“La Repubblica tutela l’ambiente”: ma dove?

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Il riscaldamento globale aumenta inesorabilmente, molto più velocemente di quanto gli scienziati avessero previsto, gli eventi estremi sono sempre più numerosi e l’Europa è il continente più colpito, con l’Italia ai primi posti. I migranti ambientali (26,4 milioni nel 2023) hanno ormai superato quelli causati dalle guerre. Malgrado ciò l’estrazione di combustibili fossili è sempre più massiccia, appoggiata da miliardi di sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Nel 2023 sono stati erogati nel mondo 2.477 miliardi di sussidi. In Italia sono stati 78,7 miliardi: se solo un quarto di essi fossero stati usati per le rinnovabili, l’energia ottenuta da fonti pulite sarebbe stata otto volte maggiore. Ancora una volta chi pagherà le conseguenze di queste politiche ambientali, economiche, sociali saranno soprattutto le comunità più povere e le generazioni future.

Intanto, ci si chiede quale sia la situazione nel nostro paese rispetto al raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030. Il 29 ottobre scorso è stata approvata la legge che introduce la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) per la Salvaguardia dei Diritti delle Generazioni Future, che devono poter usufruire di tutte le risorse che abbiamo avuto noi a disposizione, diritti sanciti anche negli articoli 9 («La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle generazioni future») e 41 della Costituzione («L’iniziativa economica privata […] non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente…»), come rivista e ampliata nel 2022. Ma viene da chiedersi se alle parole seguiranno i fatti, anche perché l’applicazione concreta di molte leggi nel settore ambientale è invalidata, nel nostro paese, dalla colpevole mancanza di decreti attuativi. Guardando la Finanziaria in discussione, sorgono seri dubbi che l’attuale politica italiana vada nella direzione di un progetto di lungo respiro, nel rispetto dello sviluppo sostenibile e delle generazioni che verranno.

In questo contesto, come ogni anno in autunno, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) ha predisposto un rapporto (che ha come titolo “Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità”) in cui esamina dati e studi statistici-scientifici relativi alla situazione del pianeta, dell’Europa e dell’Italia e comunica a che punto ci troviamo rispetto al raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’Agenda per presentarci alle fatidiche date del 2030 e poi del 2050 con le carte in regola per assicurare uno sviluppo sostenibile. Il rapporto ha ben presente che gli interventi per uno sviluppo equo e rispettoso dell’ambiente sono efficaci solo considerando la sostenibilità nel suo insieme: ambientale, sociale, economico, istituzionale, di giustizia di genere e intergenerazionale. Le componenti sociali, economiche, ambientali dell’Agenda sono strettamente connesse e non può esserci un reale sviluppo senza una distribuzione equa delle ricchezze, un uso appropriato delle risorse anche nel rispetto delle generazioni future, un diffuso stato di pace e democrazia in tutti gli Stati del mondo ispirati dal multilateralismo.

Secondo il rapporto la situazione italiana, nel periodo considerato (2010-2024), è sconfortante e appesantita dalle disuguaglianze territoriali. In particolare, quanto alle indicazioni dell’Agenda, sono in peggioramento sei gol (povertà, acqua pulita, disuguaglianze, vita sulla terra, giustizia e istituzioni solide, partnership); ne sono altalenanti quattro (fame, salute e benessere, imprese innovazioni infrastrutture, città e comunità sostenibili) e lievemente migliorati sei (istruzione, parità di genere, energia, lavoro dignitoso e crescita economica, lotta al cambiamento climatico, vita sott’acqua); è in forte aumento solo il gol 12 riguardante l’economia circolare. Nel complesso, dei 45 obiettivi solo un terzo è raggiungibile entro il 2030, cinque hanno un andamento discordante, e più di metà non sono raggiungibili. I rilievi del rapporto sono, in sintesi, i seguenti.

Dimensione economica. Siamo lontani dagli obiettivi per il tasso di occupazione, pari al 63% (a fronte dell’obiettivo del 78%), con 50% al Sud, e tra le donne solo 52% lavora contro una media UE del 66%, i Neet, giovani che non fanno nulla, sono al 15% (in diminuzione, ma lontano dal 9% auspicabile), con il Pil lontano dal 3% per ricerca e sviluppo. Vanno bene la copertura della rete per le famiglie e il riciclo dei rifiuti urbani (al 51% rispetto all’obiettivo del 60%). I rifiuti pro capite sono ancora troppi (quasi 500 kg/anno per abitante), ma lo smaltimento in discarica è crollato e il riciclo triplicato, ponendoci al primo posto in Europa.

Dimensione istituzionale. Decisamente problematica è la situazione per sovraffollamento nelle carceri e durata dei processi. Quanto alla libertà di stampa l’Italia si trova al 49º posto mondiale, a causa di minacce e interferenze (Rsf 2025), il dato peggiore tra i paesi dell’Europa Occidentale, pur essendo questo diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione. È necessario rinforzare la fiducia nelle istituzioni attraverso pratiche di democrazia partecipativa «per sostenere e rafforzare una cocietà civile diversificata e indipendente».

Dimensione ambientale. I dati raccolti dicono che molto difficilmente riusciremo a raggiungere gli Obiettivi nella maggior parte dei casi presi in esame. Vanno male l’utilizzo dei fertilizzanti, la dispersione nelle reti idriche al 40% (ob 25 %), l’energia da fonti rinnovabili, i consumi energetici da ridurre e l’eccesso di trasporto privato, di incidenti stradali, di inquinamento dell’aria, di consumo di suolo (nell’ultimo anno ne abbiamo persi 84 Km2 cioè 19 ha al giorno, 2,7 m² al secondo, in forte accelerazione rispetto all’anno prima). La pesca è sovra sfruttata mentre le aree protette, sia marine che terrestri, sono tuttora insufficienti e lontane dal 30% di superficie auspicata dalla legge per il Ripristino della Natura. Le sole voci positive riguardano la riduzione dei pesticidi e la diminuzione di CO2 e di gas clima alteranti, peraltro ancora insufficienti; va bene la diffusione delle colture biologiche: siamo i secondi in Europa con il 20% di SAU bio (superfici agricole bio), il doppio della media europea. Ci troviamo sotto sanzione da parte della Commissione europea, a causa dei mancati interventi di bonifica nella “terra dei fuochi”, dove da 30 anni vengono smaltiti illegalmente, con roghi e interramenti, rifiuti tossici, che causano un alto numero di morti per tumori tra adulti, giovani e bambini; l’Italia ha pagato, in 10 anni, 325 milioni di euro e recentemente ha subito una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per il perdurare dell’inazione e delle inadempienze.

Il Consiglio Europeo ha raccomandato all’Italia di prendere seri provvedimenti, tra il 2025 e il 2026, per: rendere il sistema fiscale più equo in un’ottica di tassazione progressiva e più propizio alla crescita, tenendo presente che il 10% più ricco della popolazione detiene il 60% della ricchezza e continua ad eludere le tasse grazie ai condoni fiscali (82 in 150 anni) e a un’evasione di circa 100 miliardi di euro all’anno; migliorare l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica e dei programmi di coesione; accelerare l’attuazione del PNRR, evitando di far pagare la transizione ecologica ai ceti più fragili e sapendo che cambiamenti così profondi nella società si ottengono solo attraverso una democrazia partecipativa. Servono inoltre – secondo l’ASviS – efficaci provvedimenti atti ad aumentare la competitività (mentre finora i 122 miliardi in prestito dall’Europa con la New Generation EU, ottenuti per sostenere riforme, ricerca e investimenti, sono stati usati per tamponare la situazione economica); migliorare la pubblica amministrazione, i tempi dell’amministrazione della giustizia, le politiche abitative, la qualità del lavoro, l’istruzione e la formazione continua; sostenere l’innovazione, i collegamenti tra imprese e università, attuando una strategia industriale che riduca le disparità tra Sud e Nord. A monte di questi interventi si raccomanda di risolvere i problemi legati ai cicli dell’acqua e dei rifiuti e di incrementare l’utilizzo di fonti rinnovabili, abbandonando le fonti fossili costose e inquinanti.

Purtroppo, molta parte della politica italiana considera l’Agenda Onu 2030 una iattura e un ostacolo, anziché uno strumento per uno sviluppo equo e sostenibile, e, nelle riunioni di Bruxelles, ha sempre cercato di annacquare l’efficacia delle leggi ambientali e sociali, mentre le aziende che per prime si sono attenute alle regole del Green Deal e hanno investito in digitalizzazione, rinnovamento, ricerca e rispetto della natura e dei loro lavoratori, energia rinnovabile, hanno decisamente migliorato le proprie performance commerciali e quindi la loro posizione economica sul mercato. Occorre, dunque, avere ben presenti i rischi del riscaldamento globale, con le loro pesanti conseguenze economiche per attutirne l’impatto: in termini monetari, l’inazione nel solo campo alimentare è costata 5 milioni di euro all’anno e si prevedono perdite di 137 miliardi fino al 2050, una cifra equivalente all’1% del Pil. A causa degli eventi estremi nel 2025 l’inazione con la mancata prevenzione ci è costata 12 miliardi e 40 miliardi all’Europa.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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