Un’amica insegna alle scuole elementari. Quando ci vediamo condividiamo esperienze e riflessioni. Qualche mese fa ha parlato di un caso particolare, una triste vicenda che ha occupato sempre più spazio negli incontri successivi fino all’ultimo, pochi giorni fa, quasi interamente dedicato a quello.
Nella sua classe c’è una bambina di otto anni portata per la matematica. Buona logica, buon intuito. Però fatica più degli altri, è indietro in tutte le materie. Stavolta non c’entrano i disturbi dell’apprendimento o del comportamento; semplicemente spesso, troppo spesso, non viene a scuola. Quando c’è, non presenta quasi mai i compiti fatti e a volte si addormenta in classe. Da poco inizia a rendersi conto del contrasto tra le sue potenzialità e i risultati, tra desiderio e realtà, qualche volta ne piange, pur non sapendo nominare le cause.
Il problema è la famiglia. Il padre è spesso assente, probabilmente entra ed esce dal carcere, la madre si prostituisce. La bambina è gestita dalla madre e da qualche sorella di poco più grande. Una vicenda non isolata di povertà materiale che rischia di generare quella culturale e spirituale. La dirigente scolastica ha subito allertato i servizi sociali che hanno risposto che la famiglia è già seguita. Dal canto loro gli insegnanti si impegnano a rendere la scuola isola di serenità, ma si sentono impotenti quando al mattino non la vedono arrivare o quando, per il suo compleanno, è a loro che lei chiede regali. A mio avviso correttamente, non glieli fanno, ma soffrono e sanno che immaginare un qualunque lieto fine in questa vicenda sembra retorico, quasi impossibile.
E allora, che fare? Come opporsi a quell’infame determinismo famigliare, sociale, ambientale che sembra avere già condannato una bambina che nel gioco del destino ha estratto la pagliuzza più corta? Che fare quando agli incontri per commentare le pagelle la sua rimane nel faldone e torna in segreteria o quando i genitori, convocati a scuola, non si presentano? Che fare quando la famiglia, intercettata all’uscita – inevitabile imbarazzo reciproco – si scusa, rimanda, promette, in un copione logoro, intriso per tutti d’impotente tristezza?
Giurisprudenza e scienze sociali sono orientate a non allontanare i figli dai genitori, pur in condizioni difficili. La separazione è letta come trauma quasi assoluto, è l’extrema ratio cui ricorrere solo in caso di pericolo per il bambino. Anche in carcere d’altronde ogni giorno sfilano bambini diretti ai colloqui. In sintesi, si ritiene di provare a migliorare l’esistente senza stravolgerlo. Peraltro in questo caso, va detto, nel complesso la bambina sembra serena. Chi dice che, pur in condizioni difficili, a casa non riceva amore, non viva momenti felici?
Non conosco a sufficienza il dibattito alla base degli orientamenti normativi attuali, non sono in grado di giudicare, ma posso sperare e, nel concreto, lottare perché si diffonda ulteriormente la consapevolezza di quanto sia necessario aumentare le risorse pubbliche per i bisogni sociali. Soddisfatti quelli primari, la civiltà di uno Stato si misura, si deve misurare dal benessere emotivo dei suoi cittadini. La classe politica dovrebbe modificare la prospettiva: abbandonare il costoso stillicidio dei mille asistematici bonus (presunta, illusoria panacea) e impostare risposte di sistema strutturate su visioni a medio e lungo termine. Ad esempio, e dall’osservatorio scolastico questo si riscontra chiaramente, l’accesso ai servizi psicologici diffusi per gli adolescenti e anche per gli adulti dovrebbe essere considerato una priorità assoluta, non un servizio erogato su fondi troppo limitati. Appare chiaro che Stato e Regioni da soli non ce la fanno, serve impegnarsi per orientare in questa direzione le politiche europee.
In sintesi, bisogna cercare di applicare la legge già scritta, dare corpo in senso estensivo a quanto prevedono i principi degli articoli 32 (diritto alla salute) e 34 (diritto all’istruzione, anche per i privi di mezzi) della Costituzione, estendendoli a tutte le necessità sociali. In riferimento a quegli articoli, bisogna anzitutto mettersi d’accordo su cosa si intenda oggi per provvidenze.
