40 anni orsono, Palermo, era in fibrillazione. Alle sirene delle forze dell’ordine, alle strade presidiate dalle camionette, agli elicotteri che volteggiavano, la città era abituata ormai da quattro anni, da quando, la guerra di mafia e i delitti eccellenti l’avevano posta sulla ribalta nazionale. Provocando un coprifuoco di fatto che faceva svuotare il centro cittadino alle 9 di sera. Un’atmosfera sinistra, dentro la quale, però, cominciò a prendere piede il movimento antimafia, contraddittorio e variegato, ma segno tangibile della non rassegnazione dei palermitani al dominio mafioso. Fu in quegli anni, per esempio, che alcuni esponenti della sinistra organizzarono la marcia su Ciaculli, feudo dei Greco.
La fibrillazione, però, era dovuta a un evento che sarebbe iniziato da lì a poco. Ci riferiamo al maxiprocesso a Cosa Nostra, che catturò su Palermo i riflettori di tutto il mondo. Alberghi e ristoranti della capitale siciliana, da mesi, erano pieni. L’overtourism era da venire, ma il processo a 474 imputati di associazione per delinquere di stampo mafioso fece sì che giornalisti, accademici, magistrati, poliziotti di diversi paesi, si precipitassero a Palermo per studiare a fondo un fenomeno che, fino a pochi anni prima, era sconosciuto, e che, grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, era stato prepotentemente rivelato al pubblico. Malgrado gli omicidi del commissario Beppe Montana e del vicequestore Ninni Cassarà, dell’estate 1985, avessero fatto temere tentativi estremi da parte di Cosa Nostra di sabotare la celebrazione del processo, il 10 febbraio 1986 iniziarono le udienze come previsto. A partire da questo scenario, possiamo provare a ricostruire e ad analizzare criticamente il contesto in cui il maxiprocesso si svolse e le sue ripercussioni sulla società italiana, sotto diversi aspetti.
La domanda che ci si pone è: come mai ci vollero 126 anni di unità nazionale per portare la mafia a processo? La risposta è più semplice di quello che si potrebbe pensare. Il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, codificato nell’articolo 416 bis del codice penale, venne introdotto soltanto nel 1982, all’indomani degli omicidi di Pio La Torre, segretario regionale del PCI in Sicilia, e di quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, ma, prima ancora, distintosi sul fronte della repressione della lotta armata. Era perciò difficile processare un fenomeno criminale che, per il codice penale, non esisteva. Eppure, sin dagli albori dell’unità nazionale, il fenomeno era stato attenzionato, indagato, descritto, analizzato. Già nel 1876, il deputato toscano Leopoldo Franchetti, aveva inquadrato la mafia siciliana con le definizione de i facinorosi della classe media, mettendo in luce un fenomeno peculiare. Che governava le trasformazioni economiche e le dinamiche politiche siciliane collocandosi sul confine tra legalità e illegalità. Con il conseguente coinvolgimento di settori importanti della classe dirigente siciliana, come affiorò in occasione del delitto Notarbartolo. Un fenomeno elastico, complesso, tutt’altro che marginale, che sfuggiva perfino all’irregimentazione del termine mafia, utilizzato, per la prima volta, dal prefetto di Palermo, Filippo Gualterio, nel 1863. Nel 1899, il questore Ermanno Sangiorgi, aveva descritto, 85 anni prima di Tommaso Buscetta, la configurazione organizzativa di Cosa Nostra. Ma il cattivo esito del processo che la sua inchiesta aveva contribuito a istruire, fece finire tutto nel dimenticatoio. Troppo forte la complicità di politica e imprenditoria. Da rendere preferibili le rappresentazioni positiviste di Cosa Nostra, a cui le élites siciliane contribuirono attivamente per distogliere l’attenzione. Gli anni ottanta del Novecento, invece, presentarono una singolare convergenza. L’omicidio Dalla Chiesa rappresentò un punto di rottura, dal momento che Cosa Nostra, per la prima volta, tracimò dalla sua strategia di coesistenza e collaborazione funzionale con le istituzioni, colpendo un funzionario del Governo centrale. Un atto criminale, che rischiava di delegittimare ulteriormente una sfera politica già alle prese con scandali e crisi economiche. Che sentì per la prima volta la pressione dell’opinione pubblica locale e nazionale e agì di conseguenza, per riguadagnare il terreno perduto.
Ad agevolare lo spostamento dell’attenzione verso la mafia siciliana, contribuì in modo significativa un altro elemento, vale a dire, il vuoto emergenziale. La lotta armata era stata sconfitta, e c’era bisogno di una nuova emergenza che fornisse legittimazione alla politica. La lotta alla mafia si prestava a questo scopo, visto il clamore suscitato dall’omicidio Dalla Chiesa. È singolare che l’uccisione di uno dei protagonisti della stagione della lotta alle organizzazioni armate segni il punto di passaggio all’emergenza mafiosa.
Inoltre, venne meno la compattezza interna di Cosa Nostra. All’interno dell’organizzazione, come mostra ad esempio la prima guerra di mafia degli anni sessanta, i conflitti c’erano sempre stati, ma finivano per essere risolti, creando nuovi equilibri. I mille morti dei primi anni ottanta, scanditi dalle prime pagine del L’Ora, giornale palermitano simbolo della lotta alla mafia, erano qualcosa di diverso. Scaturivano dal progetto di dominio assoluto su Cosa Nostra messo in atto dalla fazione corleonese, con Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella alla testa. Saltarono tutti gli equilibri, si creò un clima di tensione interno, all’interno del quale maturò la decisione di collaborare con la giustizia da parte di Buscetta e Contorno, ai quali erano stati uccisi, seguendo la logica agghiacciante delle vendette trasversali, svariati familiari.
Per tirare le somme, il maxiprocesso a Cosa Nostra, si colloca all’incrocio della convergenza di questi quattro elementi: la mobilitazione dell’opinione pubblica, il vuoto emergenziale prodotto dalla crisi della lotta armata, le misure repressive introdotte, la conflittualità interna a Cosa Nostra. Al di là dell’esito finale del processo, che accertò, dopo 132 anni di unità nazionale, l’esistenza della mafia, si può sostenere che non è stato fatto tesoro di tutto quello che emerse dal dibattimento. Un aspetto importante, per esempio, riguarda lo squilibrio tra le rappresentazioni pubbliche e quanto andò in scena nell’aula bunker. Il maxiprocesso veicolò una Cosa Nostra lungi dall’essere compatta, attraversata da asimmetrie di risorse materiali e relazionali, squilibri di potere, conflitti che sorgevano in relazione ai mutevoli scenari relativi agli affari e ai rapporti con la sfera legale. Un contesto fluido, che finì per essere oscurato dalle rappresentazioni della mafia come Piovra, ovvero un soggetto tentacolare, pervasivo, in rapporto conflittuale con lo Stato, rappresentato a sua volta come un’entità monolitica, meccanicamente opposto alla criminalità organizzata. Una lettura dei fenomeni mafiosi che, per quanto contraddica la realtà, prevale ancora oggi. In nome della quale si promuove la cosiddetta cultura della legalità, che inquadra la mafia come prodotto del rifiuto formale e valoriale ad obbedire alle regole della convivenza civile, ascrivendo questo comportamento prevalentemente ai gruppi marginali.
Viceversa, si è visto, non solo nel caso di Cosa Nostra, che i rapporti tra mafie, politica e imprenditoria, per quanto non organici, sono frequenti e regolari. E che non si tratta di una questione di regole formali o di sfera valoriale. Il Sacco di Palermo, in cui Cosa Nostra svolse un ruolo di primo piano, avvenne all’interno di un piano regolatore approvato appositamente per lo scopo. Il ritardo con cui ci si è occupati di mafia, è dovuto anche a un rifiuto compiacente di inquadrare il fenomeno e di affrontarlo, condannando la Sicilia a sottosviluppo, emigrazione, stigmatizzazione, marginalità. Infine, in nome del presunto corpo a corpo tra Stato e mafie, si promuovono e si legittimano, spesso dogmaticamente, provvedimenti che, con la scusa dell’emergenza, finiscono per inficiare le libertà civili e i diritti dei detenuti. Senza tenere conto che, quarant’anni dopo, i fenomeni mafiosi si pongono in altri termini. Forse sarebbe ora di cominciare a cogliere questi insegnamenti.
