La bancarotta idrica globale

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In vista della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Acqua 2026 l’ONU ha commissionato uno studio sullo stato di salute delle zone umide ricche di biodiversità, dei sistemi fluviali, delle falde acquifere che stanno perdendo sempre più la capacità di tornare alla loro normalità. In seguito a tale studio l’ONU ha dichiarato la “bancarotta idrica globale”. È davvero triste che un termine finanziario indice di mala gestione sia accostato alla parola acqua, la fonte della vita. Indubbiamente i titoli ad effetto sulla “bancarotta idrica” sono un pugno emotivo per il lettore e ne attivano l’attenzione. Tuttavia io preferirei parlare di rapina dell’acqua che rende meglio l’idea di una gestione sconsiderata della risorsa del pianeta che prima di tutte ha reso possibile la vita sulla Terra.

Per molto tempo abbiamo guardato, con compassione in fretta dimenticata, alle popolazioni delle zone desertiche dove si moriva di fame per la mancanza di raccolti dovuta alla siccità, ma ora questa emergenza sta arrivando anche da noi a riprova del fatto che quando gli umani sottovalutano le sofferenze, spesso causate proprio da loro stessi, degli ecosistemi e degli altri esseri viventi, piante e animali compresi, prima o poi i problemi si allargano e colpiscono le nostre comode quotidianità. Ben lo hanno compreso i giovani, più sensibili ai temi ambientali di cui vedono chiaramente le implicazioni politiche e le conseguenze nefaste sulla vita dei loro figli e nipoti e per difendere i quali si organizzano in associazioni o comitati e scendono in piazza.

La penuria idrica è arrivata a un punto di non ritorno perché le fonti non sono più in grado di rigenerarsi in maniera continuativa per fornire la quantità di acqua dolce necessaria alla vita quotidiana di 8 miliardi di persone, con l’acqua ormai gestita come una merce da un 1% di popolazione che, per il proprio profitto, porta il pianeta Terra sull’orlo della catastrofe. In tutto questo, sono le popolazioni più povere, quelle che impattano meno sui consumi idrici del pianeta, a pagare le conseguenze della mancanza di acqua e cibo sia per la siccità, sia per il riscaldamento globale causa di eventi estremi che cancellano il raccolto di interi territori. Non mi piace avere una visione apocalittica delle cose e alimentare l’immobilismo di chi si rifugia nel “tanto è una questione troppo grande e io non ci posso fare niente”, ma è giusto avere la piena consapevolezza di quello che sta davvero succedendo a livello di emergenze idriche ed agricole per sapere quali sono le cause che hanno portato a questa situazione. È giusto avere dei solidi strumenti da opporre alle bufale dei negazionisti e non bisogna mai stancarsi di parlare con tutte le persone che non si rendono conto della portata dei problemi ambientali e dell’impatto che questi avranno sulla vita di tutti noi, molto più in fretta di quanto ci saremmo aspettati.

Da quando le piante hanno colonizzato la terraferma, ben prima della comparsa dei dinosauri, il ciclo dell’acqua, dolce e bevibile per gli esseri viventi (1%), si è da sempre basato su tre fenomeni: evapo-traspirazione grazie al sole dagli oceani e dalle foreste, precipitazioni per i venti freddi dalle nuvole e scorrimento lungo i fiumi fino al mare (dove ricominciava il ciclo), lasciando una parte dell’acqua dolce nelle falde sotterranee, preziosi bacini di accumulo assieme ai ghiacciai. Gli scienziati usano l’immagine molto suggestiva di fiumi aerei di vapore che dagli oceani portano acqua verso le zone interne, irrorando le foreste che a loro volta alimentano assieme ai ghiacciai i grandi bacini della Terra. È un ciclo che si auto rigenera da sempre. Ma ormai questo equilibrio è stato irrimediabilmente rotto da un consumo esagerato delle acque dolci che non arrivano più a reintegrare le falde acquifere, mentre il taglio delle foreste rende sempre più arida e indifesa la superficie nuda del suolo che si surriscalda e i ghiacciai si sciolgono.

Tutte le grandi civiltà del passato si sono sviluppate lungo i fiumi fonti di vita e, nei luoghi più lontani i pozzi attingevano acqua dalle falde sotterranee. Ultimamente i grandi fiumi del mondo in certi periodi non riescono ad arrivare al mare per mancanza di portata. Perfino la maggior parte dei grandi laghi dall’inizio degli anni ‘90 ha perso molta acqua. Eppure il 25% dell’umanità dipende da entrambi per la propria sopravvivenza: tre miliardi di persone vivono in aree problematiche. Metropoli e città sono ormai in sofferenza idrica acuta. Lo stress idrico si riflette nella quotidianità delle 100 città più grandi del mondo tra cui Pechino, New York, Los Angeles, Rio de Janeiro, Delhi, Teheran. Quello che è successo in Iran per una siccità durata sei anni con tutte le comunità del paese in rivolta per la sete e la fame, potrebbe diventare parte preponderante della scena politica internazionale. Secondo l’ONU 1,1 miliardi di persone in aree metropolitane sono colpite da siccità per lunghi periodi; saranno 1,8 miliardi nel 2050, e il 70 % delle principali falde idriche è in declino permanente. Perfino in Asia le piogge monsoniche stagionali non riescono a bilanciare l’elevato consumo, l’alternanza di siccità e inondazioni provoca grandi difficoltà per la sopravvivenza delle popolazioni rurali e urbane di India, Pakistan, Indonesia, Filippine. Ciò gonfia sempre più il numero dei migranti ambientali che fuggono.

L’emergenza idrica globale è un fenomeno irreversibile in quanto non riguarda solo territori circoscritti, ma la sostenibilità complessiva della gestione dell’acqua: per esempio si è calcolato che l’Inghilterra, per mantenere efficiente la propria economia, dovrà recuperare entro il 2050 ben 5 miliardi di litri d’acqua per l’approvvigionamento, più quelli necessari per agricoltura ed energia. Il riscaldamento globale a sua volta, conseguenza dell’uso scriteriato dei combustibili fossili produttori di CO2, impatta fortemente sugli equilibri di sopravvivenza di intere popolazioni, naturalmente le più povere, che non hanno gli strumenti per porre rimedio ai danni fatti da una natura ormai fuori controllo in cui gli eventi climatici estremi sono diventati la norma. Il 2025 è risultato il terzo anno più caldo di quelli registrati nella storia, con l’aumento di una media prossima o superiore a 1,5° gradi e ciò alimenta devastanti incendi (in Portogallo, Sud Italia, California, Australia); in Patagonia nell’ultimo anno sono andati a fuoco 36 mila ha di foreste, mentre il presidente Milei ha dimezzato il numero dei pompieri, per fare gli interessi delle multinazionali della carne, sempre alla ricerca di nuovi pascoli. Inoltre, con i mari ogni giorno più caldi, la forte differenza di pressione tra terraferma e mare causa venti e tempeste sempre più rovinosi.

In termini monetari nel 2025 si sono registrate perdite assicurative per 100 miliardi di dollari. La BCE ha calcolato per l’Italia danni per 43 miliardi nei primi 6 mesi del 2025 e prevede che entro il 2029 questa cifra potrebbe triplicare. Le grandi assicurazioni si rifiutano ormai di fare contratti riguardo ai danni climatici e pertanto tutto il peso economico ricadrà sui privati che si ritroveranno a dover impegnare ingenti somme per rimettere insieme la propria casa, vita, attività, magari con il rischio di aver perso il lavoro. La tragedia di Niscemi ne è un tragico esempio.

Alle calamità naturali si sommano gli effetti devastanti dell’inquinamento del suolo. 100 milioni di ha di terreni coltivabili sono danneggiati dalla salinizzazione a discapito della resa alimentare, con gli additivi chimici che arrivano direttamente alle falde acquifere avvelenandole, come è successo in Veneto dove risultano inquinati quasi 200 km², abitati da 300.000 persone. È contaminata la seconda falda più grande d’Europa, avvelenata dai Pfas ormai dichiarati “inquinanti cancerogeni eterni” ad indicare la loro pericolosità per tutti gli esseri viventi e la loro inamovibilità dagli ambienti.

Infine, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale AI gestita dai Data Center in aumento esponenziale ininterrotto, ha creato ulteriori problemi per l’approvvigionamento sia energetico che idrico delle zone in cui si trovano. Negli ultimi cinque anni si stima che il consumo dell’acqua sia aumentato del 150%; in Virginia, che ha la più alta concentrazione di Data Center, il consumo di acqua dal 2019 al 2023 è passato da 5 a 7 miliardi di litri (7 milioni di metri cubi), facendo lievitare del 65%, negli ultimi 4 anni, la carenza idrica nei territori circostanti. Per risolvere questi problemi strutturali i giganti dell’intelligenza artificiale stanno spostando i Data Center in altre aree del pianeta e caricano così sulle popolazioni autoctone il peso dei consumi energetici e idrici insostenibili e incontrollabili, come a Giacarta, mentre loro continuano a drenare guadagni iperbolici. In Italia ci sono più di 200 Data Center, il 70% al Nord, nell’hinterland di Milano. Ne sono in previsione altri 83 entro il 2028, rendendo il nostro paese un hub fondamentale per il Sud Europa, ma scaricando su di noi nuovi problemi di approvvigionamento per l’acqua e l’energia e aumentando il consumo di suolo. Chi ne pagherà le conseguenze?

Il quadro generale è davvero sconfortante, ma le alternative esistono. Si tratta di cambiare completamente l’approccio ai servizi ecosistemici che ci ha regalato la natura, finora perfettamente in grado di rigenerarsi da sola. La pressione antropica sempre più elevata e il prelievo inarrestabile di risorse dissipate in guerre che distruggono i territori serve ad arricchire pochi ultramiliardari. Dobbiamo tornare a considerarci parte dei grandi cicli naturali, invertire la rotta ed entrare definitivamente nell’ottica che le risorse vanno rigenerante e non dissipate, attraverso lo Sviluppo Sostenibile. Natura ed ecosistemi in buona salute significano grandi vantaggi economici. Il sistema capitalistico, predatorio e distruttivo, deve essere sostituito da un nuovo modello di collaborazione internazionale nel rispetto degli ecosistemi e di tutti gli esseri viventi. Ne va della nostra sopravvivenza.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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3 Comments on “La bancarotta idrica globale”

  1. La “bancarotta idrica globale” è solo una parte della BANCAROTTA GLOBALE in atto. Guerre (con la sempre meno remota possibilità di una guerra nucleare definitiva), inquinamento ambientale (plastica, pfas, pesticidi, etc.), diritto internazionale travolto dall’arroganza del potere, diritti umani e animali negati, sfruttamento del lavoro (la schiavitù ha assunto altre forme, vedi Glovo), repressione feroce del dissenso oramai normalizzata, repressione della migrazione sempre più crudele e, anch’essa, istituzionalizzata (vedi recente provvedimento europeo “paesi sicuri”), povertà e disuguaglianza in costante aumento, welfare state sacrificato sull’altare della guerra, fascismo in rapida e forte espansione, transizione energetica sempre rimandata e conseguente collasso climatico… penso possa bastare. Tutto ciò si traduce in un’unica parola: CAPITALISMO. Sono perciò d’accordo “Il sistema capitalistico, predatorio e distruttivo, deve essere sostituito da un nuovo modello di collaborazione internazionale nel rispetto degli ecosistemi e di tutti gli esseri viventi”. Rimane l’annosa questione del come. Per parte mia non mi stancherò mai di ripetere che bisogna iniziare e diffondere un tenore di vita sobrio, molto sobrio. Da praticare fino all’asfissia del capitalismo. Sempre che non sia già troppo tardi. La mia unica speranza sono i giovani.

    1. Grazie Stefano, speriamo nei giovani e nel loro amore per le Utopie MargheRita

      1. Grazie a te MargheRita. E’ un’impresa ardua quella che i giovani dovranno affrontare. Devono mettersi in insieme e fare un corpo unico, altrimenti non ce la faranno. A noi “vecchi” spetta il dovere di incoraggiarli con il buon esempio.

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