Parecchi anni fa, nel 2007, Bollati Boringhieri pubblicava una raccolta di saggi intitolata Paranoia e politica, che ora mi pare di stretta attualità. L’introduzione scritta dai curatori del volumetto, Simona Forti e Marco Revelli, mette subito in chiaro il problema principale e merita di essere citata: «Se è tipico dell’atteggiamento paranoico rispondere alle esperienze estranianti, ambivalenti e conflittuali del Sé rifugiandosi in un universo logicamente coerente, dove tutto è riconducibile al rigido ordine della propria costruzione, la categoria di paranoia ci è sembrata poter diventare una chiave di comprensione utile per il presente. Vediamo, infatti, di continuo, nuovi raggruppamenti riarmarsi di scudi identitari che, lungi dallo svolgere una funzione protettiva, alzano soltanto il livello dell’autoreferenzialità e con essa dell’intensità dei conflitti». Si potrebbero trovare parole più adatte per descrivere i due conflitti che, alle porte dell’Occidente, stanno portando distruzione? Quelle di cui ci parlano ogni giorno i mass media non sono più guerre in senso tradizionale e forse nemmeno guerre novecentesche: non hanno un inizio certo, ad esempio, perché anche l’ultimo dei distratti sa bene che gli eventi che hanno scatenato la violenza collettiva altro non sono che motivi occasionali.
Il 24 febbraio 2022, giorno in cui la Russia invade il territorio ucraino, era stato preceduto da forti contrasti che avevano avuto inizio almeno nel 2014; il fatidico 7 ottobre non è che l’ultimo esito di una tensione ininterrotta tra Stato di Israele e Palestina, ben riassunto dalle parole pronunciate in Senato da Giulio Andreotti nel 2006: «Nel 1948 l’ONU ha creato lo Stato di Israele e lo Stato arabo: lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo non esiste. Io credo che chiunque di noi, se non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». Concentrarsi sul casus belli, quando si parla di questi scontri così lontani da guerre del passato, penso che sia di per sé fuorviante. Così come non hanno un inizio riducibile a un evento, allo stesso modo tali conflitti sembrano non prevedere una fine: particolarmente feroce la situazione in Palestina, laddove la conclusione del conflitto sembra coincidere per il Governo dello Stato di Israele con la fine o almeno lo sradicamento totale del popolo palestinese. Non meno lontana dallo schema della guerra tradizionale la pretesa di Von der Leyen e di Zelensky, ribadita nell’agosto scorso: l’Ucraina deve essere in grado di mantenere la sua integrità territoriale e quindi ogni avanzamento dei Russi va cancellato. Risulta chiaro (oltre al fatto che questa è una frottola buona per i gonzi e che serve soltanto a mantenere la posizione “di facciata” più avanzata sia da parte di un’Europa sempre più indecorosa sia da parte del discutibile capo ucraino) che le cose andranno diversamente, poiché, se fosse come dicono loro, i “vinti” ne uscirebbero come “vincitori”, fatte salve le perdite umane e le enormi risorse bruciate, delle quali sembra importare ben poco a questi capetti miopi e prepotenti.
Insomma, le orrende carneficine di cui siamo spettatori, hanno alla base il rafforzamento di un’idea che ha innervato le guerre del Novecento: il nemico esterno è anche un criminale e la guerra va condotta «contro popoli, razze, ideologie, forme di vita e di produzione» (C. Galli Sulla guerra e sul nemico, p. 33 in Paranoia e politica, a cura di S. Forti e M. Revelli, Torino, Bollati Boringhieri, 2007). La criminalizzazione del nemico e la sua conseguente disumanizzazione sono adesso più che evidenti, soprattutto nell’aggressione israeliana alla popolazione palestinese, sterminata – donne, vecchi, bambini compresi – perché ogni casa, ogni scuola, ogni ospedale potrebbe essere un covo di Hamas.
Siamo alla follia, in senso proprio. O meglio, alla paranoia. «La guerra totale non è […] manifestazione di una forte identità sicura di sé che affronta vittoriosamente i propri nemici; al contrario, nell’indistinzione caotica che le pertiene, è una manifestazione di angoscia paranoica, di insicurezza, di fobie di contaminazione». Questo oggi è il dramma della Palestina – una guerra che non è nemmeno una guerra ma una intenzione dichiarata di sterminio di un’intera popolazione da parte di un gruppo umano che non vede più l’umanità del “nemico”, che non esita a colpire la popolazione civile in modo indiscriminato. L’aberrante identificazione con l’aggressore che sta mettendo in atto il Governo israeliano sembra una distorta nemesi storica: allo stesso modo dei nazisti, che non si sono fermati di fronte a vecchi e bambini, gli ebrei i cui padri hanno subito l’Olocausto indossano la stessa maschera ghignante dei loro feroci aggressori di un tempo. Oggi lasciamo da parte analisi più o meno sottili di ciò che accade a Gaza e guardiamo soltanto ai fatti: un intero popolo è perseguitato, sradicato dalle proprie case o meglio da quello che resta delle proprie case. Gaza è ridotta ad un ammasso di macerie sulle quali si affacciano gli avvoltoi che già pensano alla lucrosa ricostruzione. Cito il Washington Post del 2 settembre scorso:
«Un piano postbellico per Gaza che circola all’interno dell’amministrazione Trump, modellato sulla promessa del presidente Donald Trump di “prendere il controllo” dell’enclave, la trasformerebbe in un’amministrazione fiduciaria amministrata dagli Stati Uniti per almeno 10 anni, mentre si trasformerebbe in una scintillante località turistica e in un centro tecnologico e manifatturiero ad alta tecnologia. Il progetto di 38 pagine visionato dal Washington Post prevede almeno un trasferimento temporaneo di tutti gli oltre due milioni di abitanti di Gaza, sia attraverso quelle che definisce partenze “volontarie” verso un altro paese sia in zone ristrette e sicure all’interno dell’enclave durante la ricostruzione. A coloro che possiedono terreni verrebbe offerto un token digitale dal trust in cambio dei diritti di riqualificare la loro proprietà, da utilizzare per finanziare una nuova vita altrove o eventualmente riscattato per un appartamento in una delle sei-otto nuove “città intelligenti alimentate dall’intelligenza artificiale” da costruire a Gaza. Ogni palestinese che sceglie di andarsene riceverà un pagamento in contanti di 5.000 dollari e sussidi per coprire quattro anni di affitto altrove, oltre a un anno di cibo».
Quello che sembrava all’inizio un meme, con Netanyhau e Trump in una Gaza trasformata in città californiana ecco, è diventato realtà. Che orrore! Che devastante caduta di ogni sentimento umano! Adesso la parola d’ordine giusta non è “Pace”; anche Israele auspica la pax romana. L’imponente mobilitazione per la Palestina del 22 settembre ha reso chiaro a chi governa da che parte sta il popolo italiano. Speriamo che questa giornata illuminata dalla speranza sia l’inizio di un nuovo corso. Per quello che possiamo, facciamo pressione affinché la pace non sia distruzione della Palestina e di quanti più possibili palestinesi. Oggi la parola d’ordine è “Cessare il fuoco immediatamente”. Purtroppo non abbiamo il potere di imporla come richiesta a chi ci governa e decide per noi; ma possiamo ricordare a questo governo, così tenero con i forti e che ad ogni momento rivendica l’investitura popolare, che il popolo non vuole il massacro di un altro popolo, che il popolo ripudia la guerra e che, infine, i soldi spesi in armi meglio sarebbe spenderli in sanità, scuola, miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini italiani. Si tratta di aver buon senso e onestà.
Per chiudere su un’atrocità verbale che in questi giorni ritorna in molte sedi (tanto è scellerata, atroce, priva di senso) sappia, il presidente della Federazione Amici di Israele, Eyal Mizrahi (che nel corso di un confronto con Enzo Iacchetti in una trasmissione televisiva, ha chiesto, tra lo sgomento generale, la definizione di bambino) che tutta la società civile quella definizione ce l’ha chiara. Si riduce a una sola parola: innocente. Di stragi degli innocenti è piena la Storia, ma questa dannata ripetizione deve finire.
