Israele deve rinunciare all’arma della fame

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Nulla può giustificare un blocco di due mesi degli aiuti umanitari vitali a una popolazione in difficoltà. Mai. L’arma della fame e delle forniture mediche essenziali scredita chi la usa. Il fatto che questa ovvietà debba essere ripetuta oggi nei confronti dei palestinesi di Gaza testimonia un crollo morale sconcertante. Eppure non mancano le grida di allarme degli esperti di situazioni di crisi, anche se Israele mantiene un altro blocco su Gaza, quello dell’informazione, indegno di una democrazia.

Questo crollo riguarda soprattutto lo Stato ebraico. In nome di un equilibrio di potere con i miliziani di Hamas, che tengono ancora in ostaggio gli ostaggi israeliani catturati durante i massacri del 7 ottobre 2023, le autorità israeliane stanno usando questo blocco, ovviamente vietato dalle Convenzioni di Ginevra, quasi fosse uno strumento come un altro. Il fatto che questa scelta sia accolta dalla società israeliana nel migliore dei casi con noncuranza è segno di un preoccupante isolazionismo. Soprattutto perché si aggiunge ai bombardamenti mortali e distruttivi che si sono susseguiti dalla ripresa unilaterale dei combattimenti da parte di Israele, sempre giustificati da proporzioni tra vittime civili e obiettivi militari cinicamente presentate come “tollerabili”.

Lo Stato ebraico può contare sul sostegno cieco dell’amministrazione americana e sullo smarrimento di chi sembra incapace di immaginare che l’attaccamento a Israele possa essere accompagnato dalla minima critica quando si è raggiunto l’inaccettabile. Eppure siamo qui. La forma asettica di barbarie rappresentata dalla scelta deliberata di privare una popolazione di oltre 2 milioni di persone dello stretto necessario per vivere è una terribile rivelazione della deriva del governo di Benyamin Netanyahu, convertito all’estremismo dei partiti che hanno come programma la Grande Israele, “dal fiume al mare”, di cui la guerra a Gaza si sta rivelando un anello.

Sebbene la Francia abbia dato prova di lucidità davanti alla Corte internazionale di giustizia, presso la quale una quarantina di Paesi e organizzazioni internazionali si sono rivolti da lunedì 28 aprile, ricordando a Israele i suoi doveri di “potenza occupante” e chiedendo la fine immediata del blocco, la sua voce rimane purtroppo molto isolata, soprattutto in Europa, dove ci si chiede se l’Unione abbia ancora un ministro degli Esteri. Il silenzio è altrettanto assordante nei Paesi arabi, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno normalizzato le loro relazioni con Israele in base agli Accordi di Abraham.

È certamente più facile rassegnarsi all’impunità. Resistere richiede il coraggio di dire forte e chiaro che Israele si sta smarrendo in una guerra in cui sta perdendo l’anima, che deve essere richiamato all’ordine e che devono essere messi in atto i mezzi disponibili per fermarlo, soprattutto se continua a rimanere sordo alle ingiunzioni della giustizia internazionale.

La sequenza aperta dall’attacco terroristico di Hamas ha paradossalmente messo in luce la superpotenza militare dello Stato ebraico che, come dimostra quanto sta accadendo a Gaza, sembra però incapace di utilizzarla per contribuire alla stabilità di una regione abbandonata alla violenza da troppo tempo.


È l’editoriale a firma collettiva pubblicato su Le Monde venerdì 2 maggio

In homepage, centro di distribuzione di aiuti umanitari a Khan Younès, 21 aprile 2025 (Abdel Kareem Hana/AP)

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