La Storia, in essa le storie: quelle concrete di donne e uomini che, in modi diversi, questa stessa Storia l’hanno concretamente fatta, plasmata, impastata della materia degli eventi con la passione, la determinazione, fallimento o successo, luce o oscurità. Certo, non tutte le persone incidono nella stessa maniera nel tempo loro assegnato. I ruoli sociali determinano responsabilità di vario segno. In tal senso, la dimensione dell’attività politica, di governo o di opposizione, non sfugge a questa prospettiva, sia in bene che in male.
È difficile identificare una persona nella storia della politica italiana che abbia vissuto una vicenda così intensa e drammatica come Enrico Berlinguer. Come pure sono rari i personaggi di quel mondo che abbiano ricevuto un amore così sincero e appassionato come il segretario del PCI, il partito comunista più grande d’Europa, che ha rappresentato a lungo un terzo dell’elettorato e ha avuto, al picco massimo, più di 2 milioni di tesserati. Un biopic su una figura del genere era impresa da generare notevoli timori. Ma Andrea Segre, documentarista di razza prima, poi regista di film di gran valore, era evidentemente la persona giusta. Perché Berlinguer – La grande ambizione è un’opera che fa scelte di scrittura e di realizzazione visiva di grande efficacia.
Il Berlinguer di cui sapevamo meno è allo snodo di molte delle vicende illustrate: è quello colto nell’ambito familiare, su cui era giustamente molto riservato. La sceneggiatura ha potuto usufruire della testimonianza diretta delle figlie e del figlio, Biancamaria, Maria Stella, Marco e Laura (vengono ringraziati nei titoli di coda): le questioni politiche vengono spiegate e discusse nel contesto domestico, in quella che diviene l’espressione delle generazioni seguenti, non sempre concordi con le scelte del padre. L’altro punto di forza del film è un uso accurato del repertorio, teso soprattutto a documentare il rapporto con la base del suo partito. Scene girate con attori si intersecano senza cesure con le immagini dei volti delle e dei militanti reali, mostrando chiaramente quanto all’epoca forse non tutti avevamo capito: il PCI non è stato soltanto un partito, ma una realtà di aggregazione, una vera comunità, un popolo. Segnata dalla grande ambizione di cui parla Gramsci nella didascalia iniziale, tratta dai Quaderni dal carcere: «Di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni, legate a singoli fini privati, contro la grande ambizione, che è invece indissolubile dal bene collettivo». Il PCI ha tentato di realizzare questa grande ambizione di governare l’Italia secondo la logica del bene collettivo, stretto tra ambiguità, contraddizioni e crimini dell’Unione Sovietica (non a caso la prima vicenda narrata dal film è il fallito attentato a Berlinguer nel 1973, in Bulgaria, ad opera dei servizi segreti locali) e il potere degli Stati Uniti, fittamente intrecciato a quelli deviati italiani, che mai avrebbero consentito che un partito comunista potesse amministrare la portaerei continentale della NATO.
Le domande su cosa sia stata realmente la democrazia in questo Paese si moltiplicano quando si ripercorre il passaggio del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro nel 1978, su cui Segre termina il percorso narrativo del film. Lasciando al repertorio delle scene finali quanto avvenne dopo: la marcia dei 40.000 a Torino con la crisi del sindacato, l’avvento del neoliberismo di Reagan e Thatcher, fino al milione e mezzo di persone che accorsero al suo funerale nel 1984. Segre non può raccontare tutto, ma la scelta che opera è contingente a una riflessione su quanto rimanga di quello che non è stato solo un progetto politico, ma un vero e proprio sogno collettivo: quello di cambiare un Paese cambiando modalità, finalità e stile del partito chiamato a guidarlo. Per questo gli elementi del rapporto tra Enrico e la base del PCI sono così importanti, e resi così accuratamente: perché si capisca quanto quest’uomo abbia incarnato la speranza di una libertà che non fosse quella americana (in ultima analisi, quella di diventare ricchi anche a scapito di altri), ma nemmeno quella impedita nei paesi del socialismo reale. Lo scontro con Mosca è reso con pochi tratti, ma efficaci. Con un coraggio che fa correre, cinematograficamente, rischi seri: quello di rappresentare attraverso degli attori, i personaggi storici. Vediamo Breznev, le dirigenze sovietiche, i membri del partito, gli esponenti della DC, ma senza quella forzatura che spesso affatica un film nella volontà di rassomiglianza a tutti i costi. Il Moro di Citran (dopo Gifuni per Esterno Notte ci vuole coraggio a interpretarlo), l’Andreotti di Pierobon (bravissimo come sempre, ma non condivido il tono un po’ farsesco: su Andreotti non ci sarà mai modo di scherzare, vista la pericolosità dell’uomo), le altre figure mostrate nei ruoli di contorno, danno l’opportunità di constatare che in Italia ci sono ancora ottimi autori, come Elena Radonicich, che interpreta la moglie Letizia Laurenti. Elio Germano merita una menzione particolare: non pretende di assomigliare a Berlinguer, ma lo traduce fisicamente in maniera mirabile, in quegli atteggiamenti che diventano moti dell’animo.
Assistendo al film pensavo a un passaggio di una intervista a Berlinguer, forse quella di Giovanni Minoli del 1983. Alla domanda cosa gli dispiacesse di più su quanto i giornalisti scrivevano di lui, Enrico risponde che il fatto che lo rappresentino come una persona triste gli spiace, perché non è vero. E lo dice con un sorriso bellissimo. Nel film di Segre questo lo si capisce chiaramente. Un uomo gravato dal peso della storia in un ruolo difficilissimo, in momenti drammatici, nella coscienza di uno stallo che suona come l’impossibilità di vincere. Il Berlinguer della questione morale è ben consapevole che non solo il Partito Comunista, ma ogni forza politica che si pensi alternativa alla dimensione sociale instaurata dall’ultra consumismo, nell’ordinarietà di una corruzione diffusa, segno di una degenerazione culturale prima ancora che etica, ha davanti un bivio impossibile. Se il PCI non avesse cambiato la sua identità non avrebbe mai potuto governare, ma questo cambiamento avrebbe snaturato il Partito fino alla sua dissoluzione etica. Un uomo rattristato, a volte, ma non triste.
Molti dei suoi nemici, diversi storici, parlano della sua sconfitta. La morte prematura sospende questa questione, forse la dissolve. Siamo tentati di pensare che quanto sia venuto dopo avrebbe avuto conseguenze diverse, se lo avesse visto ancora alla guida del PCI. Di certo la qualità dell’uomo lo colloca in una constatazione di amore: quello dei suoi familiari, della base del suo partito, di moltissime persone. Le sconfitte non dissolvono la dignità, talvolta la definiscono nella sua autentica grandezza. La Storia non sempre annienta le storie, ci tutela l’amore con cui abbiamo lottato. E come ha fatto scrivere sulla lapide della sua tomba il prete operaio Sirio Politi, “La morte non chiude la storia”. Per le vicende che conosco di tante donne e uomini, ne sono sempre più convinto.
Sceneggiatura di Andrea Segre e Marco Pettenello
Con Elio Germano, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Elena Radonicich, Andrea Pennacchi
Regia di Andrea Segre
Italia, Belgio, Bulgaria 2024
