Il ministro Valditara ha liquidato con un’alzata di spalle il parere del Consiglio di Stato sullo schema di regolamento relativo alle “Indicazioni nazionali della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione”, dichiarando che il massimo organo della giustizia amministrativa ha «soltanto richiesto delle integrazioni tecniche e delle specificazioni che accoglieremo volentieri nello spirito di una leale collaborazione istituzionale». In realtà il parere contiene molto di più e, se non suona proprio come una bocciatura, sospende il giudizio e sollecita il ministro a compiere una profonda revisione di un testo che, peraltro, ha già determinato le critiche radicali dei sindacati e del “Tavolo nazionale per la scuola democratica” e le sostanziali richieste di cambiamento del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI), chiamato a sua volta a esprimersi sul provvedimento.
L’allarme nei confronti delle scelte di Valditara è più che giustificato: le “Indicazioni Nazionali” costituiscono il documento programmatico in cui si definiscono gli obiettivi generali del processo formativo e gli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni. Nella scuola dell’autonomia – in cui non esistono i programmi – rappresentano piste di lavoro, uguali in tutto il territorio nazionale, all’interno delle quali ciascuna scuola declina le proprie specificità e formula il proprio curricolo. Attualmente sono in vigore le Indicazioni Nazionali emanate nel 2012, ma il ministro è convinto che sia necessaria “un’integrale rinnovazione”. Il Consiglio di Stato ha esaminato con molta attenzione la proposta ed è opportuno esaminare, seppur sinteticamente, i principali rilievi formulati dall’organo costituzionale.
“Ce lo chiede l’Europa”: questa la prima motivazione esposta dal Ministero, che sostiene la necessità di adeguare il nostro sistema scolastico al diritto dell’Unione. Peccato che si tratti di un mero richiamo a vari atti normativi, che vengano analizzati, però, in modo incompleto e inadeguato. Il Consiglio richiede perciò «una specifica integrazione sotto profilo della valutazione concreta della coerenza del nuovo testo con i menzionati atti».
Il Ministero passa poi a illustrare la necessità di adeguare i contenuti delle Indicazioni Nazionali vigenti «alle profonde trasformazioni sociali, culturali, sociali e tecnologiche dell’ultimo decennio». Non solo, ma occorre rilanciare il «ruolo della trasmissione intergenerazionale dei saperi umanistici». Si tratta complessivamente di una narrazione in cui non mancano i termini roboanti e i concetti di dubbia interpretazione. Il Consiglio. invece, ritiene opportuno chiedere: la preventiva e compiuta definizione del campo d’azione; la coerente definizione degli obiettivi, preceduta da una consultazione trasparente con i soggetti, le istituzioni, gli enti portatori di interessi; la costruzione e valorizzazione degli indicatori atti a misurare il grado atteso di conseguimento degli obiettivi. Inoltre, i dati a supporto del “cambiamento epocale” sono incompleti perché mancano quelli relativi alla scuola dell’infanzia e sono disomogenei perché quelli relativi alla primaria e alla secondaria di I grado si riferiscono ad anni scolastici diversi: 2023/2024 per le scuole paritarie e 2024/2025 per le scuole pubbliche. Si usano espressioni quali “dimensione glocale” e “cittadinanza storica”, delle quali non viene fornita l’opportuna definizione funzionale alla descrizione di fenomeni sociali (a cui si riferisce il linguaggio normativo).
L’ultima parte del parere si sofferma su due temi specifici: l’insegnamento della storia e l’introduzione dell’ora di latino nella scuola secondaria di I grado. Secondo il Consiglio non è chiaro come siano state recepite le indicazioni del CSPI, nella parte in cui ha messo in evidenza che le nuove Indicazioni hanno eliminato totalmente l’ambito della lettura e dell’interpretazione delle fonti, punto fondamentale dello studio della storia, e sembrerebbero accentuare la dimensione della disciplina «come strumento per la costruzione di un’identità nazionale più che come approccio tipicamente disciplinare». Ma il Ministero liquida il problema rivendicando «la facoltà che rientra nelle prerogative dell’Amministrazione di definire struttura e impostazione delle discipline». E infine l’introduzione del latino: il CSPI ha rilevato espresso perplessità, condivise dal Consiglio, perché ritiene che la facoltatività della disciplina rischi di aumentare la forbice tra gli studenti. Inoltre gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado, se non sono in possesso dei requisiti richiesti, non possono insegnare il latino e c’è la concreta possibilità che il docente con la classe di concorso specifica si trovi a insegnare in 18 classi diverse, essendo prevista solo un’ora di insegnamento settimanale.
A questo punto viene spontaneo chiedersi: Valditara ha letto il parere del Consiglio di Stato? Sembrerebbe di no. Invece sarebbe bene che gli dedicasse un’attenzione particolare anche perché – in cauda venenum! – il Consiglio ha concluso l’esame dello schema di Indicazioni Nazionali sottolineando le numerose regole formali che non sono state rispettate nella stesura del provvedimento. Per citarne solo alcune: concordanza del soggetto con il verbo o del sostantivo con l’aggettivo; uso corretto della punteggiatura e rispetto dell’ortografia; presenza del soggetto ove necessario alla comprensione della frase. Errori, omissioni, imprecisioni compiuti dall’estensore di un testo in cui si esprime il timore che l’uso dell’inglese rischi di compromettere «lo stesso apprendimento della lingua italiana, elemento fondante dell’identità culturale e strumento essenziale per l’accesso consapevole alla conoscenza». È opportuno che Valditara ritiri il provvedimento e ascolti studenti, docenti, famiglie, associazioni, a partire dal 18 ottobre quando scenderanno in piazza per condannare con forza le sue Indicazioni, che promuovono un modello trasmissivo, gerarchico, autoritario e selettivo di scuola.
