C’era una volta un uomo (Valerio Mastandrea) che viveva tutto solo in mezzo alla campagna toscana. Con la barba lunga, malvestito e neppure troppo pulito viveva nella sua casa come nella tana di un orco. Non era arrivato ad appendere un cartello con scritto «Vietato l’ingresso! I trasgressori saranno perseguiti a termini di legge», ma non lasciava entrare nessuno, neppure il postino e il tecnico per riparare la caldaia. Nel giardino intorno alla casa regnava sempre il più gelido inverno. Ma un giorno, da una breccia nella recinzione, dei ragazzi si insinuarono nel giardino, e le vecchie viti, secche e quasi morte, erano così felici di avere di nuovo dei ragazzi con loro, che si ricoprirono ancora di germogli e arrivò finalmente la primavera. Tra loro c’era una piccola ragazza bionda (Galatea Bellugi) con una piccola pancia, incinta di pochi mesi, che era salita su di un albero e ora faticava a scendere. A quella vista il cuore dell’uomo solitario si sciolse immediatamente: «Come sono stato egoista! Ora so perché la primavera tardava a venire».
Vi ricorda qualcosa? La trama dell’ultimo film di Paolo Virzì si può tranquillamente intrecciare a quella della fiaba di Oscar Wilde Il gigante egoista (1888) e questa operazione non dispiacerà certo al regista, grande amante della letteratura popolare dell’Ottocento e che da questa sembra aver ereditato la forza narrativa e la capacità di scolpire personaggi capaci di prendere vita.
Ma Virzì accosta a questa fiaba en plein air anche il suo rovescio, tutto ambientato a Roma, nella grigia aula di un tribunale, per farci scoprire come mai quest’uomo sia così solitario e anche egoista nel chiudere fuori dalla sua vita tutto il mondo. In questa storia grigia c’è un’altra piccola ragazza, c’è una malattia incurabile, c’è il desiderio di vivere ma anche di morire. E ci sono cinque secondi che decidono della vita e della morte. In una giornata di primavera, sotto il sole, nell’acqua tersa di un lago. Ma, proprio come nella fiaba di Wilde, inverno e primavera, morte e vita sono all’inizio inconciliabili per il protagonista, che arriverà invece poi a comprendere che non fanno che trapassare l’una nell’altra in un ciclo ininterrotto; così in una piovosa notte d’autunno, con l’acqua che scende a catinelle, ci saranno di nuovo cinque secondi decisivi.
Solo in un punto Virzì introduce una variante molto significativa rispetto a Wilde: nella fiaba il bimbo biondo che scioglieva il cuore del gigante era figura di Cristo, apparendogli una seconda volta quando era vicino alla morte e promettendogli di portarlo quel giorno stesso nel suo giardino, il paradiso (e proprio questo infatti è il significato della parola paradiso). Nel film il ruolo del bimbo biondo è svolto invece, come si è detto, da una ragazza incinta, immagine stessa della vita che può ancora sbocciare: basta non interpretare la fine del nostro piccolo io come la fine del mondo intero per capire che la vita, da qualche parte, rinasce sempre. Come scrive Wilde, «ormai non odiava più l’inverno, perché sapeva che esso era solo la primavera addormentata».
Questa celebrazione del femminile si ritrova anche in un altro personaggio, apparentemente marginale. È una donna che sembra riassumere in sé le figure delle due ragazze, al tempo stesso malata, ferita e disseccata ma tenacemente viva, come la vecchia vite: un personaggio magnificamente cesellato da Valeria Bruni Tedeschi (del resto con tutto il cast Virzì si conferma grande direttore di attori).
E per chi si stupisse di questa virata fiabesca nella carriera del regista, ricordiamo che non è una novità, perché già nel suo secondo film, Ferie d’agosto (1996) c’era una fiaba, raccontata da Antonella Ponziani in una scena dolce e malinconica. Guarda caso era la «storia della ragazza perduta e dell’uomo solitario», cioè un’altra versione della fiaba di Cinque secondi. Ma allora non sarà che il gigante egoista è proprio Virzì?
