Russia: l’economia tiene, nonostante la guerra

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Dopo la fine dell’Unione Sovietica si possono registrare due crolli dell’economia russa: il primo reale, verificatosi appunto dopo la caduta dell’Urss, il secondo solo immaginato e vanamente sperato da molti esperti e politici occidentali con lo scoppio della guerra russo-ucraina e la successive sanzioni occidentali. Il caso della Russia, per alcuni aspetti, si rifà a quello cinese, anche se su scala più ridotta. Appena pochi anni dopo il decollo dell’economia del paese asiatico con le riforme di Deng Xiaoping, sono stati moltissimi gli esperti di varia estrazione e orientamento politico che hanno cominciato a predicare l’imminente crollo dell’economia del paese e la litania si è ripetuta con molta costanza sino ad oggi, cambiando di tempo in tempo solo le motivazioni. L’ultima versione che affiora nei media a questo proposito afferma che la Cina farà la fine del Giappone, arrivando d una strutturale crescita zero dell’economia. In ogni caso dal 1991 in poi l’economia russa presenta una dinamica molto complessa, collegata da una parte in particolare a fattori politici interni, dall’altra a molte spinte esterne.

L’eredità dell’Urss e il governo di Eltsin e degli oligarchi

Nel dicembre del 1991 l’Unione Sovietica cessava di esistere e si formavano sulle sue ceneri 15 repubbliche indipendenti. L’eredità economica del paese era piuttosto pesante, e lo spezzettamento del mercato in tanti frammenti territoriali aggravava la cosa. Le statistiche ufficiali avevano mostrato sino a quel momento una situazione assai migliore della realtà. L’industria era molto arretrata, tranne che in un settore prioritario, quello militare-spaziale e in alcuni maturi, come l’acciaio; i servizi erano poi in genere piuttosto primitivi. Bisogna ricordare che ancora nel 1998, al di là delle statistiche ufficiali, la percentuale della forza lavoro realmente impiegata in agricoltura, come gli esperti facevano intendere in via riservata, era ancora superiore al 40% del totale, quando negli Stati Uniti eravamo intorno all’1,0% e nell’Europa Occidentale a un livello di poco più elevato. Incidentalmente si può sottolineare che se in un certo anno il governo annunciava una crescita del pil, poniamo, del 7%, la realtà si collocava magari intorno al 2%; il governo statunitense conosceva bene la verità, ma evitava di informarne il mondo per ragioni politiche, in particolare per favorire il proprio complesso militare-industriale e per contribuire a mantenere stretti i legami con i paesi amici. Gli Usa hanno sempre bisogno di un nemico potente e cattivo.

Il potere nella repubblica russa passa quindi a Boris Eltsin mentre a livello economico emerge e si fa presto dominante la figura degli oligarchi che, nel caos emergente, si impadroniscono dei gangli vitali dell’economia a costo zero. Anche con l’aiuto degli esperti consiglieri statunitensi inviati ad “aiutare” il governo, le cose precipitano sul piano economico e sociale. In pochi anni si registra una caduta ufficiale del reddito del 40%, nonché un forte aumento della disoccupazione, una grande concentrazione della ricchezza e una forte crescita nei livelli di povertà. Aumenta fortemente la mortalità e diminuisce di molto la vita media (Comito, 2022). Nel 1998 la situazione è ormai molto grave e gli oligarchi decidono di cambiare cavallo, affidandosi a un certo Vladimir Putin. La scelta aveva a che fare, tra l’altro, con il fatto che si pensava si trattasse di un soggetto competente ma innocuo e facilmente governabile.

L’era di Putin

Il periodo della gestione Putin si può dividere in tre momenti: quello di prima della crisi del 2008, quello da allora fino al febbraio del 2022, quello infine degli ultimi tre anni o poco più.

La prima fase si caratterizza per una gestione più brillante. La prima cosa che Putin appena arrivato al potere mette in chiaro con gli oligarchi, alcuni dei quali saranno arrestati o costretti all’esilio, è che devono smettere di occuparsi di politica e devono pensare solo agli affari. Intanto, aiutato anche da alcune circostanze favorevoli quali l’aumento del prezzo del petrolio e del gas, mentre il rublo era notevolmente svalutato, Putin riesce a far ripartire di nuovo e bene l’economia. Riprendono gli investimenti, si riduce il debito pubblico, cresce la domanda interna, migliora la bilancia commerciale. Per la gran parte del primo decennio del nuovo millennio il pil aumenta di circa il 7% all’anno (questa volta le cifre sono vere) e nel 2007 esso ritorna ai livelli di prima della caduta dell’Urss, mentre anche la situazione sociale del paese migliora sostanzialmente. Dal 2008 ricomincia a crescere anche la popolazione, grazie anche a una certa corrente di immigrazione dai paesi dell’Asia Centrale. Dapprima Putin segue politiche economiche orientate allo sviluppo del libero mercato: poi, dal 2003, passa ad un periodo di rafforzamento del ruolo dello Stato e del suo intervento nell’economia, politica che verrà portata avanti sino ad oggi e semmai accentuata a partire dallo scoppio della guerra con l’Ucraina. Il paese intanto si reintegra nell’economia mondiale (Comito, 2022).

La seconda fase arriva con la crisi del 2008, partita dagli Stati Uniti e subito diffusasi in gran parte del mondo. Il prezzo del petrolio, per il crollo della domanda, si riduce di circa tre quarti, mentre il rublo è parallelamente soggetto a speculazioni al ribasso. Il pil cade fortemente nel 2009, del -7,9%, ma poi l’economia riprende a crescere, anche se a livelli annuali inferiori a quelli del periodo precedente. Nel 20212 la Russia entra finalmente nell’OMC. L’economia va avanti altalenando; si arriva infine al 2020 con un -2,8% a causa della pandemia, ma nel 2021 si assiste a una ripresa, con un + 4,7% sull’anno precedente. Le sanzioni del 2014, in seguito all’occupazione della Crimea, hanno intanto trasformato, sia pure in parte, l’economia russa, riducendo la sua integrazione nell’economia mondiale e spingendo a uno sviluppo più autonomo. Si registra così in particolare una forte crescita del settore agroalimentare, mentre in quello delle alte tecnologie i progressi sono stati più ridotti. Si intensificano i rapporti economici con i paesi non occidentali, aumentando in particolare quelli con la Cina (Comito, 2022).

La terza fase si apre con il 2022. Al di là delle contingenze, al momento dello scoppio della guerra con l’Ucraina a livello strutturale l’economia del paese non sembrava collocarsi in una posizione molto brillante. La debole specializzazione produttiva del paese era mostrata abbastanza fedelmente dalle merci che essa scambiava con il resto del mondo. Nel quadro di una bilancia commerciale largamente positiva, nella sostanza la Russia esporta materie prime e prodotti energetici che nel 2019 rappresentano da soli circa il 60% del totale, nonché derrate agricole (tra l’altro i processi di riscaldamento globale hanno contribuito a svilupparne fortemente le produzioni), mentre importa gran parte dei prodotti ad alto livello tecnologico. Nel settore industriale la Russia è presente in modo significativo solo nei beni di prima lavorazione, in industrie quali quella chimica di base e quella alimentare, nel nucleare civile, nel business militare. Sul piano sociale le diseguaglianze di reddito e ricchezza sembrano essersi un poco accentuate; così, per quanto riguarda l’indice Gini, nel 2018 la Russia raggiungerebbe il livello di 37,5, una cifra comunque di qualche punto inferiore al periodo di Eltsin, contro un 41,4 degli Stati Uniti e vicino a quello dell’Italia (35,9). Oggi 20 milioni di russi vivono ancora in povertà (Kolyandr, 2025).

Dopo lo scoppio della guerra con l’Ucraina e per effetto delle prime pesanti sanzioni internazionali la gran parte degli esperti valutava che nel 2022 l’economia russa si sarebbe dovuta contrarre di una percentuale che arrivava per alcuni sino al 15%, mentre per quanto riguardava il tasso di inflazione si parlava di un valore vicino al 17%. Negli ambienti politici occidentali si valutava e sperava che, con il prolungarsi della guerra, l’economia russa sarebbe entrata in una grave crisi. Così ad esempio Bruno Lemaire, allora autorevole ministro francese dell’economia, aveva annunciato il suo crollo per sicuro. Certo non erano da meno le previsioni della nostra stampa. In realtà l’arretramento del pil nel 2022 è stato soltanto dell’1,4 % e nei due anni successivi l’economia ha registrato un vero e proprio boom, con il +4,1% per il 2023 e il +4,3 % per il 2024. Tra gli sviluppi positivi dell’economia si possono segnalare la forte crescita dell’industria, il notevole sviluppo delle tecnologie dell’informazione, nonché il miglioramento della situazione anche del settore finanziario e di quello del commercio (Teurtrie, 2024). Usando il criterio dei prezzi di mercato il pil russo si colloca all’undicesimo posto tra i paesi del mondo nel 2024, ma con quello della parità dei poteri di acquisto la Banca Mondiale lo inserisce ormai sorprendentemente al quarto, dopo soltanto Cina, Usa ed India, grazie anche alle difficoltà recenti della Germania e alla stagnazione del Giappone. In ogni caso sempre la Banca Mondiale ha ormai inserito il paese nel gruppo di quelli a reddito elevato. Peggiore è peraltro la posizione a livello di reddito pro-capite.

Si assiste a una diversificazione forzata dell’economia. Le importazioni si sono per necessità ridotte ed è aumentata la produzione interna nelle infrastrutture, nell’industria, nelle costruzioni, spinte da investimenti record pubblici e privati. E, comunque, si sono fortemente potenziate le vendite in particolare di prodotti energetici alla Cina, all’India, alla Turchia. Ciononostante le entrate complessive dalla vendita di petrolio e gas si sono ridotte in maniera significativa, in particolare per quanto riguarda il gas. Di fronte a un forte aumento della domanda interna peraltro l’offerta ha avuto qualche difficoltà a seguire a causa delle carenze di manodopera: la guerra ha portato quasi a una virtuale sparizione della disoccupazione, grazie all’arruolamento di tanti giovani e alla fuga all’estero di altri, e al forte aumento della produzione interna, ciò che ha portato anche a un rilevante aumento dei salari (Moysan, 2025). Per il 2025 le cifre ufficiali russe prevedono una crescita del 2,5%, mentre delle fonti occidentali si fermano intorno al 2,0% e anche meno. Molti osservatori segnalano in ogni caso un rallentamento in atto nella dinamica dell’economia (Kolyandr, 2025). Per l’Economist (The Economist, 2025) le ragioni del rallentamento sono tre. Intanto il fatto che i grandi investimenti necessari per trasformare il paese in un’economia di guerra sono ormai sostanzialmente completati. La spesa militare quest’anno aumenterà solo del 3-4%, mentre nel 2024 essa era cresciuta del 53%. L’altra questione riguarda il fatto che per combattere l’inflazione la banca centrale tiene i tassi di interesse a livelli molto alti, scoraggiando tra l’altro gli investimenti. La terza, infine, riguarda la riduzione ulteriore dei prezzi del petrolio a causa dei dazi di Trump. I problemi finanziari pubblici non dovrebbero invece costituire un grande problema. In effetti il deficit di bilancio si collocava al 2,1% nel 2022, mentre esso era sceso all’1,8% nel 2023 e all’1,7% nel 2024, contro ad esempio il 6,4% degli Stati Uniti e il 5,8% della Francia, mentre il rapporto debito/pil si collocava in questo ultimo anno intorno al 16%. C’è quindi molto spazio per un eventuale aumento dei livelli di indebitamento (Moysan, 2025).

Le prospettive

Lo sviluppo futuro dell’economia russa appare abbastanza incerto, dipendendo, tra l’altro, notevolmente, a livello qualitativo e quantitativo, dalle vicende della guerra in Ucraina. Naturalmente le previsioni dei vari esperti divergono sulle prospettive a medio termine dell’economia; mentre continuano a manifestarsi i catastrofisti, che prevedono delle gravi difficoltà imminenti, appare ragionevole pensare che il paese può sostenere la guerra ancora per molto. Tra l’altro, «dopo un quarto di secolo passato al Cremlino, Putin sembra in grado di mantenere il volante della Russia con tutte e due le mani» (Moysan, 2025).

Si possono temere, al momento dell’eventuale scoppio della pace, delle rilevanti difficoltà per l’economia, dato il grande ruolo della spesa pubblica militare, con relativo aumento della domanda e dei salari, registrato in questi ultimi anni; così ad esempio un articolo del Guardian appare abbastanza pessimistico in proposito (Dunn, 2025). Ad almeno parziale correttivo, si può dire che il ritorno sul mercato del lavoro dei giovani smobilitati dovrebbe essere per la gran parte assorbito dall’economia, sia nell’industria che nei servizi. A livello internazionale, il paese, che nella storia ha sempre oscillato tra l’Europa e l’Asia, si dovrà presumibilmente indirizzare sempre più verso i paesi del Sud del mondo. I suoi legami con il raggruppamento dei Brics, di cui è uno dei membri più attivi, dovrebbero in prospettiva aiutarlo a sviluppare i rapporti economici con tale area. Permarranno comunque alcuni problemi strutturali dell’economia, dalla relativa arretratezza tecnologica alla scarsa diversificazione produttiva.

In tale quadro una via d’uscita verso l’alto potrebbe essere rappresentata dallo sfruttamento, insieme alla Cina, delle grandi risorse siberiane e dagli investimenti in tecnologie, di cui il paese ha molto bisogno. La Cina potrebbe anche collaborare a ridurre le debolezze del settore industriale. Peraltro sono vivi i timori che il paese asiatico acquisti un peso troppo ingombrante nella vicende interne e nei rapporti con i paesi dell’Asia Centrale, già dominio quasi riservato della Russia e un problema è proprio quello di come gestire delle spinte contraddittorie. Ma la speranza di Trump di staccare politicamente la Russia dalla Cina appare, a parere di chi scrive, del tutto velleitaria.

Testi citati nell’articolo:
– Comito V., Sull’economia post-sovietica, una testimonianza, Fuoricollana, n.1, aprile 2022
– Dunn W., Can Putin afford peace?, www.guardian.com, 2 maggio 2025
– Kolyandr A., How Russia’s economy retreat could become a rout, CEPA, Washington, 22 aprile 2025
– Moysan E., L’effrondement de l’economie russe est encore loin, Alternatives Economiques, marzo 2025
– Teurtrie D., Economie russe: des succés inattendues, des risques élevés, Le grands dossiers de Diplomatie, n. 81, agosto-settembre 2024
– The Economist, The kopek drops, 3 maggio 2025

Gli autori

Vincenzo Comito

Vincenzo Comito (1940), ha lavorato a lungo nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Docente di finanza aziendale ha insegnato all’Università Luiss di Roma e all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci” e di quello di "Fuoricollana". Tra i suoi ultimi libri: “La globalizzazione degli antichi e dei moderni” (Manifesto libri, 2019) e "Come cambia l'industria" (Futura editrice, Roma, 2023).

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