si indica, a ben guardare, l’indipendenza dei magistrati, mal tollerata dal potere. Il fatto più inquietante è che i discorsi sono molto simili a quelli di cent’anni fa. Mancano solo le camicie nere.